L’INTERVISTA FUNKY TOMATO: “Coltivare pulito per pagare le persone in maniera pulita”

Pubblicato: 22 settembre 2015 in L'intervista
Tag:,

Aiutare chi coltiva in maniera pulita ed altrettanto pulitamente pagare le persone che lavorano a lla cura dei campi ed al raccolto ”, così Sabino Berardino sul sito del noto giornalista enogastronomico Luciano Pignataro descrive in poche parole Funky Tomato. Noi abbiamo voluto sentire i protagonisti dell’impresa legale che segue le pratiche dell’agricoltura naturale in due territori ad alto sfruttamento della terra e dei lavoratori agricoli: la Puglia e la Basilicata.

Cosa è Funky Tomato? Funky Tomato è un progetto di produzione di pomodori e conserve di pomodoro
realizzato tra la Puglia e la Basilicata: un’impresa legale in un territorio ad alto sfruttamento, nata dalla volontà di dare una risposta – piccola ma di qualità – allo sfruttamento dei braccianti migranti impiegati nella produzione del pomodoro da industria tra il Foggiano e il Nord della Basilicata. I braccianti in questa zona abitano in casolari abbandonati senza luce, acqua e servizi igienici, lavorano a cottimo e sono obbligati a lavorare con la mediazione dei caporali. Non ci sono servizi per loro, non c’è impegno per risolvere la loro situazione abitativa, per contrastare lo sfruttamento del lavoro, per fornire loro trasporti pubblici in modo che non debbano dipendere dai caporali. La loro presenza viene sfruttata da molte aziende agricole per risparmiare sui costi del lavoro.
Come e quando nasce il progetto? Il progetto nasce a partire dalle attività di alcune associazioni – Osservatorio Migranti Basilicata e Fuori dal Ghetto – attive soprattutto nella zona Nord della Basilicata e impegnate nel supporto ai braccianti, originari soprattutto dell’Africa Occidentale, e che si spostano in questa zona per la raccolta del pomodoro da industria, tra agosto e ottobre (ma anche in maggio-giugno per la piantumazione e la zappatura dei pomodori). Queste associazioni forniscono servizi e informazioni ai braccianti e, dal 2013, organizzano una scuola di italiano nelle campagne di Boreano, una delle contrade rurali nelle quali i braccianti abitano durante la stagione di raccolta. Da queste attività sono nate anche piccole esperienze di rivendicazione di diritti da parte dei braccianti; inoltre, alcuni lavoratori sono riusciti a trovare un’abitazione nei centri abitati, in modo da sfuggire alla situazione di ghettizzazione. Da un paio d’anni, queste associazioni sperimentano progetti di agricoltura solidale che coinvolgono un piccolo numero di braccianti provenienti dal Burkina Faso: dapprima (2013) con la produzione dei “pomodori solidali di Boreano”, poi (2014) con la “salsa Barkafoo”. Durante la sperimentazione di questi progetti, queste associazioni hanno incontrato dei compagni di strada: contadini che non vogliono sfruttare i lavoratori migranti, “Medici per i diritti umani”, la società “Ponte di Archimede”, che sostiene progetti rurali e artigianali attraverso un supporto culturale e nella commercializzazione, e così è nato il progetto “Funly Tomato”, che stiamo realizzando in questi mesi.
Quali sono i territori interessati dal progetto? I pomodori vengono coltivati in due aziende: una a Palazzo San Gervasio
(Potenza), l’altra a Cerignola (Foggia), in due piccoli appezzamenti. I pomodori verranno trasformati presso il laboratorio dell’agriturismo “Bioagrisalute” a Cancellara (PZ), un’altra azienda che da anni produce rispettando i criteri dell’agricoltura biologica e dell’economia solidale. I braccianti coinvolti verranno pagati in regola e si cercherà anche di consentire loro di abitare nei centri abitati (probabilmente a Venosa (PZ), Palazzo e Cancellara), invece che nei casolari abbandonati.

Chi sono i “personaggi” che partecipano al progetto? Se escludiamo alcune dichiarazioni arrivate da ambienti di Gervasio Ungolo. Agricoltore di riferimento del progetto, gestisce l’Azienda Agricola Vivai Verde Idea nei cui terreni saranno coltivati i pomodori. Da anni monitora le condizioni di vita e di lavoro dei braccianti stranieri in Italia attraverso la rete Osservatorio Migranti Basilicata e il Centro di documentazione associazione Michele Mancino. Enrico Gabrielli. Pericolo agrario o almeno così si definisce da quando ha lasciato il suo lavoro nella filiera di produzione del pomodoro industriale in Emilia. È membro del-l’associazioneFuori dal ghetto. Per Funky Tomato è l’esperto agrario di riferimento. Mamadou Dia. Cercando di fare l’attore si è ritrovato a fare il bracciante. Ha rifiutato di lavorare con i caporali e da qualche anno è impegnato nelle attività di Sos Rosarno e di Medici per i Diritti Umani. Per Funky Tomato si occupa di mediazione culturale. Logmane Bara. Ha abitato per lunghi mesi nel ghetto di Boreano ma oggi ha trovato una casa migliore. È parte del collettivo Fuori dal ghetto. Per FunkyTomato sarà si occupa di produzione e trasformazione del pomodoro e di mediazione culturale. Paolo Russo, contadino. Dopo anni spesi a fare la guerra all’agro-business, sembra essere approdato nell’esercito giusto. È socio fondatore della Ponte di Archimede. Per Funky Tomato è il responsabile delle attività di commercializzazione. Giordano Acquaviva. Scenografo. La sua statura lo colloca negli spazi del campo dove si ha una visione chiara del gioco. È socio fondatore della Ponte di Archimede. Per Funky Tomato si occupa di comunicazione e documentazione. Giulia Anita Bari. Da anni nel settore no-profit, si occupa di comunicazione e coordinamento di progetti umanitari in Italia e all’estero. Ha lavorato per Oxfam, ActionAide Medici per i Diritti Umani. Per Funky Tomato si occupa di gestione del progetto e di comunicazione. Domenico Perrotta. Sociologo premuroso, insegna all’Università di Bergamo e
svolge ricerche sul lavoro dei migranti nell’agricoltura italiana. Unisce la ricerca alla pratica dell’alternativa. È tra i fondatori dell’associazione Fuori dal ghetto di Venosa. Per Funky Tomato si occupa di commercializzazione e di relazioni nel senso più ampio del termine. Giovanni Notarangelo. Ingegnere illuminato sulla via della solidarietà e animato frequentatore dei gruppi di acquisto solidale bolognesi (ma non solo). Fa parte del collettivo Fuori dal ghetto. Per FunkyTomato si occupa
di pubbliche relazioni.

Avete tre parole d’ordine: filiera partecipata, filiera culturale e impresa trasparente. Ci spiegate come si possono raggiungere questi tre obiettivi? La filiera partecipata si realizza attraverso il coinvolgimento attivo dei consumatori in tutti i momenti della produzione e della trasformazione. Attraverso il preacquisto del prodotto, l’acquirente diventa parte integrante della filiera supportando lo sviluppo in itinere del progetto e ricevendo, a produzione ultimata, la quantità di prodotto corrispondente all’importo versato. Ai ristoranti e alle pizzerie che acquistano il pomodoro, inoltre, viene offerta una produzione il più possibile vicina alle esigenze della ristorazione. Varie iniziative nelle città e nei luoghi nei quali il
prodotto viene acquistato hanno l’obiettivo di raccontare il progetto e di valutarlo assieme ai consumatori. La filiera culturale si realizza da un lato attraverso la documentazione costante delle attività e la realizzazione di piccoli documentari e, dall’altro lato, attraverso il coinvolgimento di artisti che, con diversi linguaggi (musica, immagini, testi, video), raccontano il progetto, i suoi protagonisti, le sue fasi di realizzazione. Nel sito web – http://www.funkytomato.it – le parole, i filmati, i dipinti, i segni, i suoni parte della produzione agricola verranno raccolti e diffusi: all’arte – e non solo al bio- il compito di dare qualità. La trasparenza si raggiunge attraverso il racconto di tutte le fasi del progetto, su web – ma anche invitando i consumatori a visitare le aziende nelle quali il prodotto viene realizzato e, più in generale, i territori interessati dal progetto. Inoltre, il progetto “Funky Tomato” è in rete con altri due progetti di produzione di salsa di pomodoro etiche e solidali e che vedono il coinvolgimento attivo anche di lavoratori migranti: uno realizzato a Bari dall’Associazione Solidaria – che supporta i rifugiati politici in città – e l’altro dall’Associazione Diritti a Sud di Nardò, impegnata con i migranti nel Salento. I tre progetti si supportano a vicenda – dal punto di vista economico e tecnico – e realizzano un monitoraggio reciproco in merito alle condizioni di lavoro, sperimentando strumenti di garanzia partecipata.
Perché proprio il pomodoro? Perché negli ultimi anni il pomodoro è diventato, purtroppo, il simbolo di un’agricoltura industriale basata sullo sfruttamento del lavoro migrante e su cattive relazioni di filiera tra tutti gli attori (braccianti, agricoltori, industrie conserviere). D’altro canto, è un prodotto di punta del “made in Italy” (i pelati), la cui immagine è però ormai drammaticamente messa in crisi dalle condizioni di lavoro e da numerosissime inchieste realizzate da importanti mass media europei – The Ecologist, France2, BBC, ecc. – le quali hanno denunciato in tutto il mondo lo sfruttamento che spesso è alla base di questa produzione, a volte chiedendo ai supermercati di quei paesi di non acquistare pomodoro nel Sud Italia. Per questo ci pare importante, dal punto di vista simbolico, lavorare a una filiera del pomodoro che sia diversa, legale, giusta, e che coinvolga attivamente i braccianti migranti.
Attualmente il progetto a che fase di esecuzione è arrivato? Dopo mesi di riunioni e progettazione, nel mese di maggio sono stati piantati i pomodori (e pagate le prime giornate di lavoro in regola). Attualmente, i pomodori stanno crescendo e vengono attentamente curati e monitorati. Nel frattempo, si sta procedendo alla raccolta dei pre-acquisti delle bottiglie di passata, attraverso feste e contatti in tutta Italia (è stato realizzato un tour in cinque città, Padova, Venezia, Bologna, Roma e Napoli, il “Funky Tomato Tour”), al fine di avere a disposizione il denaro necessario per pagare tutte le spese, ma anche al fine di coinvolgere gli acquirenti della passata in tutte le fasi della produzione. La speranza è quella di riuscire a dare un reddito equo e un sa lario in regola a tutti i lavoratori del progetto (contadini, braccianti, commercializzatori, ecc.) e, in futuro, di far sì che i lavoratori stranieri coinvolti siano sempre più protagonisti di questo progetto.
Come è possibile entrare in contatto con voi?
Paolo Russo 3338104529 – Domenico Perrotta 3331772411

Nicola (tratto da: BUCO1996 – nei secoli a chi fedeli???- anno9 n.7/8)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...