Manifestiamo…Pd, l’analisi del vuoto

Pubblicato: 2 dicembre 2014 in Manifestiamo
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Mar­ciare sulle riforme elet­to­rale e costi­tu­zio­nale, per non mar­cire. La dire­zione del Pd approva quanto chiede il segre­ta­rio pre­si­dente del Con­si­glio: si va avanti «senza indu­gio». Facendo finta che Ber­lu­sconi non abbia pre­muto il freno, che le dimis­sioni annun­ciate di Napo­li­tano non abbiano messo in discus­sione quella «tem­pi­stica già pre­vi­sta» dal patto del Naza­reno. Di que­sto non si parla. Del fatto che l’Italicum rive­duto e cor­retto non sia appli­ca­bile, per­ché lascia il senato sco­perto, nem­meno. Per­sino il trucco del capo­li­sta bloc­cato e pre­fe­renze per gli altri non si può met­tere in discus­sione, mal­grado una pro­ces­sione di costi­tu­zio­na­li­sti per­sino amici abbia spie­gato che non pas­serà il vaglio della Con­sulta. Niente. Renzi chiede il voto sul suo ordine del giorno «velo­ci­sta» e respinge anche il ten­ta­tivo del ber­sa­niano D’Attorre di aggiun­gerci: «Se pos­si­bile affi­dando al par­la­mento dei miglio­ra­menti». No. Qui alla dire­zione non si parla di miglio­ra­menti e per essere chiari nean­che di par­la­mento. Si tratta, come spiega il fede­lis­simo rela­tore al dise­gno di legge costi­tu­zio­nale Fiano, giu­sto al ter­mine di un appello all’antifascismo, di met­tere in riga le mino­ranze. «Da domani (oggi, ndr) alla camera si votano gli emen­da­menti alla riforma costi­tu­zio­nale. Non pos­siamo ria­prire una discus­sione com­pleta. C’è biso­gno di unità, alla fine».

Per­ché alla fine la mino­ranza del par­tito dovrà pur votare qual­che volta. Ieri in dire­zione ha fatto il bis del Jobs act, non par­te­ci­pando alla conta chie­sta da Renzi (solo due voti con­trari). Non si è votato nean­che sull’ordine del giorno pro­po­sto dal ber­sa­niano Zog­gia, che era par­tito pro­po­nendo un con­gresso, era pas­sato a chie­dere un refe­ren­dum tra gli iscritti ed era appro­dato a una «cam­pa­gna di ascolto nei cir­coli». Pro­po­sta, a quel punto, facil­mente assor­bita dal pre­si­dente della dire­zione, Orfini. A Renzi inte­res­sava rispon­dere con l’acceleratore a Ber­lu­sconi (e a Napo­li­tano) e l’ha fatto. Sci­vo­lano come acqua sul marmo le parole di Cuperlo, Zog­gia, Fas­sina, D’Attorre: nove mesi fa e poi sei mesi fa il segre­ta­rio aveva inti­mato lo stesso alla dire­zione: appro­vare tutto senza modi­fi­che per­ché altri­menti salta l’accordo con Ber­lu­sconi. Poi le modi­fi­che sono arri­vate lo stesso, e ai respon­sa­bili oppo­si­tori interni che non si sono messi di tra­verso al senato deve aver fatto male sen­tire Renzi rico­no­scerne il merito alle richie­ste dei gril­lini. Ma adesso il punto, si sforza di spie­gare Cuperlo, è sapere se il patto del Naza­reno esi­ste ancora o no. Renzi risponde così: «C’è un sot­tile con­fine tra il desi­de­rio di miglio­rare le riforme e l’intenzione di rom­pere. Chi pro­pone miglio­ra­menti non con­di­visi in realtà vuole rompere».

Non par­te­ci­pare al voto, signi­fica per la mino­ranza — oltre segna­larne l’assurdità — pro­vare a tenersi un pic­colo mar­gine di libertà. Lo usas­sero potrebbe fare male a Renzi già in com­mis­sione, più che sull’Italicum sulla riforma Costi­tu­zio­nale alla camera. Lì i rap­pre­sen­tanti della mino­ranza sono circa la metà della dele­ga­zione Pd (da qui le ansie di Fiano, una sosti­tu­zione modello Chiti è impro­po­ni­bile) e hanno pre­sen­tato emen­da­menti miglio­ra­tivi pra­ti­ca­mente su tutto. Intanto il senato dei con­si­glieri regio­nali come anti­doto all’impopolarità delle isti­tu­zioni comin­cia a fare acqua anni prima della sue even­tuale intro­du­zione, vedasi il record di asten­sio­ni­smo alle regio­nali. Ma Renzi è capace di rispon­dere così all’obiezione: «Fosse per me avrei pre­fe­rito il senato dei sin­daci». Ma biso­gna andare avanti.

Quanta voglia abbia di discu­terne delle ele­zioni regio­nali (tema ori­gi­na­rio della con­vo­ca­zione), il pre­mier segre­ta­rio lo chia­ri­sce sfo­de­rando un cam­pio­na­rio di prese in giro. Nella sua migliore inter­pre­ta­zione del vec­chio diri­gente di par­tito, comin­cia par­lando della «fase», passa all’«analisi del voto» e anzi «di tutta la società ita­liana», azzarda una «let­tura mar­xiana se non mar­xi­sta» e cita la vec­chia barba e le tesi su Feuer­bach come fosse un titolo della Leo­polda: «I filo­sofi hanno solo inter­pre­tato il mondo, adesso dovremmo cam­biarlo». Il pre­ci­pi­tato emi­liano è che l’astensione è colpa della impo­po­la­rità della classe poli­tica locale. E ana­lisi finita, mal­grado il ten­ta­tivo di Andrea Ranieri di rac­con­tare delle migliaia e migliaia di elet­tori e mili­tanti emi­liani del Pd che hanno sfi­lato a Roma con la Cgil «che non hanno votato Sel per­ché non hanno abban­do­nato il Pd, ma si sono aste­nuti per­ché sono stati abban­do­nati dal Pd». Ranieri però risulta lau­reato in filo­so­fia. Gof­fredo Bet­tini prova a segna­lare che il ritardo nelle tante riforme pro­messe — certo per colpa della «rezione» degli ita­lici con­ser­va­tori — qual­che peso può aver avuto nella disaf­fe­zione, assieme allo stato di disgra­zia del par­tito nei ter­ri­tori. È l’unico tra i soste­ni­tori di Renzi a pren­dere sul serio le regio­nali, assieme ad Orfini che pro­pone un discorso serio sulla sele­zione dei gruppi diri­genti e sul fal­li­mento del modello Emi­lia. Che fa un po’ a caz­zotti con il soste­gno entu­sia­sta a Poletti a Roma e Bona­cini a Bolo­gna, ma tant’è. Biso­gna marciare.

Andrea Fabozzi

Fonte: Il Manifesto

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