Manifestiamo…Napolitano si è dimesso, i Nazareni all’assedio del Colle

Pubblicato: 15 gennaio 2015 in Manifestiamo
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Pic­chetto d’onore, ban­diera ammai­nata, let­tere uffi­ciali di dimis­sioni lette nelle aule par­la­men­tari e salu­tate da applausi scro­scianti, alcuni sin­ceri, altri ipo­criti. E poi dichia­ra­zioni a spio­vere, rico­no­sci­menti che rasen­tano l’iperbole. Reper­to­rio, insomma. Gior­gio Napo­li­tano non è più il pre­si­dente della Repub­blica. Lo sosti­tui­sce, momen­ta­nea­mente, il pre­si­dente del Senato Grasso. Ieri anche lui ha salu­tato l’aula, pas­sando la mano ai suoi quat­tro vice. Aveva lo sguardo di chi for­tis­si­ma­mente spera che si tratti di un addio e non di un arri­ve­derci. Il secondo cit­ta­dino sogna di diven­tare pre­sto il primo, ma le sue quo­ta­zioni sono basse: è un magi­strato, e que­sto per il solo alleato del Pd che conti, Sil­vio Ber­lu­sconi, è proibitivo.

Come pre­vi­sto, gli elet­tori del nuovo capo dello Stato sono stati con­vo­cati a Mon­te­ci­to­rio per gio­vedì 29 gen­naio. Renzi spera di tagliare il tra­guardo di volata: «Ragio­ne­vol­mente entro fine mese avremo il nuovo pre­si­dente». Ma per carità, non si gio­chi con i nomi: «Oggi sarebbe ridi­colo. Serve un grande arbi­tro che aiuti il Paese a cre­scere». Un pre­si­dente «di tutti» desi­gnato con il con­senso più vasto pos­si­bile, recita il copione e don Mat­teo ripete da set­ti­mane la pre­ghie­rina. Non va preso sul serio. Quel che è suc­cesso nelle ultime 24 ore al Senato, le sberle affib­biate senza remora tanto alle oppo­si­zioni quanto al rispetto delle regole isti­tu­zio­nali, il disprezzo osten­tato nei con­fronti di chiun­que mediti di resi­ster­gli, sono l’opposto esatto del com­por­ta­mento pro­prio di chi cerca vasti con­sensi. La realtà è che Renzi ha già deciso che il pros­simo capo dello Stato deve essere scelto da due sole per­sone: lui stesso e il socio del Nazareno.

E’ un gioco tanto sfac­ciato che Pier­luigi Ber­sani pro­prio non può fare a meno di sco­prirlo, e di fatto denun­ciarlo, pub­bli­ca­mente: «Ma se il pre­si­dente vogliamo dav­vero farlo con tutti, allora per­ché aspet­tare la quarta vota­zione? Fac­cia­molo alla prima, che sono dav­vero tutti-tutti». Parole al vento. Un pre­si­dente eletto con il con­corso delle oppo­si­zioni vere e non solo di Fi sarebbe gio­co­forza un pre­si­dente forte, tanto da poter pro­se­guire sulla scia di re Gior­gio. L’opposto esatto di quello che vuole Mat­teo Renzi. Molto meglio un presidente-garante, più pre­ci­sa­mente un pre­si­dente inca­ri­cato di girare il mondo pub­bli­ciz­zando le mera­vi­glie del bel­paese e soprat­tutto del suo bel­lis­simo governo. Dun­que un pre­si­dente eletto solo dal Naza­reno e che solo al Naza­reno debba rispon­dere.
Die­tro i toni rug­genti, infatti, Ber­lu­sconi dice le stesse iden­ti­che cose del pre­mier: «Spe­riamo in un pre­si­dente garante di tutti e non di una parte. Non il seguito di tre pre­si­denti di sini­stra che hanno por­tato il Paese in que­sta situa­zione non demo­cra­tica. Se ci sarà indi­cato un nome che rap­pre­senti tutti saremo lieti di soste­nerlo col voto dei nostri 150 grandi elet­tori». Ber­lu­sconi non vuole un pre­si­dente tar­gato Pd, il che a Renzi andrebbe benis­simo. Per la sua idea di presidente-testimonial, un can­di­dato meno è poli­tico di pro­fes­sione e meglio è.

Se poi il col­pac­cio non dovesse riu­scire, una volta appu­rato che le resi­stenze della mino­ranza Pd ren­dono ine­vi­ta­bile la nomina di un espo­nente di spicco di quel par­tito, per il fur­betto di palazzo Chigi non sarà dif­fi­cile con­vin­cere Ber­lu­sconi ad accet­tare un nome non ostile, primo fra tutti Wal­ter Vel­troni, agi­tando lo spet­tro di Romano Prodi. In fondo, quel che Ber­lu­sconi vuole è solo che il pros­simo inqui­lino del Colle dia il via libera a quel «recu­pero dell’agibilità poli­tica» tanto più impel­lente dopo che ieri la Cas­sa­zione ha con­fer­mato il divieto di espa­trio ai suoi danni.

La stra­te­gia della cop­pia è dun­que chiara. Tre vota­zioni a vuoto, poi, alla quarta, con­ver­genza su un nome che garan­ti­sca di garan­tire solo loro. Biso­gna ancora tro­varlo e non è facile. Biso­gna domare le ribel­lioni interne e non è facile nem­meno que­sto, ma niente paura: le carte di riserva sono già pronte. Da Vel­troni, il pre­fe­ri­tis­simo, a Piero Fas­sino a Ser­gio Mat­ta­rella e altri potreb­bero spun­tare fuori se del caso.

I pos­si­bili osta­coli sono fon­da­men­tal­mente due. Il primo è una mano­vra per imporre Romano Prodi, facen­dolo emer­gere pro­prio nelle prime tre vota­zioni. Se alla terza il pro­fes­sore van­tasse 350–400 voti, per Renzi diven­te­rebbe imba­raz­zante silu­rarlo. Il secondo è il voto sulla legge elet­to­rale. Se le mino­ranze Pd e Fi, coa­liz­zate con le oppo­si­zioni, riu­scis­sero a boc­ciare il pas­sag­gio sui capi­li­sta bloc­cati il segnale sarebbe deva­stante. Al momento di eleg­gere il pre­si­dente, le file dei fran­chi tira­tori si gon­fie­reb­bero come pal­loni aero­sta­tici. Per que­sto ieri Ber­lu­sconi ha riu­nito i suoi sena­tori: per veri­fi­care quanto vasto e deter­mi­nato sia il dis­senso sulla legge elet­to­rale, certo. Però con lo sguardo rivolto al Colle.

Andrea Colombo

Fonte: Il Manifesto

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