Manifestiamo…Usa, sotto l’onda repubblicana

Pubblicato: 6 novembre 2014 in Manifestiamo
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Alla fine la bato­sta annun­ciata c’è stata e l’America si è sve­gliata con una mag­gio­ranza d’opposizione, la più grande dai tempi di Tru­man. Non solo il Gop ha raf­for­zato l’ampia mag­gio­ranza di cui godeva alla camera già da quat­tro anni e con­qui­stato il senato per 53–46 seggi (potreb­bero diven­tare 54 dopo il bal­lot­tag­gio della Loui­siana che avverrà a dicem­bre) ma lo ha fatto vin­cendo deci­sa­mente in stati «oba­miani» come il Colo­rado , l’Iowa e il North Carolina.

Al con­trollo del senato i repub­bli­cani hanno aggiunto una valanga di gover­na­tori – 24 su 36 com­presi quelli di tra­di­zio­nali roc­ca­forti demo­cra­ti­che come il Maine, Mary­land e Mas­sa­chi­setts e addi­rit­tura l’Illnois — lo stato di Obama. E l’onda repub­bli­cana ha com­preso espo­nenti della destra estre­mi­sta come Joni Ernst la fami­ge­rata «castra­trice di maiali» (come si era pre­sen­tata in un cele­bre spot elet­to­rale), una reduce della guerra Iraq che di Obama ha recla­mato l’impeachment e Scott Wal­ker il falco del tea party, archi­tetto dello sman­tel­la­mento dei sin­da­cati nell’ex roc­ca­forte labor del Wiscon­sin, un benia­mino degli arci­con­ser­va­tori finan­zieri Koch. I timidi ten­ta­tivi di con­trat­tacco demo­cra­tico sono mise­ra­mente fal­liti come la can­di­da­tura di Wendy Davis, pala­dina dei diritti delle donne e gio­vane spe­ranza del par­tito, spaz­zata via nel Texas pro­fon­da­mente «rosso» (il colore asse­gnato ai repub­bli­cani sulle mappe elet­to­rali ame­ri­cane). La supre­ma­zia dei repub­bli­cani al con­gresso, più di 70 seggi di van­tag­gio, rap­pre­senta un cam­bia­mento epo­cale rispetto all’inizio dell’era Obama, quando i demo­cra­tici con­trol­la­vano camera, senato e Casa bianca. Net­ta­mente insomma oltre quello che ci si aspet­tava da un ele­zione in cui i demo­cra­tici erano for­te­mente sfa­vo­riti ma spe­ra­vano di poter argi­nare il peggio.

Non è stato così in parte per lo sforzo coor­di­nato dei repub­bli­cani e la fon­da­men­tale effi­ca­cia di una cam­pa­gna basata sull’allarmismo pro­get­tata per coop­tare paure e fru­stra­zioni di un elet­to­rato pes­si­mi­sta in cui sono stati arruo­lati e ingi­gan­titi per­fino l’ebola e ter­ro­ri­smo come sim­boli dell’«inefficienza» di Obama. I repub­bli­cani, favo­riti dal fatto che la mag­gior parte dei seggi in palio erano in stati tra­di­zio­nal­mente con­ser­va­tori, hanno eroso il van­tag­gio dei demo­cra­tici con le elet­trici e mobi­li­tato grandi mag­gio­ranze di uomini bian­chi rispetto alle mino­ranze che sono la base demo­cra­tica. È vero che si è proa­bil­mente trat­tato di un voto di pro­te­sta dovuto a un gene­rale riflesso di insof­fe­renza più che di un ple­bi­scito ideo­lo­gico; in quat­tro stati infatti, sono anche pas­sate misure pro­gres­si­ste per l’aumento del minimo sin­da­cale men­tre Ore­gon e Washing­ton DC hanno depe­na­liz­zato la marijuana.

Que­sto non cam­bia la sostanza di un pano­rama poli­tico radi­cal­mente dif­fe­rente che per Obama pone ora con urgenza il pro­blema di come gover­nare nei pros­simi due anni. Se prima poteva esserci il dub­bio, da ieri Obama è uffi­cial­mente un’«anatra zoppa». Il nuovo assetto di Washing­ton rischia di tra­mu­tarsi in un muro con­tro muro ad oltranza impo­sto dall’ala intran­si­gente della nuova mag­gio­ranza e l’ostruzionismo è già di fatto stato stata la prin­ci­pale stra­te­gia poli­tica dei repub­bli­cani. La camera con­trol­lata dal Gop ad esem­pio negli ultimi due anni ha votato ben 55 volte per abro­gare la legge sulla pub­blica sanità varata da Obama, voti sim­bo­lici inva­li­dati dal senato democratico.

Il prin­ci­pale movente dei repub­bli­cani ora è di sabo­tare il governo Obama e con lui le pro­spet­tive demo­cra­ti­che nelle pros­sime ele­zioni pre­si­den­ziali del 2016. Un banco di prova della nuova acri­mo­nia ci sarà già prima della fine dell’anno quando occor­rerà appro­vare il bilan­cio, il voto che già l’anno scorso pro­vocò lo «shut­down» la ser­rata del governo a causa del boi­cot­tag­gio repub­bli­cano. I repub­bli­cani hanno ora il potere di bloc­care le nomine giu­di­zia­rie di Obama, fon­da­men­tali per influen­zare la dire­zione poli­tica del paese sul lungo ter­mine e quelle mini­ste­riali; infine avranno il potere di con­trol­lare le com­mis­sioni che gesti­scono i bud­get e la spesa. Si restrin­gono invece le pro­spet­tive di Obama per com­ple­tare la pro­pria agenda: riforma dell’immigrazione, pro­gresso sul muta­mento cli­ma­tico e soprat­tutto misure con­tro l’ineguaglianza eco­no­mica la vera bomba a oro­lo­ge­ria socioe­co­no­mica del pre­sente. Per lui a que­sto punto, oltre al potere di veto, rimane poco più che l’azione mediante decreto esecutivo.

Una situa­zione che si repli­cherà in campo inter­na­zio­nale. La poli­tica estera non è stata un argo­mento cen­trale della cam­pa­gna elet­to­rale, ma i son­daggi indi­ca­vano che appena il 34% degli ame­ri­cani approva della poli­tica estera di Obama, il 38% del suo ope­rato con­tro l’Isis, il 37% della sua posi­zione su Israele e il 35% del suo ope­rato in Ucraina.

È pro­ba­bile ora un allon­ta­na­mento dalla real­po­li­tik oba­miana verso un mag­giore inter­ven­ti­smo. Ma oltre ad alcune istanze spe­ci­fi­che (si allon­tana ora defi­ni­ti­va­mente la pro­spet­tiva della chiu­sura di Guan­ta­namo), i repub­bli­cani non hanno un’agenda pre­cisa al di la di un gene­rico mag­giore mili­ta­ri­smo. Nel par­tito ci sono, è vero, fal­chi come John McCain, fau­tori dell’invio imme­diate di truppe in Siria e Iraq ma in mate­ria di inter­venti mili­tari nell’ordinamento ame­ri­cano l’ultima parola rimane quella del com­man­der in chief e fra gli stessi repub­bli­cani esi­ste anche una cor­rente neo-isolazionista che fa capo alla fazione “liber­ta­rian” di Rand Paul, uno dei benia­mini del Tea Party con aspi­ra­zioni presidenziali.

La diver­genza di opi­nioni in merito sot­to­li­nea le divi­sioni interne del par­tito repub­bli­cano che para­dos­sal­mente potreb­bero essere accen­tuate dalla vit­to­ria di ieri. Dopo la vit­to­ria Mitch McCon­nell, il neo lea­der della mag­gio­ranza del senato, ha soste­nuto la neces­sità di col­la­bo­rare col pre­si­dente almeno su alcuni temi di vitale impor­tanza nazio­nale ma Ted Cruz, lea­der dei fal­chi Tea Party del Texas lo ha imme­dia­ta­mente smen­tito, giu­rando resi­stenza ad oltranza.

Cruz come Rand Paul e Paul Rubio della Flo­rida è uno dei «colon­nelli» della destra che si ado­pre­ranno per il sabo­tag­gio ad oltranza per asse­con­dare la base in vista di una pos­si­bile can­di­da­tura pre­si­den­ziale. McCon­nell e l’ala isti­tu­zio­nale del par­tito avranno un bel daf­fare per con­te­nerli. Nel con­se­guente stallo poli­tico il per­dente quasi cer­ta­mente sarà il paese.

Luca Celada

Fonte: Il Manifesto

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