Manifestiamo…Tsipras non è Papandreu

Pubblicato: 25 febbraio 2015 in Manifestiamo
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Anche Nostro Signore è deluso dal gio­vane Tsi­pras. Non dalla maniera in cui il mini­stro delle finanze Varou­fa­kis gesti­sce oggi le trat­ta­tive con i part­ners euro­pei. Egli – che noto­ria­mente è onni­sciente — natu­ral­mente lo sapeva da sem­pre che sarebbe andata finire male. E per que­sto si è messo a mani­fe­stare la sua pena già all’indomani della vit­to­ria elet­to­rale di Syriza, attra­verso un Cro­ci­fisso ligneo che dal 26 gen­naio piange a dirotto lacrime amare in una sper­duta par­roc­chia di Corinto.

Ma se il par­rocco, sicuro elet­tore di destra, ha tutti i motivi per pro­te­stare con­tro il governo capeg­giato da un ateo dichia­rato, è molto più dif­fi­cile capire e inter­pre­tare le con­te­sta­zioni che emer­gono in que­ste ore dif­fi­cili, non tanto impe­tuo­sa­mente a dire il vero, all’interno di Syriza.

La com­pren­sione è ancora più dif­fi­cile se si vedono i fatti nudi e crudi. Ieri il mini­stro Varou­fa­kis ha con­se­gnato prima alla troika (par­don, alle isti­tu­zioni) e poi all’eurogruppo il pro­gramma di riforme richie­sto. Il testo è stato pub­bli­cato. E non è un’esagerazione dire che riflette in gran parte il pro­gramma pre­e­let­to­rale di Syriza, spe­cial­mente la parte degli inter­venti con­tro quella che Tsi­pras chiama «cata­strofe uma­ni­ta­ria»: aiu­tare le 400 mila fami­glie senza alcun red­dito, soste­nere i disoc­cu­pati, rias­su­mere gli sta­tali licen­ziati ille­gal­mente, per­fino aumen­tare il minimo sala­riale da 450 a 750 euro. Cosa più impor­tante, il docu­mento di Varou­fa­kis deli­nea molto chia­ra­mente la linea di scon­tro con gli oli­gar­chi greci, quando pre­fi­gura un’accesa lotta con­tro le aree di «immu­nità fiscale», quando pro­pone un con­corso pub­blico per le fre­quenze tele­vi­sive, con il risa­na­mento e un con­trollo stret­tis­simo dei cre­diti ban­cari verso mezzi d’informazione e partiti.

Per chi non cono­sce la realtà greca, si tratta di sman­tel­lare quell’intreccio tra mezzi d’informazione, ban­che e poli­tica che ha regnato fino al 25 gennaio.

Basta un raf­fronto anche super­fi­ciale con l’email (incre­di­bil­mente, per ben quat­tro anni la Gre­cia è stata gover­nata via email) che l’allora troika aveva man­dato all’ex mini­stro delle finanze Ghi­kas Har­dou­ve­lis a inizi dicem­bre per capire che siamo su un altro pia­neta. Quella email esi­geva ulte­riori tagli a pen­sioni e sti­pendi pub­blici e l’abolizione di ogni diritto sin­da­cale sul luogo di lavoro, men­tre le aste giu­di­zia­rie per la prima casa erano già comin­ciate con l’inizio dell’anno. Dove sono finite ora tutte que­ste misure? Dimen­ti­cate, sva­nite, evaporate.

Men­tre ieri si atten­de­vano nuovi e ancora più duri nego­ziati all’eurogruppo, a sor­presa, il docu­mento di Varou­fa­kis, che non con­te­neva nean­che una cifra di pre­vi­sione di incasso, è stato festo­sa­mente accolto dalla ex troika e dall’eurogruppo, con un’unica riserva: una mora­to­ria di quat­tro mesi per tutte le misure che pre­ve­dono esborsi pubblici.

Eppure, di fronte a que­sta stra­te­gia nego­ziale che rie­sce a dare risul­tati con­creti, una parte del par­tito di governo rea­gi­sce con bron­to­lii, lamen­tele, anche con dichia­ra­zioni dure, come quella del rispet­tato eroe della resi­stenza Mano­lis Gle­zos. Il fan­ta­sma evo­cato è quello del «cam­bio di mar­cia», di «abban­dono degli impe­gni pre­let­to­rali». Come se il «tra­di­mento» degli elet­tori di Tsi­pras fosse una tra­gica fata­lità, un destino ine­vi­ta­bile, una neme­sis della storia.

Già, la sto­ria: ecco il vero col­pe­vole. Come in un film già visto, una parte dell’opposizione interna di Syriza (e forse anche dell’elettorato) vedono nel governo Tsi­pras una rie­di­zione di un’esperienza pre­ce­dente, di un fal­li­mento che ancora grava sulle spalle della sini­stra elle­nica: quella del primo pre­mier socia­li­sta Andreas Papan­dreou. Il fon­da­tore del Pasok ha con­qui­stato il governo con un voto ple­bi­sci­ta­rio nell’ottobre del 1981, pro­met­tendo l’uscita del paese dalla Nato e dalla Comu­nità euro­pea. Invece, non solo ci rimase ma per­mise anche la dege­ne­ra­zione del Pasok da movi­mento auten­ti­ca­mente popo­lare a banda di sac­cheg­gia­tori delle casse pub­bli­che. Una delu­sione che è diven­tata rab­bia e dispe­ra­zione con lo scop­pio dell’inevitabile crisi eco­no­mica e la fuga in massa degli elet­tori dal Pasok verso Syriza.

Ma Ale­xis non è Andreas. E’ vero, durante la cam­pa­gna elet­to­rale ha esa­ge­rato un po’ in pro­messe: far tor­nare lo sti­pen­dio minimo a 750 euro (come i famosi 80 euro di Renzi) non è un mezzo per favo­rire la cre­scita, è o dovrebbe essere, il risul­tato della cre­scita. Biso­gnava rima­nere coe­renti e pro­met­tere solo quello che si poteva man­te­nere: la fine dell’austerità e la per­ma­nenza nell’eurozona. Esat­ta­mente quello che sta facendo adesso, non senza fatica.

Come scac­ciare quindi la male­di­zione di Andreas dal governo della sini­stra greca? Andreas era un lea­der cari­sma­tico, gli bastava un’occhiata o un gesto per comu­ni­care con la folla. Ale­xis è un poli­tico capace e rea­li­sta ma deve fati­care di più otte­nere con­senso verso la sua com­plessa stra­te­gia: incal­zare passo dopo passo i poten­tati finan­ziari euro­pei, gua­da­gnando sem­pre mag­giori mar­gini di auto­no­mia e di libertà. L’opinione pub­blica greca sem­bra com­pren­dere e apprez­zare. E’ ora che il governo si chia­ri­sca anche den­tro il par­tito di mag­gio­ranza e con­duca i vari capi­cor­rente verso un nor­male atter­rag­gio dagli schemi ideo­lo­gici alla tra­gica realtà della Gre­cia e dell’Europa. Non per accet­tarla ma per cambiarla.

Dimitri Deliolanes

Fonte: Il Manifesto

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