Studenti universitari in presidio in molte città italiane per esprimere la solidarietà agli accademici arrestati in Turchia e per denunciare le politiche repressive di Erdogan
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GLOBAL PROJECT – “Il pensiero critico non si arresta” e “#BoycottTurkey”, questi i due slogan che hanno caratterizzato la giornata di mobilitazione universitaria tenutasi ieri in diverse città italiane in solidarietà agli accademici arrestati in Turchia. Da nord a sud studenti, precari, ricercatori e docenti hanno manifestato con un obiettivo preciso: esprimere la propria contrarietà rispetto alle azioni che il governo Erdogan sta perpetrando sia verso chi dissente dalle sue politiche repressive nei confronti del popolo curdo, sia verso chi svela l’”ambiguità” del Sultano rispetto al Califfato nero (un esempio palese sono gli innumerevoli giornalisti ora nelle carceri turche per aver dimostrato il passaggio di mezzi e approvvigionamenti targati Isis attraverso i confini turchi).
La storia ci insegna come i regimi abbiano spesso “silenziato” gli intellettuali, visti come menti critiche “pericolose” che possono fare paura all’instaurarsi di un pensiero unico; non possiamo dimenticare l’esempio che porta il nostro paese quando durante il fascismo venne introdotta la pratica dell’epurazione a chi dissentiva dal regime di Mussolini. Erdogan – sull’onda di un regime monopartitico consegnatogli dalle ultime urne – sa bene che la forma di controllo sociale di massa per eccellenza è la limitazione della libertà di espressione e di accesso all’informazione: sono passate circa quattro decadi dal regime dei generali e la lotta per il libero pensiero mantiene ancora la stessa drammatica urgenza.
Non saremo complici dei vostri crimini, saremo sempre al fianco di chi viene ogni giorno denigrato, privato della libertà e di ogni diritto. In questi ultimi due giorni a Milano, Bologna, Napoli, Padova, Perugia, Roma, Trento e Venezia chi vive l’università ha fatto sentire la propria voce e scendendo in piazza ha obbligato i propri Atenei a prendere posizione e coscienza dei fatti che sono avvenuti e che ogni giorno avvengono ai confini dell’Europa.
Come studenti crediamo che sia oggi più che mai necessario che il mondo accademico, sempre più smembrato e massificato, non perda lo scopo della sua nascita iniziale: la libertà di pensiero e la costruzione di un pensiero critico.
Da oltre un anno nei nostri Atenei portiamo l’esperienza di chi è stato a Suruç, al confine turco-siriano, e a Kobane. Molti di noi hanno preso parte alle diverse staffette che si sono succedute per tutto l’inverno scorso e che ci hanno fatto conoscere direttamente l’esperienza del Rojava e della resistenza delle e dei combattenti curdi dello YPG e YPJ.
Da oltre un anno abbiamo potuto vedere con i nostri occhi quanto siano funzionali e affini tra loro le politiche promosse dal Premier turco e le azioni fasciste dello Stato Islamico. Unite nel tentativo di reprimere quell’esperienza democratica e unica nel contesto mediorientale che è il Confederalismo promosso dai curdi e dalle minoranze che vivono nei territori tra Turchia, Siria, Iraq e Iran.
Ed ecco che, per il presidente turco Recep Tayyp Erdogan, sottoscrivere un appello in cui si chiede di mettere fine alle violenze perpetuate dall’esercito turco nel sud-est del Paese, diviene un “atto terroristico a favore del PKK”, e i firmatari “traditori”.
Noi lo avevamo detto e continueremo a ripeterlo, il terrorista è Erdogan. Da Luglio 2015 sono state 425 le persone uccise di cui 79 minori e 81 donne, 58 le dichiarazioni di coprifuoco – per un totale di più di 280 giorni – che hanno coinvolto 7 distretti, 17 città e 1 milione 377 mila persone, 200.000 sono i cittadini curdi costretti a scappare dalle proprie abitazioni, oltre 250 le persone uccise nelle sole città sotto coprifuoco di cui già 76 uccise dall’inizio del 2016.
Abbiamo anche deciso di mobilitarci come studenti tenendo conto che a livello nazionale da dicembre 2015 abbiamo iniziato a promuovere campagne di boicottaggio attraverso un’azione che punti a minare l’economia del governo Erdogan [1] [2]. Lo scopo delle campagne è quello di agire dal basso per colpire gli interessi turchi, persuadendo quante più persone possibili a non comprare merci prodotte in Turchia, ad interrompere i viaggi turistici, a colpire le aziende italiane che commercializzano prodotti turchi. Il boicottaggio mira a sostenere tutte le battaglie per la libertà e la democrazia in Turchia, come in altri Paesi.
Noi non saremo parte di questo crimine

Lisc (Venezia), Spam e Disc (Padova), C.U.C. e CSOA Ex-Mattatoio (Perugia), Refresh (Trento),Dada (Napoli), Collettivo Bicocca (Milano), Studenti Roma Sapienza (Roma)

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