Manifestiamo…L’Aquila, un colpevole: la protezione civile

Pubblicato: 11 novembre 2014 in Manifestiamo
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«Un ter­re­moto nel ter­re­moto». Accolta con sgo­mento, rab­bia e dolore dai parenti delle vit­time del sisma del 9 aprile 2009 e dai tanti cit­ta­dini che atten­de­vano impa­zienti davanti al tri­bu­nale del capo­luogo abruz­zese, la sen­tenza emessa ieri dalla Corte d’Appello de L’Aquila se però ha un pre­gio è quello di aver detto chia­ra­mente che la Pro­te­zione civile non può sca­ri­care le pro­prie respon­sa­bi­lità su scien­ziati ed esperti chia­mati per un parere consultivo.

Dopo sette ore di camera di con­si­glio, la corte pre­sie­duta da Fabri­zia Fran­ca­ban­dera ha ribal­tato il giu­di­zio di primo grado – che tanto cla­more aveva destato nella comu­nità scien­ti­fica inter­na­zio­nale – e ha sca­gio­nato dall’accusa di omi­ci­dio col­poso plu­rimo sei dei sette impu­tati, mem­bri della Com­mis­sione grandi rischi che il 31 marzo 2009 ven­nero riu­niti all’Aquila dall’uomo che allora imper­so­nava la Pro­te­zione civile, Guido Ber­to­laso. Tutti assolti tranne Ber­nardo De Ber­nar­di­nis, a quei tempi vice capo del ser­vi­zio tec­nico del Dipar­ti­mento di Pro­te­zione civile (Dpc) e uomo di fidu­cia di Ber­to­laso, con­dan­nato a due anni di reclu­sione con pena sospesa. Fu lui che al ter­mine della riu­nione della Com­mis­sione, durata meno di un’ora e il cui ver­bale venne fir­mato solo dopo il ter­re­moto, inter­vi­stato da una tv locale ras­si­curò gli aqui­lani ter­ro­riz­zati dal lungo sciame sismico e li invitò a rilas­sarsi bevendo «un buon bic­chiere di Montepulciano».

Annul­lata invece la con­danna a sei anni di reclu­sione per tutti gli altri: Franco Bar­beri, all’epoca pre­si­dente vica­rio della Com­mis­sione, Enzo Boschi, già pre­si­dente dell’Istituto nazio­nale di geo­fi­sica e vul­ca­no­lo­gia (Ingv), Giu­lio Sel­vaggi, ex diret­tore del Cen­tro nazio­nale ter­re­moti, Gian Michele Calvi, diret­tore di Eucen­tre e respon­sa­bile del Pro­getto Case, Clau­dio Eva, docente di fisica all’Università di Genova e Mauro Dolce, ex diret­tore dell’ufficio rischio sismico di Pro­te­zione civile.

Una sen­tenza, quella di ieri, che ha lasciato atto­niti molti aqui­lani. Scene di rab­bia e dolore, con lacrime e urla — «ver­go­gna, ver­go­gna» — fuori dalle aule del tri­bu­nale. Per­fino il pro­cu­ra­tore gene­rale Romolo Como, che aveva chie­sto la con­ferma del ver­detto di primo grado, si è detto «alquanto scon­cer­tato»: «Imma­gi­navo un forte ridi­men­sio­na­mento dei ruoli e delle pene — è stato il com­mento a caldo — ma non un’assoluzione così com­pleta, sca­ri­cando tutto su De Ber­nar­di­nis, cioè sulla Pro­te­zione Civile». Eppure l’ex vice di Ber­to­laso non si scom­pone: «Se fossi stato il padre di una delle vit­time avrei fatto la stessa cosa — dice De Ber­nar­di­nis — Una vit­tima è sem­pre una vit­tima. Non ho mai con­te­stato nulla». E per il suo legale, l’avvocato Filippo Dinacci che assi­steva anche l’ex diret­tore dell’ufficio rischio sismico di Pro­te­zione civile, «non c’è alcuna respon­sa­bi­lità della Pro­te­zione Civile» come «dimo­stra il fatto che Mauro Dolce è stato assolto con for­mula piena».

Di tutt’altro avviso, il capo della Pro­cura aqui­lana Fau­sto Car­della: «La sen­tenza d’Appello – dice – con­ferma l’impianto accu­sa­to­rio spe­cie quando riba­di­sce i danni prov­vi­sio­nali: con­danna chi ha fatto quelle dichia­ra­zioni fuor­vianti e con­ferma il nesso cau­sale tra dichia­ra­zioni ed eventi suc­ces­sivi». In sostanza, spiega Car­della, «è stata con­fer­mata l’idea di una colpa gene­rica, che fa giu­sti­zia di tutte le scioc­chezze dette in pas­sato sul pro­cesso a Gali­leo, alla scienza. Aspet­tiamo quindi le moti­va­zioni delle altre asso­lu­zioni con molto rispetto, anche se ipo­tizzo che la Corte non abbia rav­vi­sato colpa ragio­nando forse sulla con­sa­pe­vo­lezza di alcune dichiarazioni».

La tesi in appello della pro­cura aqui­lana rical­cava infatti le moti­va­zioni della sen­tenza di primo grado scritte dal giu­dice Marco Billi, secondo il quale gli esperti chia­mati alla riu­nione del 31 marzo 2009 ade­ri­rono in maniera «col­pe­vole e acri­tica alla volontà del capo del Dpc di fare un’operazione media­tica» (così la definì lo stesso Ber­to­laso, allora sot­to­se­gre­ta­rio della pre­si­denza del Con­si­glio, in una tele­fo­nata inter­cet­tata dagli inqui­renti) con­tri­buendo in que­sto modo alla divul­ga­zione di «affer­ma­zioni asso­lu­ta­mente appros­si­ma­tive, gene­ri­che e inef­fi­caci in rela­zione ai doveri di pre­vi­sione e prevenzione».

Quella prima sen­tenza, emessa il 22 otto­bre 2013, sol­levò però le cri­ti­che degli scien­ziati di tutto il mondo, pre­oc­cu­pati di per­dere la libertà del dub­bio scien­ti­fico e di veder con­fuso il loro ruolo con quello di poli­tici e ammi­ni­stra­tori. E accese i riflet­tori anche sulla crisi della comu­ni­ca­zione delle isti­tu­zioni e dell’informazione, troppo spesso subal­terna al potere poli­tico. Su que­sti dubbi hanno fatto perno gli avvo­cati difen­sori degli impu­tati, ben­ché la pro­cura aqui­lana avesse riba­dito l’unicità di un pro­cesso (per la prima volta alla sbarra un intero pezzo dello Stato) che non è stato cele­brato «con­tro gli scien­ziati» ma a dei «fun­zio­nari dello Stato» accu­sati di non aver ana­liz­zato cor­ret­ta­mente tutti i rischi di un ter­ri­to­rio troppo fragile.

La noti­zia del pro­scio­gli­mento degli scien­ziati pre­senti a quella riu­nione è stata accolta con «grande sod­di­sfa­zione» dall’Ingv per­ché, spiega il pre­si­dente Ste­fano Gre­sta, «dimo­stra che i due col­le­ghi hanno sem­pre agito con cor­ret­tezza for­nendo con­tri­buti scien­ti­fici e riba­dendo, con­te­stual­mente, l’alta peri­co­lo­sità sismica della regione Abruzzo, coe­ren­te­mente con i pre­ce­denti comu­ni­cati emessi dall’Ente». Per tutti gli altri, per i tanti aqui­lani che ora si sen­tono senza pro­te­zione e che già pre­pa­rano il ricorso in Cas­sa­zione, «i morti non sus­si­stono» e la «Giu­sti­zia è pronta a chiu­dere gli occhi di fronte alla realtà, la giu­sti­zia non esiste».

Eleonora Martini

Fonte: Il Manifesto

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