“Del bòcolo e del fiore del partigiano: quando la tradizione diventa becero folklore” di Nicola Ussardi

Pubblicato: 26 aprile 2016 in Notizie e politica, Riflessioni, Senza categoria
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Venezia, 25 aprile.

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Per la città lagunare è da sempre un giorno particolare, in cui si sovrappongono due momenti che coincidono nella data, ma non nei contenuti: da una parte c’è il giorno della Liberazione dalNazifascismo, celebrato in tutta Italia con diversi “percorsi”, ma sancito come giorno di festa universalmente riconosciuto; dall’altra c’è l’anniversario della morte del patrono della città, San Marco evangelista, al cui ricordo sono collegate alcune leggende: la più popolare è quella del bòcolo che ha dato vita all’usanzadi omaggiare con un bocciolo di rosa (appunto il “bòcolo”) le compagne, le madri, le spose.
Ora, lungi da noi l’idea che basta scegliere una delle due ricorrenze e poi celebrarla: il ricorso ad una ritualità vuota ed episodica non interessa ai movimenti cittadini che lottano per i beni comuni, contro la crisi e la guerra. Per fare resistenza si scende in piazza quotidianamente e il 25 aprile serve a dirci,settanta anni dopo, che il Fascismo lo si deve combattere sempre, in ogni forma esso si presenti e non solo con il ricordo, pure fondamentale, di chi ci ha dato la libertà. A volte il Fascismo latente, ma non per questo sconfitto, produce intolleranza, sessismo e barriere. Altre volte è Fascismo palese, come quello del califfato di Daesh, vera e propria rappresentazione odierna della barbarie di settant’anni fa. Il Fascismo prende corpo anche in Europa, dove il respingimento di migranti e la costruzione di muri e filospinato riporta alla mente lugubri recinti del passato.
La resistenza, oggi, ce la insegna il popolo curdo, unico vero baluardo di difesa della città simbolo diKobane, dove l’Isis ha sofferto le più cocenti sconfitte. I Curdi ci insegnano anche l’autogoverno, la democrazia partecipata e paritaria tra donne e uomini, l’autonomia e l’indipendenza.
Sì, autonomia e indipendenza. Proprio quelle parole che, elevate a dogma, vengono urlate dal “popolo veneto” nel nostro capoluogo, ogni 25 aprile. Princìpi che spesso, come movimenti, abbiamo fatto nostri e che la Lega degli anni ’90, imponendogli una torsione becera e populista, aveva strumentalizzato.Princìpi che se legittimamente condivisi parlano di libertà, autonomia nel decidere sui propri territori e sulla propria vita. Vediamo tutto ciò all’opera ben lontano da “casa nostra”. Bisogna sapere guardare oltre il Nord-Est degli scandali del Mose, delle cricche nostrane (anche leghiste), alzare lo sguardo oltre il nostro rassicurante “giardino” per vedere dove sono all’opera autonomia e indipendenza, ovvero nel Confederalismo democratico, in quella regione del Kurdistan che si chiama Rojava, dove il rispetto genera rispetto e dove il superamento delle identità ha contribuito a costruire nuove forme comunitarie aperte e solidali.
Ieri, a Venezia, non si è visto nulla di tutto questo. È avvenuta, invece, la completa e definitiva mercificazione del vessillo di San Marco a scopi propagandistici.
Con buona pace del sindaco Brugnaro e dell’assessore alle tradizioni Giusto, si è riempita piazza San Marco di gente per svuotarla di contenuti, oscurando volutamente la “ricorrenza” principale. La piazza che pochi mesi fa aveva dato l’estremo saluto a Valeria Solesin, diventa oggi (eludendo anche il divieto della prefettura di poterci manifestare) il “teatro” dello sventolio del gonfalone, del “w San Marco” sbandierato come slogan, mero “passaggio” obbligato di gitanti del lunedì, a cui ovviamente delle problematiche della città e del suo fragile equilibrio poco interessa. Interessa poco anche alle decine e decine di attività commerciali che espongono il “glorioso vessillo” anche se non sanno minimamente cosa rappresenti: magari perché gestite da stranieri, oppure da Veneziani molto più propensi agli scheiche alla storia, tutti completamente disinteressati, nel resto dell’anno, al bene comune della città. Insomma, una sorta di “devolution day” in salsa Brugnaresca.
Ma la parte più grottesca di questa storia ce l’ha regalata chi governa la “res-publica”, con quello che, se non fosse coerente con la politica dell’amministrazione, potrebbe venire diagnosticato come serio disturbo bipolare. Al mattino il sindaco ha espresso il consueto cordoglio per le vittime della guerra e il ricordo di chi perì per la libertà, il tutto nella veste agghindata di fascia tricolor-istituzionale, farcendo il discorso con da luoghi comuni e paradossi come “la resistenza ha valori profondi che sono quelli della libertà….che va perseguita col rispetto delle regole”(…come se chi fosse costretto ad imbracciare il fucile, in Italia o in Kurdistan, per difendere la libertà, avesse avuto il tempo di preoccuparsi delle regole... Di quali regole poi?). Una sbrigativa commemorazione, dunque, alquanto affrettata e visibilmente “ansiosa” di passare al folklore più circense, quasi a sottolineare il primato della festa di San Marco. Un atteggiamento che avalla la scellerata lettura cittadina di scissione tra le due ricorrenze e il declassamento della Liberazione, del ricordo della Resistenza, il tutto grazie grazie ad un “imprimatur” non ufficiale, ma palese, dato dal sindaco.
Resistenza che viene però utilizzata per ricordare due “vittime”, che vittime non sono, ma carnefici: i due soldati Marò Latorre e Girone, immortalati nella “immagine di copertina” del Comune di Venezia, su uno sfondo di tricolore con accanto il fiocco giallo del ricordo. Si rende omaggio ai due prigionieri, invocandone, appunto, la liberazione.
Forse sarebbe stato più dignitoso e coerente con la ricorrenza il ricordo di Giulio Regeni, morto di tortura in Egitto, come a volte succede anche nel nostro paese, invece si ricordano due spietati assassini a sangue freddo.
In questo “minestrone” offertoci gentilmente dalla giunta in carica, fortunatamente non ci sonoriferimenti e cenni legati alla romantica e leggendaria origine del bòcolo: si narra che il giovane Tancredi, per abbattere le differenze sociali che lo distanziavano dall’amata Maria, figlia dell’allora Doge, cercò la gloria in guerra, dove perì sopra un rosaio, da cui una rosa fu appunto consegnata a Maria, in memoria dell’amato.
Una festa, dunque, svuotata di ogni significato e slegata dichiaratamente dal ricordo di chi ci ha trasmesso valori di libertà e democrazia, di lotta per i diritti e di abbattimento, appunto, di barriere ideologiche e sociali.
In barba al leone alato e al povero Tancredi.

http://www.globalproject.info/

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