LA DEBOLEZZA DELLA RAGION DI STATO di Fabio Mengali

Pubblicato: 22 ottobre 2015 in Politica, Riflessioni
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fonte: GLOBAL PROJECT – Bologna e Roma sono state palcoscenico di inquietanti dimostrazioni dell’uso pubblico della forza. Prima gli studenti caricati di fronte all’Università – per aver avuto l’arroganza di chiedere di entrare nel loro Ateneo senza pagare l’ingresso della Maker Faire – e gli idranti sulla folla. Poi lo sgombero di via Solferino a Bologna. Di nuovo, lo sfratto forzato dell’Ex Telecom occupata a pochi giorni di distanza con tanto di cariche della polizia contro il presidio di solidarietà. Contemporaneamente, a Roma si usano gli idranti – ormai a disposizione della polizia come se dovessero spegnere continui incendi – sul presidio convocato a Porta Pia dagli occupanti di casa, anch’esso in solidarietà alla palazzina occupata di Bologna.
Cosa sta succedendo in Italia? Già pochi anni fa un’offensiva in tal modo sproporzionata e irrazionale nella gestione delle piazze e delle istanze di lotta sarebbe stata inconcepibile. Dopo anni di assenza di movimenti moltitudinari con un’attitudine maggioritaria, benché esistano le pratiche di resistenza e di alternativa nei territori, l’aggressione giuridica e poliziesca che gli attivisti delle strutture di movimento, i lavoratori e chi scende in piazza subiscono, sta effettivamente mutando lo scenario italiano nei termini dell’agibilità dello spazio di movimento. Oltre all’uso della forza militare, dalla fine dell’estate si susseguono notizie di misure cautelari e di limitazione della libertà personale (Val Susa, Torino, Bologna, Treviso), con un accento particolare sui divieti di dimora ed i fogli di via. Il dissenso, la parola degli oppressi che frantuma la normalità del potere, deve essere respinto dalle città, luogo purificato dalle variabile del conflitto sociale non previsto dallo schema dellagovernance territoriale. Il messaggio è chiaro, soprattutto quando la contestazione riguarda il Partito della Nazione.
Eppure, possiamo identificare una sorta di tratto comune, pur considerando le specificità, nei territori in cui si verifica – al di là di qualsiasi valutazione di legittimità sulle conseguenze giudiziarie delle azioni di movimento, che non ne hanno mai – la rottura del principio di proporzionalità e il superamento dei metodi d’ingaggio di piazza precedenti. Roma è una città commissariata de facto, tanto che il sindaco Marino ha inoltrato le procedure per le proprie dimissioni; Renzi stesso ha relegato la gestione della città dal punto di vista economico e sociale nelle mani del Prefetto, un giusto governo di transizione e emergenziale verso il Giubileo 2016. Prefettura e di conseguenza Questura non hanno alcuna linea di continuità con l’indirizzamento politico del Comune, ormai svuotato di qualsiasi autorità. Lo stesso si può dire di Bologna, dove oltre alla Questura e alla Prefettura si aggiunge la Procura, che ha addirittura aperto un’inchiesta su Merola dopo il riallacciamento dell’acqua alle occupazioni abitative. Insomma, c’è un vuoto di governo nelle due città dove si sono verificati gli episodi inquietanti di questa settimana. Il commissariamento dei sindaci arriva da quelle istituzioni che compongono la governanceassieme al Comune e la sua origine non deriva da una spinta, per così dire, dovuta alle forze politiche di opposizione al PD: è lo stesso Partito Democratico, o dalla segreteria nazionale o da quelle locali, che in qualche modo inficia l’attività amministrativa e politica del loro delegato. Allo stesso tempo ciò che è accaduto a Treviso in estate ricalca il medesimo schema, ma con attori e direzioni opposte. La mala gestione della Prefettura dell’accoglienza ai profughi di Treviso stata notata dal governo che subito ne ha dimesso la Prefetta, colpevole di aver esposto la strategia di Renzi alle polemiche destre e alle reazioni fasciste dei gruppuscoli di Forza Nuova. Qui è intervenuta la mano di Zaia e della Regione, che tramite la Questura ha fondamentalmente esautorato il Prefetto permettendo ai fascisti di Quinto di rimanere impuniti (dopo aver dato alle fiamme il mobilio dello stabile e aver bloccato il trasporto degli alimenti) e di operare il trasloco dei profughi nella Caserma Serena; così come ha fatto in modo che qualsiasi rivendicazione di accoglienza degna fosse repressa, come dimostra l’arresto, i fermi ed i fogli di via per gli attivisti che hanno protestato con un sit-in. Anche qui il governo comunale rimane statico, preso nella tenaglia tra Regione, Questura e Ministero degli Interni. Ovviamente con questa analisi molto veloce non vogliamo togliere dalle loro responsabilità i sindaci e le amministrazioni comunali, che ponderano molto bene la scelta di non fare politica, di ergersi per la difesa dei più deboli, gestendo (male) l’esistente.
Laddove si verifica questo vuoto di governo, si fanno avanti coaguli di potere che si esprimono con l’autoritarismo e le risposte poliziesche. Tale vuoto non si verifica soltanto per una debolezza amministrativa, ma è il risultato di scelte amministrative che intaccano  l’equilibrio della governance; un equilibrio multilivello che tiene assieme piano e istituzioni locali con quelli nazionali e sovranazionali. Non è un caso che nelle amministrazioni dal pungo duro, come le tante  occupate in Veneto dalla Lega che non a caso guida la Regione, i Comuni abbiano ancora un rapporto di forza con Prefetture e Questure. Laddove tutto ciò non si verifica, la risposta ai movimenti sociali è l’uso della forza: perché questo tipo di istituzioni sono sensibili in maniera diversa all’opinione pubblica e ancor di meno al consenso elettorale. In generale, è molto facile che il vuoto politico si verifichi a causa dei vincoli del pareggio di bilancio a cui sono costrette le amministrazioni, relegando il loro ruolo all’emanazione di ordinanze per il decoro urbano e sui comportamenti delle persone (studenti, giovani, migranti, donne in primis) o alla ratifica di progetti urbanistici per gli interessi della rendita delle grandi aziende (prime fra tutti gli appalti dei servizi e le costruzioni immobiliari). Su tutto il resto, se i Comuni non danno una risposta forte compatibile con la governance, vengono immediatamente esautorati. E subentra il governo dei manganelli e degli sgomberi. Le forze di polizia sono del resto l’ultimo segno dello splendore della Ragion di Stato che rimane completamente nelle mani di alcune istituzioni sul suolo nazionale, la cui decisione sul loro dispiegamento non è ancora demandata a dimensioni sovranazionali legate alla finanza. E’ il margine di autonomia che all’interno dell’Impero Europa comandato da Bruxelles, Francoforte e Berlino viene concesso alle contee periferiche degli Stati-nazione. L’ultimo barlume di questa Ragion di Stato indubbiamente si sente sui corpi di coloro che vuole mettere a tacere, non nasconde la sua potenza. Ma ne è anche il segno della debolezza, dell’attuazione di una decisione politica lineare, monopolare e continuativa.
All’interno di questo campo di gioco-forza possono certamente esistere delle eccezioni, e ce ne sono sia nel panorama a destra che in quello sedicente di sinistra. Ma il problema rimane: come intervenire direttamente sul governo della città per i movimenti sociali? Come invertire la rotta della nuova gestione della piazza? E’ più che mai necessario rimettere in moto l’efficacia delle pratiche del conflitto e della sua massificazione, nonché degli istituti che trasformano molecolarmente la società – quali il mutualismo dei servizi, i luoghi decisionali dal basso dei territori. Perché per evitare una perenne esautorazione con uno stato di emergenza infinito, è necessario che il vuoto di potere sia occupato da chi lo crea dal basso e che viva costantemente, ossia che non si esaurisca nel tempo della delega della rappresentanza. Per fare un esempio oltre i nostri confini, le amministrazioni di Madrid e di Barcellona (che godono di uno statuto di comunidad autonoma differente dalla gerarchia italiana tra enti locali e statali) evidenziano la necessità, vissuta in primo luogo nella campagna elettorale, delle assemblee territoriale di decisione, con gli sfrattati, i precari e le mareas attorno al welfare pubblico. Questa dovrebbe essere la condizione sine qua non per la quale anche la presa del governo istituzionale della città può aver senso in maniera tattica (e mai strategica). Altrimenti, l’ombra delle decisioni autoritarie è sempre dietro l’angolo.

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