Dalla Campania al Meridione a tutte le aree di crisi. E’ tempo di reddito minimo garantito

Pubblicato: 18 dicembre 2015 in Notizie e politica, Senza categoria
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CONTROPIANO.ORG – Alla fine di ottobre, è partita la raccolta di almeno 10.000 firme[1] sulla proposta di legge regionale d’ iniziativa popolare per l’ istituzione del Reddito minimo garantito in Campania.
Com’ è noto, anche a livello regionale, non si tratta della prima proposta di legge d’ iniziativa popolare in materia e ciò che c’ ha spinto a livello di Movimento campano – con la partecipazione attiva del sindacalismo conflittuale e di alcune forze della sinistra d’ alternativa – a ripercorrere questa strada è, da un lato, la particolare gravità della crisi nel contesto meridionale e, dall’ altro, l’ esigenza di dare un contributo anche dal livello territoriale allo sblocco della situazione di stallo in cui si trovano in Parlamento i disegni di legge per il reddito minimo/di cittadinanza soprattutto per le gravi responsabilità del principale partito di Governo[2] seppur in qualche Regione a presidenza PD come il Friuli Venezia Giulia (e prossimamente anche in Puglia) ci sia stata l’ approvazione di provvedimenti di sostegno al reddito che sono, però, interni ad una logica di workfare, con un’ impostazione sperimentale del tutto insufficiente dato il carattere tendenzialmente strutturale assunto dalla disoccupazione.
La fase d’ implementazione della proposta è durata oltre sei mesi e ha visto l’ organizzazione, all’ interno del Comitato Promotore, d’ un apposito gruppo tecnico che è partito proprio da un’ accurata rassegna delle leggi regionali sul reddito minimo garantito/di cittadinanza del periodo 2003-2099 e delle proposte di legge nazionali tra cui quella del CESTES del 1998 o anche quella d’ iniziativa popolare del 2012 oggi riproposta in Parlamento con l’ Atto Senato n. 1670.
Un’ iniziativa a forte impatto meridionalista
Il lancio di quella che definiamo “vertenza”[3] per il R.M.G. in una Regione meridionale come la Campania per noi ha, innanzitutto, il valore di una politica economica alternativa alla ricetta economica liberista.
Pertanto, è particolarmente urgente un sostegno al reddito che vada ben aldilà delle misure governative che si riferiscono a platee molto ristrette e contemplano misure che sotto l’ aspetto economico hanno il valore dell’ “obolo” insufficienti anche per combattere la povertà assoluta.
E’ questo il senso delle “misure contro il disagio” contenute nel titolo III del disegno di legge di stabilità 2016 dove per il prossimo anno sono previsti appena 600 milioni che anche sommati a quelli precedentemente stanziati arrivano ad 1 miliardo e 604 milioni, per il 2017 le cose non migliorano perché ad un aumento del Sostegno all’ Inclusione Attiva corrisponde la diminuzione di altre voci e si giunge ad un totale complessivo anche lievemente inferiore a quello del 2016.
Insomma, per essere benevoli, ci troviamo di fronte a quella che alcuni hanno definito l’ “ennesima misura spot”[4].
Quest’ impostazione governativa è particolarmente penalizzante per il Sud per gli specifici riflessi dell’ attuale modello produttivo basato sull’ export oriented :
dal Rapporto 2014 dell’ Osservatorio Nazionale dei distretti italiani, costruito sulla base dei dati dell’ Unioncamere, emerge che tra le prime 30 Province esportatrici, rappresentanti più del 70% del valore dell’ export del Paese, soltanto una è al Sud (Siracusa).[5]
Ciò senza considerare il fatto che all’ interno di un modello orientato all’ esportazione soprattutto verso la UE a 28 il Mezzogiorno sacrifica anche la propria oggettiva vocazione mediterranea.
La Campania, nel 2014, ha rivolto le proprie esportazioni per il 51,2% verso la UE.
Una conferma di simile situazione emerge anche dal Rapporto SVIMEZ 2015 dove si osserva che nel periodo 2008-14 la dinamica delle esportazioni ha visto nel Centro-Nord un + 11,4% e un -2,2% al Sud[6], in Campania, se ci si sofferma sull’ ultimo biennio, s’è avuto un calo dell’ 1,7% dal 2014 rispetto all’ anno precedente.[7]
Simili dati rinviano al fatto che il sistema produttivo meridionale, come uno degli elementi per un’ effettiva ripresa, ha, in maniera più marcata di altre parti del Paese, l’ esigenza di rilancio dei consumi interni che, invece, sono anch’ essi calati: – 13,2% nel periodo 2008-14 e nel campo dei consumi alimentari il calo è stato anche più evidente con un -15,3% nel medesimo periodo con un differenziale a svantaggio dell’ area meridionale di oltre il 5% rispetto al Centro-Nord.[8]
Tuttavia, ciò non significa che l’ ispirazione della proposta di legge regionale sia di tipo keynesiano, ossia mirante al rilancio della domanda aggregata perché è chiaro che il sistema liberista (non soltanto le “politiche”) non lo permetterebbe e perché le caratteristiche della crisi odierna non sono meramente cicliche.
La proposta di legge, mai come in questo caso, è legata ai concreti rapporti di forza che si riescono a costruire anche attraverso parole d’ ordine come lo sforamento del Patto di stabilità interno a livello regionale come chiaramente enunciato nella relazione descrittiva[9] come presupposto per aumentare la spesa in materia sociale e occupazionale.
Infatti la rottura di quella che ormai senza timore di smentita possiamo definire la “gabbia europea” – che aumenta gli squilibri tra zone forti e deboli – può nascere soltanto da un’ azione coordinata sia a livello nazionale che territoriale e settoriale altrimenti resta una parola d’ ordine che, per quanto importante, non trova le gambe su cui procedere con la dovuta forza.
In altri termini una proposta di R.M.G., soprattutto per una Regione meridionale, ha senso se è parte di una diversa prospettiva economica e politica che non sia più eurocentrica ma di tipo euromediterranea mirando anche ad una diversa specializzazione produttiva del territorio.
Alcuni aspetti di merito della proposta di legge con particolare riferimento alla copertura finanziaria
Qui vorremmo toccare quattro punti:
l’ impostazione generale della proposta, il peculiare significato in una Regione meridionale della rivendicazione del R.M.G. in rapporto al proletariato migrante, l’ annosa questione della copertura finanziaria e la parte non monetaria del reddito minimo.
La proposta ha un’ impostazione tendenzialmente universale del R.M.G., ossia cerca di superare il taglio categoriale che si dà attualmente alle varie forme di sostegno al reddito in direzione di quello che Fumagalli ha definito il “bilancio autonomo del welfare” che sul piano del bilancio regionale dovrebbe trovare applicazione con l’ istituzione dello specifico Fondo per il reddito minimo garantito finalizzato all’ unificazione delle varie voci di spesa in materia sociale e occupazionale.
Un’ impostazione come quella descritta ha come riflesso anche il fatto che non può basarsi su una distinzione tra le nazionalità di provenienza dei destinatari, in particolare sulla distinzione, anch’ essa eurocentrica, tra cittadini comunitari e non.
Quest’ aspetto, ancora una volta, ha una sua specifica valenza al Sud perché se è vero che, in termini assoluti, le Regioni meridionali non sono quelle dove si concentra il grosso del proletariato migrante è altrettanto vero che in termini relativi l’ impiego di questo tipo di forza lavoro è più forte nelle Regioni dove l’ economia è più debole e, quindi, dove è più marcato il dumpimg social ossia una forma “moderna” del profilarsi del “vecchio” esercito industriale di riserva di marxiana memoria.
In proposito, diamo uno sguardo ai dati riportati dal Quinto Rapporto annuale su “I migranti nel mercato del lavoro” del Ministero del Lavoro:
ad es., rispetto ai beneficiari “extracomunitari” della disoccupazione ordinaria non agricola e dell’ ASPI nel 2014 sono stati 201.689 e di essi quasi il 48% è concentrato in sole tre Regioni (Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna);
molto simili i dati per la mini-ASPI dove nel 2014 i migranti beneficiari, a livello nazionale, sono stati 70.748 e dove le medesime tre Regioni hanno una concentrazione di destinatari superiore al 47%.
Tuttavia, se si passa al peso della componente migrante sul totale degli occupati si scopre che – all’ interno di un calo complessivo dell’ occupazione particolarmente pesante al Sud dove nel periodo 2008-14 la perdita occupazionale è di sei volte superiore a quella del Centro-nord – la componente dell’ occupazione straniera nello stesso periodo cresce più del doppio rispetto a quella del Centro-nord (+ 67% al Sud a fronte del +31,7% del Centro-Nord)[10].
Allora si comprende come una proposta di legge fatta in una Regione meridionale basata sulla residenza nel territorio regionale e non sulla cittadinanza serva ancora di più sia a far emergere il lavoro nero – più fortemente sviluppato proprio tra i migranti e che periodicamente esce allo scoperto con drammatiche notizie di cronaca – che a dare maggior forza ai lavoratori italiani meno ricattabili dall’ uso intensivo e sottopagato dei migranti.
Insomma le posizioni della destra e non solo (si pensi alle “sbandate” dei Cinque Stelle in materia) non soltanto sono discriminatorie verso i migranti ma anche controproducenti per i lavoratori italiani.
Passiamo al terzo punto di merito: la copertura finanziaria.
Si tratta di un aspetto che molto spesso è adoperato dalla controparte in maniera strumentale per stroncare sul nascere sia a livello nazionale che regionale qualsiasi iniziativa per l’ istituzione del reddito minimo garantito.
Qui vorremmo precisare che l’ attuale normativa per le proposte di legge d’ iniziativa popolare non prevede una specifica “relazione finanziaria” ma soltanto una relazione “descrittiva”[11].
Ciò nonostante è un tema su cui non ci tiriamo indietro e che abbiamo affrontato sia nell’ articolato che nella relazione e, come vedremo successivamente, anche in maniera più dettagliata di quanto previsto nelle relazioni finanziarie di alcune proposte di legge ad iniziativa consiliare.
In sintesi, dalle considerazioni che seguono, emerge che, allo stato, se è vero che si possono formulare (come facciamo) precise proposte per la copertura finanziaria è altrettanto vero che la scarsa capacità di programmazione e gestione del bilancio regionale rende necessario che l’ attuale Giunta elimini sia i ritardi di rendicontazione esistenti che il basso livello di capacità di spesa.
Prima di entrare nel merito della copertura finanziaria riteniamo, innanzitutto, che tale problematica vada affrontata in maniera offensiva perché del ritornello che “non ci sono i soldi” veramente non se ne può più a maggior ragione di fronte alla politica di un Governo che diventa sempre più classista a favore dei poteri forti continuando a spostare risorse dal reddito al profitto.
Nella relazione descrittiva della nostra proposta, accenniamo all’ esigenza di porre, a livello di massa, il tema del non rispetto delle “regole” europee ad iniziare dallo sforamento regionale del Patto di Stabilità, altro elemento è la composizione del citato Fondo regionale per il reddito minimo garantito in cui dovranno confluire risorse di provenienza regionale, statale e comunitaria assorbendo, quindi, risorse suddivise in altri fondi previsti dalla normativa regionale come quello per la qualità del lavoro o quello per la gestione di crisi occupazionali.[12]
In sintesi, quando nella proposta legislativa in argomento sosteniamo che all’ istituzione del R.M.G. va affiancato un riordino della normativa regionale nel campo degli interventi di politiche sociali e occupazionali – seguendo, tra l’ altro, come criterio di detto riordino quello di privilegiare “l’ afflusso diretto dei contributi verso gli aventi diritto”- significa che intendiamo spostare a livello regionale parte della battaglia contro i decreti attuativi del jobs act con particolare riferimento all’ ulteriore smantellamento dei servizi pubblici per l’ impiego e conseguente rafforzamento delle Agenzie private di collocamento (i nuovi “caporali”) che assorbiranno parte crescente delle risorse allungando la filiera intercorrente tra disoccupazione e lavoro.
Ciò, com’è noto, s’è già verificato per “Garanzia Giovani”.
In altri termini, anche in relazione al regolamento attuativo cui si rinvia per alcuni aspetti della proposta di legge, occorrerà cercare di condizionare al massimo l’ adeguamento della legislazione regionale alle precarizzanti disposizioni del jobs act.
Sul breve periodo le ipotesi di copertura che vengono formulate nello specifico articolo della proposta di legge sono abbastanza dettagliate e vanno dall’ utilizzo di risorse “variabili” come, ad es., quelle della lotta all’ evasione dei tributi regionali al taglio delle spese per incarichi di studio, consulenze, dirigenti esterni, al reimpiego dei residui passivi ed economie di spesa non vincolate o alle risorse che possono essere liberate dal riaccertamento annuale dei residui, a maggiori contributi al Fondo sociale regionale da parte dei Comuni che non sono in condizioni finanziarie critiche, quest’ ultima è stata una delle poche disposizioni sul versante delle entrate che s’è potuta inserire nell’ articolato in quanto la Campania fa parte delle Regioni con il piano di rientro sanitario e, quindi, ha varie aliquote già al massimo.
Tuttavia, anche per le entrate occorre valutare gli spazi per l’ utilizzo delle “quote libere” (ossia non vincolate) dei vari tributi regionali.
Ad es., dalla tabella n. 49 della relazione dei revisori al rendiconto 2013 si evince che c’è una quota libera di 947.256.764,61 al netto della quota libera vincolata per la sanità.
Pensiamo che almeno il 20% delle quote non vincolate dei tributi regionali possa essere destinata al Fondo per il reddito minimo garantito.
Tuttavia, il primo presupposto per poter affrontare seriamente il problema della copertura finanziaria sia costituito dal fatto che la Regione recuperi il ritardo di rendicontazione e metta a disposizione almeno i dati di pre-consuntivo 2014.
E’ appena il caso di ricordare che la maggior parte delle Regioni hanno già approvato da mesi il rendiconto 2014 e buona parte ha ottenuto anche la parificazione delle competenti Sezioni Regionali della Corte dei conti[13], invece, nella nostra Regione soltanto in queste settimane si sta approvando il rendiconto 2013 che, quindi, non risulta nemmeno parificato.
Altro elemento per giungere ad una quantificazione delle risorse finanziarie per la copertura del R.M.G. è una precisa individuazione di quella che i compagni di San Precario chiamano la “spesa lorda”, ossia l’ impegno finanziario già sostenuto per le spese sociali e occupazionali.
Questo punto è di estrema importanza per individuare quella che dovrà essere la “spesa netta” per il R.M.G., ossia quella quota di risorse aggiuntive da destinare allo stesso.
Il R.M.G. nelle sue due componenti monetaria e delle prestazioni indirette coinvolge varie poste contabili del bilancio regionale da quelle per l’ edilizia sociale al diritto allo studio, ai fondi comunitari, alle politiche per il lavoro e a quelle sociali.
Qui facciamo l’ esempio degli stanziamenti 2015 per la “missione” 15 (politiche per il lavoro e la formazione professionale) e della “missione” 12 (diritti sociali, politiche sociali):
nel primo caso, nel bilancio di previsione 2015 c’è uno stanziamento di 204.565.190,63 milioni di euro, nel secondo caso lo stanziamento è di 198.118.063,39 milioni.
Si tratta di una prima individuazione della spesa lorda e quella netta va fatta tenendo presente la vasta platea potenziale esistente in Campania di persone a rischio che, dai dati riportati nell’ ultimo Rapporto SVIMEZ, raggiunge il 37,7%.[14]
In Campania, però, è da evidenziare un altro aspetto più marcato che altrove, ossia la scarsa capacità di spesa e questo è il terzo presupposto mancante per una discussione credibile sulla copertura.
E’ noto anche alle cronache nazionali che risultano ancora non utilizzati fondi della programmazione comunitaria 2007-13 mentre s’è ultimi nell’ approvazione dei P.O.R. 2014-2020.
Ciò è un grosso svantaggio rispetto ai possibili intrecci tra politiche passive ed attive del lavoro, inoltre scarsa è la capacità di spesa anche per quella ordinaria:
dalla citata relazione dei revisori sul rendiconto 2013 emerge che, per fare degli esempi, per le politiche giovanili sono stati impegnati appena il 5,61% delle spese previste, per le politiche del lavoro appena il 29,18% delle previsioni.
Insomma parafrasando il mantra liberista potremmo dire che per il R.M.G. in Campania “i soldi ci sono, ma vanno spesi e rendicontati”.
Non a caso, a proposito della distribuzione delle risorse del Fondo Sociale Regionale ai vari ambiti territoriali, nella relazione descrittiva si afferma che “non sembra sufficiente “ che “si adoperino soltanto i criteri della popolazione residente e dell’ estensione territoriale ignorando quello della capacità di spesa”.
Il solo annuncio della nostra iniziativa negli scorsi mesi ha già provocato, almeno in parte, una certa movimentazione del quadro politico consiliare e così nello scorso settembre il Presidente del Consiglio Regionale a settembre ha assegnato due proposte di legge d’ iniziativa consiliare contenenti misure di sostegno al reddito e firmate da alcuni consiglieri del PD e da uno di Fratelli d’ Italia[15].
Rispetto alla copertura è da notare che entrambe le proposte di legge regionale hanno una relazione finanziaria molto scarna: in quella del PD la relazione è di otto righe, in quella di Fratelli d’ Italia quattro righe.
La relazione finanziaria della proposta PD è in linea con la genericità dell’ intera legge e riflette la “concezione renziana” della democrazia dove gli organi legislativi debbono fare provvedimenti fumosi che lascino carta bianca all’ esecutivo.
A conferma della suddetta concezione, nel caso della dotazione finanziaria si afferma che essa “sarà individuata dalla Giunta Regionale”.
Nel caso della proposta di Fratelli d’ Italia, ci troviamo di fronte ad una proposta meno generica dove c’è anche una quantificazione della spesa in 100.000.000 milioni di euro per l’ “Istituzione del reddito di cittadinanza campano”.
Si tratta di uno stanziamento assolutamente insufficiente che, in realtà è di 50.000.000 milioni[16] perché altri 50.000.000 sono previsti da risorse a destinazione vincolata provenienti dal POR FSE 2014-2020.
Insomma sia la proposta del maggior partito di governo regionale che quella di un partito d’ opposizione non prevedono alcuna necessità di fondi aggiuntivi e alcun cambiamento delle politiche economiche e sociali regionali per giungere ad una vera istituzione del R.M.G. e, quindi, nessuna manovra di bilancio su fondi non vincolati per dirottare altre risorse per il sostegno al reddito.
Inoltre, nel caso della proposta PD c’è un oggettivo problema di credibilità politica viste le già citate posizioni del proprio partito a livello nazionale, principale responsabile del blocco delle proposte di legge nazionale sul sostegno al reddito e le bordate provocatorie di De Luca in campagna elettorale dove rispetto alla richiesta di reddito s’è affermato che si sarebbero date “anche briosce e cappuccino”;
la proposta di Fratelli d’ Italia ha anche evidenti problemi di costituzionalità per violazione dell’ art. 3 e provocherebbe problemi pure per la normativa comunitaria visto che uno dei requisiti è il possesso della sola cittadinanza italiana.
Insomma, analizzando il merito delle due proposte si ha l’ impressione che siano state fatte soltanto per motivi di bandiera e per non restare “scoperti” rispetto ad una proposta di legge dal basso come la nostra.
L’ ultimo punto di quelli elencati in precedenza (e non per importanza) è quello della componente non monetaria del R.M.G. cui si riferisce uno degli articoli della proposta:
si tratta di uno dei terreni più importanti per sviluppare la Confederalità sociale, ossia la saldatura degli interessi popolari del mondo del lavoro e di quello del non lavoro.
Attuare anche la parte non monetaria, fornendo un pacchetto di servizi sociali, evita di portare il R.M.G. nelle secche della flexicurity soprattutto quando essa si configura esclusivamente al ribasso come nel caso italiano dove è prassi che quando si ricorre a modelli esteri si prende soltanto ciò che è più conveniente al profitto e meglio serve ad attaccare i diritti dei lavoratori.
Brevi conclusioni provvisorie
Le conclusioni del presente commento alla proposta di legge regionale campana non possono essere che “provvisorie” almeno per due motivi:
il primo è che, come si evince dal titolo, si tratta di un’ esperienza “in corso” che chiuderà la sua prima fase a febbraio col termine del periodo della raccolta firme e il relativo deposito alla segreteria del Consiglio Regionale;
il secondo motivo, è che il buon esito dell’ iniziativa dipende non soltanto dai rapporti di forza che riusciremo a costruire ma anche dalla bocciatura o meno della riforma costituzionale di taglio centralistico-autoritario in avanzata fase di discussione in Parlamento dove la legislazione esclusiva statale verrà sensibilmente aumentata anche nel campo delle politiche del lavoro a scapito delle competenze regionali allontanando, così, sempre più le controparti dal territorio.

* Comitato Regionale per l’ istituzione del Reddito Minimo Garantito in Campania. attivista sindacale Usb

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[1] Il tetto di almeno 10.000 firme per le proposte di legge ad iniziativa popolare è previsto dall’ art. 12 dello Statuto della Regione Campania.
[2] Il riferimento è, ad es., all’ andamento della seduta n. 501 del Senato svoltasi il 9 settembre dove parlamentari di SEL e Cinque Stelle hanno chiesto la calendarizzazione del dibattito per le proposte di legge sul reddito minimo garantito prima dell’ avvio della sessione di bilancio, ossia prima del 15 ottobre. – La richiesta è stata respinta a maggioranza col voto determinante del PD.
[3] L’ aspetto “vertenziale” della nostra campagna si va sviluppando parallelamente alla raccolta firme come dimostra la manifestazione regionale fatta lo scorso 11/12 conclusasi sotto la sede della Giunta Regionale, insieme a disoccupati, comitati di quartiere, occupanti di case, studenti, lavoratori del sindacalismo conflittuale, Centri sociali. – A fine manifestazione una delegazione è stata ricevuta dallo staff del Presidente della Giunta De Luca e s’è strappato un verbale dell’ incontro in cui la Regione s’ impegna a convocare un tavolo di confronto su reddito, occupazione, diritto all’ abitare.
[4] Così Elena Monticelli su sbilanciamoci.info
[5] Cfr. Rapporto 2014 dell’ Osservatorio Nazionale dei Distretti italiani, tab. 7: “Le esportazioni delle principali province esportatrici verso l’ Unione Europea a 28 Paesi”
[6] Cfr. Rapporto SVIMEZ 2015 dall’ Introduzione e sintesi del Rapporto pag., 31.
[7] Cfr. Rapporto citato dalla scheda regionale della Campania.
[8] Cfr. Rapporto SVIMEZ, introduzione e sintesi pagg. 6-7
[9] Nella prima pagina della relazione descrittiva si afferma:“Pensiamo che il reddito minimo non sia un provvedimento assistenziale ma parte integrante di una politica economica espansiva che miri a rilanciare la domanda interna rivedendo anche il vincolo del Patto di stabilità interno”
[10] Dati riportati nel pluricitato Rapporto SVIMEZ, pag. 14
[11] Così per le leggi d’ iniziativa popolare nazionali (art. 49 L. n. 352/1970) e per quelle della Campania (art. 12, co.1, Statuto)
[12] Si tratta di fondi previsti dalle leggi regionali n. 14/2009 (art. 10) e n. 1/2012 (art. 37)
[13] Anche a livello di Regioni meridionali la Campania è un fanalino di coda in quanto per Molise, Puglia, Basilicata e Calabria è stata già deliberata la parificazione del rendiconto 2014 da parte delle competenti Sezioni Regionali di controllo della Corte dei conti.
[14] Il dato è un’ elaborazione SVIMEZ sui dati ISTAT relativi all’ “Indagine sui redditi e le condizioni di vita”
[15] La proposta di legge del PD è stata firmata dai consiglieri Daniele, D’ Amelio e Marrazzo, quella di Fratelli d’ Italia da Gambino.
[16] In realtà, si tratta di uno stanziamento inferiore anche a quello della legge regionale del 2004 che, in media, ha comportato, per la parte monetaria del R.M.G., una spesa annua di 77 milioni (il dato è riportato nel Piano Sociale Regionale 2013-15 approvato con deliberazione di Giunta n. 134 del 27/05/2013)

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