Manifestiamo…Nel Mediterraneo la morte dell’Europa

Pubblicato: 12 febbraio 2015 in Manifestiamo
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gommone

Ancora cen­ti­naia di cada­veri. Un altro omi­ci­dio di massa che verrà deru­bri­cato con un’alzata di spalle. La fossa comune che un giorno farà ver­go­gnare l’Europa e l’Italia è sem­pre il mare Medi­ter­ra­neo. Diceva un tale con uno spic­cato senso per la tra­ge­dia che se Noè avesse avuto il dono di leg­gere il futuro avrebbe affon­dato la sua barca. Dome­nica, nel canale di Sici­lia, perso tra onde enormi, non c’era solo quel gom­mone avvi­stato dalla Guar­dia costiera con a bordo 105 per­sone. Ce n’erano altri tre.

Due sono stati soc­corsi da altre imbar­ca­zioni pro­prio men­tre sulla moto­ve­detta 29 migranti sta­vano morendo di freddo: sul primo c’erano solo due per­sone, sul secondo sette. Ne man­ca­vano almeno due­cento: le imbar­ca­zioni che sal­pano dalla Libia ven­gono sem­pre cari­cate a forza con­dan­nando a morte quasi sicura i migranti che ten­tano la for­tuna anche con un mare impos­si­bile. Un terzo è spa­rito nel nulla. A dare le giu­ste pro­por­zioni di una tra­ge­dia che è inu­tile defi­nire annun­ciata sono stati altri nove soprav­vis­suti che ieri all’alba sono sbar­cati sulle coste sici­liane. Hanno rac­con­tato di un quarto gom­mone inghiot­tito dal mare. La conta finale dei cada­veri lascia senza parole. Sono tre­cen­to­trenta. Come a Lam­pe­dusa il 3 otto­bre 2013, ma que­sta volta con meno lacrime. Quel giorno il mini­stro Alfano sentì almeno il biso­gno di decla­mare: “A Lam­pe­dusa — disse — ho visto 103 corpi, ho visto una scena rac­ca­pric­ciante. Una scena che offende l’Occidente. Lam­pe­dusa è la fron­tiera dell’Europa, que­ste per­sone hanno sognato libertà. L’Europa deve rea­gire con forza e pren­dere in mano la situa­zione”. Dopo sedici mesi nulla è cam­biato. Lam­pe­dusa è sem­pre più sola e l’idea della pros­sima estate mette i brividi.

Il sin­daco delle isole Pela­gie, Giusi Nico­lini, cono­sce la sua parte a memo­ria e per dovere non si stanca di ripe­terla. La inter­vi­stano sul molo della sua isola, di fianco alle auto­mo­bili par­cheg­giate che aspet­tano di cari­care le bare dirette a Porto Empe­do­cle. Solo di un uomo si cono­sce il nome, gli altri saranno un numero su una lapide. Il sin­daco guarda la tele­ca­mera, ma non sa più a chi rivol­gersi: “Que­sta tra­ge­dia dimo­stra a tutti che la situa­zione è gra­vis­sima, c’è una pres­sione molto forte, è la cri­mi­na­lità orga­niz­zata che decide quando e quanti farne par­tire, non hanno scru­poli. La pri­ma­vera e l’estate saranno molto dure, io non voglio che la mia isola diventi il cimi­tero del Medi­ter­ra­neo, non voglio più rac­co­gliere morti. La bat­ta­glia di Lam­pe­dusa è quella di que­sti dispe­rati, la loro sal­vezza è la nostra sal­vezza. Non so più a chi rivol­germi, il Papa ha già par­lato ma forse farebbe bene a far sen­tire ancora la sua voce”. Il suo appello è desti­nato a cadere nel vuoto: “Spero che l’Europa capi­sca che i soldi di Tri­ton potreb­bero essere spesi in maniera più utile, per esem­pio facendo viag­giare in aereo chi ha diritto di asilo. Tri­ton è un’operazione di poli­zia, ma in que­sto momento nel Medi­ter­ra­neo c’è una grande emer­genza uma­ni­ta­ria, non l’invasione di un popolo armato. Se non si rea­gi­sce nella maniera giu­sta, fini­remo per subire enormi tra­ge­die come que­ste, che non devono diven­tare ordinarie”.

I rac­conti dei soprav­vis­suti li abbiamo già ascol­tati altre volte e per que­sto dovreb­bero risul­tare ancora più insop­por­ta­bili. “Da alcune set­ti­mane — hanno detto due ragazzi del Mali — era­vamo in 460 ammas­sati in un campo vicino a Tri­poli in attesa di par­tire. Sabato scorso i mili­ziani ci hanno detto di pre­pa­rarci e ci hanno tra­sfe­rito a Gar­bouli, una spiag­gia non lon­tano dalla capi­tale della Libia. Era­vamo circa 430, distri­buiti su quat­tro gom­moni con motori da 40 cavalli e con una decina di tani­che di car­bu­rante”. Il mare faceva paura anche a riva, ma a quel punto nes­suno avrebbe potuto rifiu­tarsi si par­tire per l’Italia. Più che un viag­gio, i due maliani hanno rac­con­tano un’esecuzione di massa: “Ci hanno assi­cu­rato che le con­di­zioni del mare erano buone, ma in ogni caso nes­suno avrebbe potuto rifiu­tarsi o tor­nare indie­tro: siamo stati costretti a forza ad imbar­carci sotto la minac­cia della armi”. C’erano anche molte donne. E bam­bini. Altri testi­moni hanno rac­con­tato di essere stati presi a basto­nate, deru­bati e cari­cati a forza. Poi, la tra­ge­dia. Un gom­mone è arri­vato con il carico pieno (e ven­ti­nove morti assi­de­rati). Dagli altri due sono uscite vive solo nove per­sone, l’ultimo è scom­parso tra le onde. Per que­sta tra­ver­sata ogni migrante ha pagato ai traf­fi­canti 800 dol­lari, circa 650 euro.

Fla­vio Di Gia­como dell’Oim (Orga­niz­za­zione inter­na­zio­nale per le migra­zioni) è tra quelli che hanno rac­colto le testi­mo­nianze. “I migranti — ha rife­rito — sono tutti gio­vani uomini, l’età media è di circa 25 anni, pro­ven­gono dai paesi sub saha­riani, in par­ti­co­lare da Mali, Costa d’Avorio, Sene­gal e Niger. Per alcuni di loro la Libia era un paese di tran­sito, men­tre altri ci lavo­ra­vano da tempo, infatti par­lano un po’ di arabo. Que­sta tra­ge­dia con­ferma ancora una volta come i traf­fi­canti trat­tino i migranti, soprat­tutto i sub saha­riani, come un carico umano senza valore. Hanno fatto par­tire oltre 420 per­sone con con­di­zioni di mare asso­lu­ta­mente proi­bi­tive, di fatto man­dando la gente a morire”.

Nelle prime cin­que set­ti­mane del 2015, da quando è in vigore l’operazione Tri­ton, gli sbar­chi sono aumen­tati del 60% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il peg­gio, se pos­si­bile, deve ancora venire.

Luca Fazio

Fonte: Il Manifesto

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