#1M – Roma. Ambasciata turca. Appello all’azione

Pubblicato: 12 aprile 2016 in Appello, Notizie e politica, Senza categoria
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NEWS_176391 GLOBAL PROJECT – Un migrante irregolare per la Turchia per ogni migrante regolare all’Europa. Un Paese pagato per lo “smaltimento” dei profughi verso l’inferno della guerra e delle persecuzioni, ricompensato per il lavoro sporco dei respingimenti illegali con i quali si vorrebbero chiudere gli accessi allo spazio europeo. Una mercato di essere umani che ha il valore di 6 miliardi. E’ questo il cuore della vergogna trascritta nell’accordo Ue – Turchia del 18 marzo del 2016.
Il 4 aprile è cominciata la deportazione. Teste basse, corpi ossuti, avvolti in giacche di larga taglia. Corpi (co)stretti tra uomini in divisa, maschere sui volti e sigillo frontex sul braccio. Sullo sfondo la bandiera europea
Da gennaio 100 uomini, donne e bambini ogni giorno vengono respinti da una guerra civile ad un’altra guerra civile. Dalla Turchia alla Siria.
In attesa, 200.000 persone affollano i 20 km del confine turco. Terra di nessuno tra diversi Stati. Terra di nessuno della stessa guerra.
La Turchia è un paese sicuro. Per gli jihadisti e per il loro commercio illegale di petrolio, di armi, di esseri umani e di opere d’arte. Un paese sicuro. Sicuro di essere il canale europeo delle espulsioni di massa. Sicuro di essere valutato degno di entrare in Europa, entro la fine di giugno. Isis ringrazia.
La paura è l’architrave su cui si regge la costituzione materiale dell’Unione Europea.
La paura, anche detta crisi, narrata come perdita del futuro, chiamata precarietà e vissuta come impoverimento. A suo nome. A sua giustificazione, il corpo del migrante è esposto al pubblico ludibrio: capro espiatorio. Nel frattempo gli stregoni della xenofobia, del razzismo e del neo-fascismo mettevano a riparo se stessi e i loro profitti. Panama papers, altro che orgoglio nazionale!
All’alzare dei muri, al tendere del filo spinato, agli incedere degli egoismi nazionali, alla narrazione dello scontro di civiltà, ha risposto un’umanità in marcia. L’abbiamo vista lungo la balkan route; in continuo movimento, mentre muoveva l’Europa. L’abbiamo vista nella jungla di Calais, conosciuta e amata nel campo di Idomeni, costretta tra divise e grate nei campi governativi gentilmente concessi dal Governo Syriza.
I migranti assiepati lungo il confine greco-macedone ci hanno detto che chiusa una rotta se ne apre un’altra; entrando in Albania, attraversando l’Italia, passando per l’Austria fino alla Germania.
“Vienna la rossa” il 2 aprile ha chiuso le sue frontiere. Disdetto Schengen. Sospeso l’Europa. Il 3 aprile il confine italo-austriaco è valicato lo stesso. In centinaia. Cittadini europei pronti a dire ben venuta a tutta quell’umanità in fuga dalle nostre guerre. A casa nostra, perché la loro gliel’abbiamo bombardata.
Da Idomeni al Brennero una nuova sfida si aggira nella Fortezza Europea: per delegittimarne dal basso i confini, interni ed esterni, e quegli istituti della governance neoliberale responsabili delle politiche che generano la crisi ed il bisogno di milioni di persone di lasciare la propria terra.
Se i governi europei usano solo parole davanti alla macelleria in atto nel Kurdistan turco, se restano indifferenti per il sostegno della famiglia Erdogan all’Isis, se versano lacrime di coccodrillo per gli europei caduti negli attentati di Parigi e Bruxelles, se tollerano che il PKK sia ancora nelle liste del terrorismo mondiale, se in nome della paura si rende il corpo umano merce di scambio tra Stati, se il neo-sultano può chiedere l’ingresso in Europa mentre denigra le donne, manganella il dissenso e censura la stampa, infine, se davanti a tutto questo non vi è nessuna rottura diplomatica dei rapporti tra Italia e Turchia, è il tempo che questa rottura venga agita dal basso. E’ il tempo di non tollerare più l’intollerabile.

Questo non è un appello da firmare. Un promotore a cui accodarsi. Un’area a cui aderire.

Questo è un appello all’azione.

Il Primo Maggio, a Roma, davanti all’Ambasciata Turca.

Agire nella Crisi

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