L’INTERVISTA Walter Operto… “Hanno ammazzato Che Guevara”

Pubblicato: 9 ottobre 2015 in L'intervista, Notizie e politica, Ricordo
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fonte: IL MANIFESTO (2013)

Walter Operto fu il primo giornalista ad arrivare in Bolivia dopo la morte di Ernesto. Dicevano di averlo ucciso in combattimento e invece scoprì che lo avevano catturato e giustiziato per ordine della CIA. Il piano era che il mondo si dimenticasse di lui e invece sollevarono la sua bandiera e lo resero immortale

8587102a048922251446bf846bbe6a0285f02c39fc652cb804dd0b88In un giorno qual­siasi della pri­ma­vera argen­tina è arri­vato a Bue­nos Aires Wal­ter Operto, un signore ele­gante e sereno, che gli appas­sio­nati di tea­tro rico­no­scono per essere uno dei più sti­mati dram­ma­tur­ghi di que­ste terre. Pochi però sanno che quasi cinquant’anni fa, fu anche il gior­na­li­sta che sco­prì e denun­ciò l’omicidio di Erne­sto Che Gue­vara, smen­tendo la ver­sione uffi­ciale per cui il leg­gen­da­rio guer­ri­gliero era morto com­bat­tendo con­tro l’esercito boliviano.

Quanti anni ha, Walter?

76. Sono nato in pro­vin­cia di Rosa­rio, da due con­ta­dini piemontesi.

Quando naque la sua pas­sione per il giornalismo?

Fu più che altro una neces­sità. Io scri­vevo rac­conti, versi, cer­cavo lavoro e nel ’54 un gruppo di poeti mi fece entrare in un quotidiano.

Quando arrivò alla rivi­sta Asì?

Nel ’62. A Rosa­rio non c’erano pra­ti­ca­mente più gior­nali, erano fal­liti tutti, allora mi tra­sfe­rii a Bue­nos Aires.

Che taglio edi­to­riale aveva la testata?

Era una rivi­sta popo­lare nel senso migliore del ter­mine. All’epoca il pero­ni­smo era proi­bito. Era una brutta parola dire “Peron”, “Viva Peron”, “pero­ni­sta”, potevi essere arre­stato. La rivi­sta Asì si occu­pava di pro­blemi sociali. Le pro­te­ste dei lavo­ra­tori dello zuc­chero. Le lotte dei preti ter­zo­mon­di­sti e poi qual­che noti­zia di cro­naca. Era la più letta del Paese.

Come arrivò in reda­zione la noti­zia della morte di Erne­sto Che Guevara?

Nell’ottobre del 1967 sta­vamo seguendo con atten­zione la Boli­via per­ché era nata una guer­ri­glia di tipo foco­lai­sta (Che Gue­vara teo­rizza ne La Guerra di Guer­ri­glia che sia pos­si­bile inne­scare una rivo­lu­zione anche par­tendo da un pic­colo foco­laio ribelle, ndr) nel dipar­ti­mento del Beni, la zona con­ta­dina del Paese. Sape­vamo che erano braccati.

Sape­vate anche che tra loro c’era Che Guevara?

No, non lo sospet­ta­vamo nep­pure. Alla testa c’erano i fra­telli Inti e Coco Peredo del Par­tito Comu­ni­sta Boli­viano. Allora l’ubicazione del Che era sco­no­sciuta e causa di ipo­tesi di ogni tipo, anche com­ple­ta­mente inve­ro­si­mili, come che Fidel lo tenesse pri­gio­niero o che fosse morto in Congo. La noti­zia della sua pre­senza in Boli­via si apprese solo dopo l’ultimo com­bat­ti­mento, l’8 otto­bre, quando dis­sero che era stato fatto prigioniero.

Quale fu la vostra reazione?

Il diret­tore, mi asse­gnò un foto­grafo, Hugo Laza­ra­dis, e mi disse che dovevo andare in Boli­via. Chiamò anche Miguel Fitz­ge­rald, che pilo­tava il pic­colo Ces­sna del gruppo edi­to­riale, e 5 ore dopo vola­vamo verso la frontiera.

Vi ha man­dato per­ché dif­fi­dava della ver­sione ufficiale?

No, per niente, solo per­ché era una noti­zia rile­vante. Arri­vammo a Valle Grande, in Boli­via, senza mappa, atter­rammo in cam­petto da cal­cio e appren­demmo che c’erano novità: Erne­sto era morto.

Era il posto in cui l’Esercito boli­viano aveva fatto base per dare la cac­cia al Che?

Si. Il coman­dante in capo era il colon­nello Zen­teno Anaya. Il gruppo che alla mat­tina aveva com­bat­tuto nella Gola del Yuro (dove cadde Erne­sto, ndr), era agli ordini del capi­tano Gary Prado. Que­sti però erano ancora nella selva, inse­gui­vano i guer­ri­glieri sopravvissuti.

Qual è stata la prima cosa che ha fatto, una volta arrivato?

Par­lare con Zen­teno Anaya. Sono andato alla caserma, i Ran­gers erano un corpo d’elité dell’Esercito boli­viano, adde­strati in USA. Ave­vano armi moderne, grande pre­stanza fisica.

E Zen­teno Anaya che le disse?

Che Gue­vara si era con­se­gnato dopo essere stato ferito da una raf­fica di mitra, alzando una ban­diera bianca e gri­dando: «Non ucci­de­temi, sono Erne­sto Che Gue­vara e per voi valgo più da vivo che da morto». Poi mi disse che alcuni dei suoi sol­dati erano stati feriti e gli chiesi di poterli vedere, ma negò che fos­sero ancora lì. Disse che erano tutti a La Higuera, nella scuola in cui era stato espo­sto anche il cada­vere del Che.

C’erano altri gior­na­li­sti con voi?

C’era solo il mio foto­grafo. Dopo aver par­lato col colon­nello, andammo a cer­care il medico che aveva fatto l’autopsia sul cada­vere, il dot­tor Mar­ti­nez Caso. Volevo che mi descri­vesse le ferite. Mi rac­contò che Erne­sto era stato col­pito a un fianco, alle gambe, alla spalla, e all’altezza del capez­zolo sinistro.

Il cuore?

Si, il cuore. Il foro era di un cali­bro diverso dagli altri. Quella era stata la causa della morte. Come poteva aver detto «non ucci­de­temi», con una ferita del genere? Lì nac­que il sospetto che non fosse morto in com­bat­ti­mento. E il dot­tore mi diede l’informazione che poco prima mi aveva negato Zen­teno Anaya. Mi disse: non avete par­lato con i sol­dati che hanno com­bat­tuto nel Yuro? No, gli risposi io, dove sono? E lui mi disse che i feriti erano all’ospedale Señor de Malta, poco lon­tano da lì. A quel punto ci rag­giunse Chou­zi­nho, un came­ra­man argen­tino cor­ri­spon­dente della Colum­bia Tele­vi­sion Color sta­tu­ni­tense. Gli rac­con­tai quello che sapevo e deci­demmo di andare all’ospedale. Per con­vin­cere le guar­die a lasciarci pas­sare, fin­gemmo di essere mili­tari. Siamo arri­vati con passo deciso e abbiamo dato il buon­giorno con tono mar­ziale. I sol­dati si sono aperti senza bat­tere ciglio. Ave­vamo i nomi dei sol­dati Cho­que, Taboada, Paco e Gime­nez e appena entrati in cor­tile dissi: «Infer­miera! Dov’è il sol­dato Cho­que?». Lo tro­vammo in una gran came­rata, insieme agli altri feriti. Gli chiesi se fosse stato al Yuro e se avesse visto Erne­sto. Mi disse di averlo visto vivo e ferito e mi con­fermò che si era arreso. «Quando l’hanno ucciso?», gli chiesi allora. «Il giorno dopo, signore — mi rispose lui — gli hanno spa­rato». Tutti gli altri tre sol­dati feriti ripe­te­rono la stessa versione.

I sol­dati dell’ospedale erano pre­senti quando lo uccisero?

No. Ma sape­vano che l’avevano giu­sti­ziato. Prima mi dis­sero che era stato un sot­tuf­fi­ciale e io attri­buii il gesto a Gary Prado. Poi si sco­prì che era stato il tenente Mario Teran.

E poi cosa successe?

Entrò un infer­miere men­tre Chou­zi­nho fil­mava e Laza­ra­dis faceva foto. Si rese conto che c’era qual­cosa che non andava e diede l’allarme. Noi scap­pammo dalla porta sul retro e cor­remmo fino al Ces­sna che ci aspet­tava sul cam­petto. Quando Fitz­ge­rald ci vide arri­vare cor­rendo, mise in moto e fuggimmo.

Quanto tempo rimase in tutto a Valle Grande?

Non più di quat­tro ore. Forse meno. Ho scritto il pezzo sull’aereo men­tre tor­na­vamo a Bue­nos Aires. Avevo l’esclusiva sull’omicidio del Che. Il gior­nale fece uscire un’edizione straor­di­na­ria. Il pre­si­dente boli­viano, il Gene­ral Bar­rien­tos, con­vocò una con­fe­renza stampa per smen­tirci e con­fer­mare la morte in com­bat­ti­mento. Disse che era­vamo gior­na­li­sti pagati dalla guer­ri­glia. 72 ore dopo, i fil­mati di Chou­zi­nho sta­vano cir­co­lando sulle TV ame­ri­cane e non era più pos­si­bile negare.

C’è una foto di Che Gue­vara in manette men­tre lo por­tano dal Yuro a La Higuera. Chi la scattò? Quando comparve?

Credo uno dei foto­grafi dell’Esercito boli­viano. La foto com­parve in seguito, come parte di quella che potremmo chia­mare l’industria del Che. Quando noi arri­vammo a Valle Grande, il foto­grafo dei matri­moni della città stava già ven­dendo le famose foto del cada­vere con gli occhi aperti, espo­sto a La Higuera.

Prima della morte del Che, il suo mito esi­steva già?

No, fu una cosa suc­ces­siva. La ban­diera di lotta nac­que con la sua morte.

Quando la invia­rono in Boli­via, lei ammi­rava Che Guevara?

Si, per me era un esem­pio di lotta lati­noa­me­ri­cana. Fu il primo a ripren­dere il con­cetto di un’America Latina unita.

Per­ché crede che l’abbiano ucciso?

Ho una teo­ria per­so­nale. Pochi giorni prima della sua caduta, furono pro­ces­sati in Boli­via Ciro Bustos, il pit­tore argen­tino e con­tatto in Europa dei guer­ri­glieri, e Regis Debrais, intel­let­tuale fran­cese e amico del Che (non­ché autore di un manuale di guer­ri­glia). Il tri­bu­nale si riempì di gior­na­li­sti e il governo boli­viano subiva forti pres­sioni inter­na­zio­nali, per­ciò fece libe­rare entrambi. Quando fu cat­tu­rato il Che chiese a Gary Prado se anche lui sarebbe stato messo a pro­cesso. Il coman­dante gli disse di sì, per­ché era con­vinto che quella fosse la deci­sione dei suoi supe­riori. Poi, la CIA e i boli­viani si resero conto che il giu­di­zio si sarebbe tra­sfor­mato in uno spa­zio di pro­pa­ganda della Rivo­lu­zione Cubana e delle idee gue­va­ri­ste. Per lo stesso motivo, fecero spa­rire il cadavere.

Per­ché crede che la guer­ri­glia del Che abbia avuto tante dif­fi­coltà in Bolivia?

Il Che era stato messo in guar­dia su que­sta pos­si­bi­lità. Prima di accen­dere il foco­laio ribelle lui Fidel Castro ne par­la­rono con Monje, il segre­ta­rio del PC Boli­viano e que­sti disse che la zona scelta era sba­gliata. Che non c’era suf­fi­ciente svi­luppo poli­tico affin­ché i valori della rivo­lu­zione potes­sero essere accolti. La zona giu­sta, secondo lui, era quella delle miniere, dove però il PC non aveva qua­dri, era ter­ri­to­rio del MNR, il Movi­mento Nazio­na­li­sta Rivo­lu­zio­na­rio. Ma il Che era un tipo osti­nato e partì comun­que. Si scon­trò con il rifiuto del contado.

Alcuni dei suoi com­pa­gni di lotta si sen­ti­rono abban­do­nati anche da Fidel Castro.

Que­sti discorsi fanno parte della novel­li­stica anti-cubana e anti-castrista, non sono reali. Il Che e gli altri sta­vano cer­cando di uscire della Boli­via con l’aiuto di Cuba. Comba, il suo luo­go­te­nente fuggi gra­zie a Fidel.

Ma Beni­gno si sentì offeso quando Erne­sto gli chiese di morire per la Rivo­lu­zione cubana nel Yuro. Cre­deva che li aves­sero traditi.

Que­sto è quello che pen­sava lui. Ma con la sua richie­sta Erne­sto dimo­strò di essere con­vinto del contrario.

E lei come si sentì quando sco­prì che l’avevano ucciso?

Tri­ste ed arrab­biato. In uno degli arti­coli, scrissi: «E nono­stante que­sto la terra non ha tre­mato, il cielo non si è oscu­rato. Nulla di quello che cre­devo sarebbe suc­cesso dopo la sua morte è acca­duto». Ma mi sba­gliavo, il suo fu un fal­li­mento mili­tare, ma un trionfo delle idee.

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