COP21 – “the world is not a project” di Riccardo Bottazzo

Pubblicato: 3 dicembre 2015 in Riflessioni, Senza categoria
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A starli a sentire, pare davvero che i cambiamenti climatici siano in cima alle loro preoccupazioni. Proprio come il terrorismo. Solo che i cambiamenti climatici non li puoi bombardare, e le soluzioni capaci di fermare il riscaldamento globale – le soluzioni vere, intendo – passano attraverso la realizzazione di una democrazia dal basso e di un cambiamento radicale del nostro modello di civiltà, non più basato sul consumo ma sui diritti, di cui sono loro il primo ostacolo. I leader mondiali riescono a contraddire se stessi anche solo passando da un microfono all’altro; da una conferenza stampa dove annunciano svolte green e quella dove spiegano la necessità di combattere il terrorismo distribuendo bombe e democrazia sui vari califfati. Senza considerare che guerre e bombardamenti sono tutto tranne che… eco compatibili! Oltre che morti, fame e povertà producono pure Co2 e finanziano una industria bellica che non gode certo del bollino verde!
Il problema è, che nessuno di quei politici che oggi sono lì “per decidere come salvare la terra”, per dirla col francese François Hollande, ha una aspettativa di vita (politica) superiore ai due o tre, massimo, mandati. Le decisioni che la storia li chiamerebbe a prendere risulterebbero decisamente impopolari ed in aperto contrasto con quegli stessi poteri forti che li hanno messi sulla poltrona. Nessuno di loro ha voglia, o levatura politica e culturale, di giocarsi le prossime elezioni sostenendo, al di là delle dichiarazioni di intenti, le battaglie necessarie a contenere la temperatura mondiale entro i 2 gradi entro anno 2070.
Alla fine dei conti, la strategia economica delle grandi potenze, fatto salvo qualche concessione alle Green Economy (finché il settore “tira”), non è poi così distante da quella dell’Isis, l’ultima reincarnazione del braccio violento del capitalismo: vendere e acquistare petrolio, finché ce n’è. E se le riserve sono in scadenza… motivo di più per farne alzare il prezzo. Economico, politico e militare. E qui ci sta tutto il divario tra chi gioca in borsa e chi no, tra i ricchi ed i poveri della terra, tra chi ha e chi non ha. I primi sono i principali responsabili delle emissioni che stanno massacrando tutto il vivente di questa terra. I secondi ne pagano le conseguenze e non hanno nessuna intenzione di fermarsi, senza adeguata contropartita, sulla strada per quel modello di “sviluppo” del quale abbiamo già visto gli effetti e che, loro credono o sperano, li porterà prima o poi ad entrare nel club dei ricchi.
Il problema è stabilire il prezzo. L’inquinamento è una merce come le altre. Questo è l’unico accordo che verrà siglato a Parigi: quanto i Paesi ricchi daranno ai Paesi poveri per poter continuare ad inquinare come prima. Perché nessuno del membri dell’esclusivo Vip Club, mette realmente in discussione lo stile di vita proprio e dei propri elettori.
Mettiamoci in testa che quello che sta passando per Parigi, non è l’ultimo treno per fermare i cambiamenti climatici. Quello è già partito venti o trent’anni fa e non è più passato per nessuna stazione. Oggi, la mutazione del clima è una realtà con la quale bisogna convivere. Il punto della questione è quanto salato sarà il conto e chi dovrà rimetterne le spese. E facciamo attenzione che il conto potrebbe essere così salato da rivelarsi insostenibile per l’intera civiltà umana, oltre che per tante altre specie animali e vegetali della terra. Siamo alla svolta: apocalisse o rivoluzione. E’ su questo treno che dobbiamo salire. Come ha affermato il presidente boliviano, Evo Morales, una delle poche voci fuori dal coro “aspetta e spera” dei leader mondiali, è la shock economy, l’economia che trasforma i disastri in capitale, e non il clima, che dobbiamo combattere. “Il capitalismo – spiega il presidente indigeno – provocherà la scomparsa della vita sul pianeta”.
A Parigi si cercano soluzioni, ma l’unica soluzione è quella di riscrivere il significato del concetto di “economia” allacciandolo a vincoli di sostenibilità e di giustizia. Perché, come sostiene Naomi Klein, la crisi climatica è anche una crisi morale. “Ogni volta che i governi dei paesi ricchi evitano di affrontare il problema, dimostrano che il nord del mondo sta mettendo i suoi bisogni e la sua sicurezza economica davanti alla sofferenza di alcuni dei popoli più vulnerabili della Terra”. Non è un caso quindi che a Parigi nessun microfono sia stato offerto e nessun palco abbia ospitato i portavoce di quei popoli che già subiscono le conseguenze dei cambiamenti climatici e che già hanno pagato le spese di un nuovo stile di vita: i migranti climatici. Loro – gli unici che avrebbero avuto tutte le carte in regola per spiegare perché è necessario costruire una diversa economia – non hanno avuto voce nei palchi parigino.
Chi ha provato a manifestare in nome loro, è stato picchiato ed arrestato. Come se fossero loro, gli ambientalisti, gli amici dei “terroristi islamici” e non piuttosto questa economia capitalista che alza il prezzo dei combustibili fossili proprio perché sono in esaurimento, invece di puntare a nuove energie rinnovabili e pulite ma che non danno gli stessi interessi in borsa.
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