“Il cuore nazista dell’Unione Europea” di Dante Barontini

Pubblicato: 17 febbraio 2016 in editoriale, Notizie e politica, Riflessioni, Senza categoria
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2776d16dfd6f6415419d556ac84f8841_LCONTROPIANO.ORG – La Danimarca, modello invidiato di stato sociale, sottrae per legge i beni agli immigrati che arrivano. Ma la notizia che deve suscitare il dovuto allarme è “La modifica della Costituzione francese che consente di revocare la cittadinanza francese ai condannati per terrorismo è stata approvata dall’Assemblea Nazionale”.
Ci vorranno leggi “ordinarie” per disciplinare nei dettagli quello che per ora è “solo” un principio costituzionale, ma appare chiarissimo che questa controriforma affossa definitivamente il modello dello stato moderno che proprio la Francia ha indicato per prima al mondo: quello in cui la comunità è fatta di concittadini e non più di connazionali. Una base etnico-linguistica, dunque, invece che regole e valori condivisi
Nella formula approvata non si menzionano come bersaglio gli immigrati di seconda o terza generazione che hanno, per vari motivi, conservato la doppia nazionalità. Ma è di evidenza solare che soltanto a costoro potrebbe essere revocata la nazionalità francese, altrimenti si creerebbero per decisione amministrativa degli apolidi. E la Francia aveva aderito fin dal 1961 alla convenzione internazionale che puntava a impedire per sempre la riproduzione della legislazione nazista.
La revoca della cittadinanza ha infatti questi “illustri precedenti”:

– Nel luglio 1934, Hitler fa approvare la legge che revoca della cittadinanza agli ebrei originari dall’Europa Orientale.
– Nel 1935 le cosiddette Leggi di Norimberga tolgono i diritti di cittadinanza a tutti gli ebrei nati in Germania e vietano sia i matrimoni che i semplici rapporti sessuali fra chi è considerato ebreo e chi è di “sangue tedesco”.
– Nel gennaio 1938 la Romania governata dai fascisti della “Guardia di ferro” di Codreanu vara una legge per “revocare i diritti della minoranza ebraica”.
Nell’ottobre 1940, la Francia di Vichy, guidata dal collaborazionista Petain, revoca della cittadinanza francese agli ebrei di Algeria.
Novembre 1943, anche la Repubblica di Salò – la parte di Italia sotto occupazione tedesca e riconsegnata a Mussolini – legittima le deportazioni dichiarando gli ebrei dicittadinanza straniera nemica.

Può apparire in fondo una questione minore occuparsi della cittadinanza in tempi di guerra. Ma i precedenti mostrano che è proprio in tempi di guerra che la questione della cittadinanza – del “chi sono i nostri e chi sono i nemici” – diventa centrale. Revocare la cittadinanza equivale a considerare quella persona res nullius, cui si può fare di tutto, senza protezione stauale. E lo si farà, perché privo di ogni diritto garantito dalla Costituzione.
Ed è falsa anche la versione data dai media italiani, che descrivono questa riforma come diretta soltanto contro “i terroristi”. Il testo si riferisce infatti a chi sia stato “condannato per un reato costituente un grave attacco contro la vita della nazione”. Una formula ampia, interpretabile, estensibile a piacere del governante di turno.
La formula approvata dall’Assemblea Nazionale francese non fa neppure riferimento alla eventuale doppia cittadinanza per evitare la conseguente accusa di razzismo. Ma è inevitabile che, nei fatti, una revoca del genere possa essere adottata soltanto nei confronti di chi ne ha un’altra. Dunque solo contro discendenti di ex colonizzati dalla Francia imperiale, trasferitisi nella “madrepatria” alla ricerca di fortuna o per ordine dei colonizzatori.
Da questo punto di vista si comprendono assai meglio le dimissioni del ministro della giustizia,Christiane Taubira, esponente della sinistra socialista e a sua volta discendente degli ex schiavi africani di Parigi. Uno dei tanti casi in cui questioni di principio entrano nella carne viva e dimostrano empiricamente concetti altrimenti astratti e manipolabili.
Non è l’unica reazione tipicamente fascista del governo guidato da Manuel Valls per decisione di François Hollande. Pochi giorni prima erano state decise le condizioni per applicare lo stato d’emergenza, adottato per la prima volta – nella “Francia democratica” – in piena guerra di Algeria, nel 1955. Una formula appena meno dittatoriale dello stato di assedio (il potere rimane ai civili), ma che affida alla polizia poteri eccezionali (interrompere la circolazione, impedire manifestazioni e chiudere temporaneamente tutti i luoghi di aggregazione).
Per molto meno, nel passato anche recentissimo, l’Unione Europea avrebbe aperto una procedura d’infrazione contro un paese tanto evidentemente proiettato verso una deriva totalitaria e razzista. Ma siamo nell’Europa del 2016, in cui la “socialdemocratica” Danimarca espropria i profughi – protetti da apposite convenzioni dell’Onu – degli eventuali gioielli che siano rimasti loro addosso dopo migliaia di chilometri in mare o a piedi. Nell’Europa che paga tre miliardi a un torturatore assassino come Erdogan perché trattenga – nella misura in cui vuole – altri profughi dal venire nel Vecchio Continente. Nell’Europa che erige muti verso l’esterno e al proprio interno.
Nei giorni successivi ai gravi attentati di Parigi o in altre città abbiamo ascoltato fino alla noia la stessa frase: “Non cambieremo le nostre abitudini e non cambieremo i nostri valori!”. Facendovi rientrare anche la “cultura legislativa” nazista – un prodotto tutto europeo – può diventare addirittura vero…

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