Che cosa significa il Premio Nobel in Tunisia?

Pubblicato: 12 ottobre 2015 in Riflessioni
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di Lorenzo Fe – globalproject – In occasione della morte del Premio Nobel per la Pace Nelson Mandela, Slavoj Zizek scrisse un articolo provocatoriamente intitolato: “Se Nelson Mandela avesse vinto davvero, non sarebbe universalmente considerato un eroe”. Il grande militante anti-capitalista sudafricano riuscì infatti a salvare il Sud Africa dalla guerra civile e da possibili restaurazioni autoritarie, ma al prezzo di abbandonare la realizzazione delle promesse di giustizia sociale al centro della lotta contro l’apartheid.
Il 9 ottobre il “Quartetto” ha ricevuto il Premio Nobel della Pace per il successo della “transizione democratica” in Tunisia. I componenti del quartetto sono la più grande centrale sindacale del paese (UGTT), l’associazione di rappresentanza padronale (UTICA), la Lega Tunisina de Diritti dell’Uomoe l’Ordine degli Avvocati.
Il Quartetto gestì il Dialogo Nazionale che permise al paese di uscire dalla grave crisi politica tra governo islamista e opposizione modernista scoppiata in seguito agli assassinii jihadisti del leader Marxista Choukri Belaid e del nazionalista di sinistra Mohamed Brahmi. Il Quartetto riuscì a portare governo e opposizione sul tavolo delle trattative, stilando un calendario per la promulgazione della nuova Costituzione, le dimissioni dell’esecutivo islamista e l’organizzazione di nuove elezioni. Un vero capolavoro di strategia politica che scongiurò i rischi di uno scenario egiziano di massacri e ritorno a una dittatura ancora più repressiva della precedente.
Nonostante l’immagine di facciata, la vera leadership del Dialogo Nazionale è sempre stata nelle mani dell’UGTT. Lo storico sindacato è la più grande organizzazione nazionale in termini di iscritti, forte della legittimità rivoluzionaria conferitagli dal ruolo cruciale che i suoi militanti di base di estrema sinistra hanno giocato nello scontro tra insurrezione popolare e regime.
Tuttavia, dopo la rivoluzione l’UGTT si è ritrovata indebolita dal conflitto interno tra “militanti” e “burocrati”, dalla vittoria elettorale della destra islamista sostenuta da Qatar e Turchia e soprattutto dallo stretto controllo sulla politica economica imposto dalle organizzazioni finanziarie internazionali tramite il ben noto strumento del debito pubblico.
Di fronte a tale congiuntura e agli attacchi terroristici contro la sinistra, la leadership dell’UGTT ha ritenuto necessario entrare in un’alleanza strategica con il padronato e con la classe politica del vecchio regime in modo da ergersi a baluardo contro la destra islamista da un lato e scongiurare il rischio di un colpo di stato dall’altro. Per poter fare ciò, ha dovuto sacrificare in gran parte la lotta per alcuni obiettivi chiave della rivoluzione: la giustizia sociale e la pulizia dell’apparato statale dagli elementi del vecchio regime.
Mohamed Brahim Bourghida, militante di base della sinistra UGTT, commenta: “Il Premio Nobel è un segnale positivo in quanto riconosce il ruolo dell’UGTT nella mediazione democratica. Ma non bisogna dimenticare che è anche una consacrazione dell’alleanza contro natura tra sindacato e padroni, che nel Dialogo Nazionale ci sono state forti ingerenze da parte delle potenze occidentali e che ad essere premiato è il versante conservatore dell’UGTT piuttosto che quello rivoluzionario”.
Oggi il governo in carica continua a seguire fedelmente le politiche di FMI e Banca Mondiale, gli uomini d’affari corrotti della cricca di Ben Ali stanno venendo riabilitati, gli oneri per il pagamento del debito pubblico aumentano, la disoccupazione giovanile è più alta rispetto a prima della rivoluzione e il cinismo prevale tra i giovani dei quartieri e i militanti politici che nel gennaio 2011 furono in prima linea.
In ultima analisi, il Premio Nobel per la Pace premia la leadership dell’UGTT per essersi piegata a un rapporto di forza globale sfavorevole al raggiungimento degli obiettivi della rivoluzione. A giudicare dagli amari esiti delle rivolte arabe negli altri paesi, è probabile che l’UGTT non avesse scelta e che abbia preso la decisione più saggia.
Ma è veramente qualcosa per cui valga la pena di festeggiare? Oggi come non mai è importante continuare a sostenere le lotte globali per i diritti e la dignità, evitando di compiacersi della “santificazione” delle conquiste ottenute.

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