Manifestiamo…E’ il momento di riprenderci la testata de Il Manifesto

Pubblicato: 4 novembre 2014 in Manifestiamo
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Care let­trici, cari let­tori,
cosa è per voi il mani­fe­sto? Che cosa rap­pre­senta? Qual è il vostro rap­porto con il giornale?

Per noi che lo abbiamo curato, difeso, inven­tato per oltre quarant’anni non è mai stato solo un posto di lavoro, rap­pre­senta un luogo dell’anima, nel quale met­tiamo testa e cuore ogni giorno per col­ti­vare idee, pro­getti, e, oggi, anche per rea­liz­zare un obiet­tivo che per­se­guiamo da anni.

Per con­cre­tiz­zarlo, per dare corpo a que­sta spe­ranza, adesso dob­biamo com­piere un salto con l’asta, spin­gere il nostro gior­nale oltre l’ostacolo, il più grande della nostra sto­ria: l’acquisto della testata. Ma per rea­liz­zare que­sta nuova, grande impresa abbiamo biso­gno di una spinta col­let­tiva.

I liqui­da­tori la met­te­ranno all’asta entro la fine del 2014, come ultimo atto, final­mente, di una vicenda ini­ziata ormai due anni fa quando le dif­fi­coltà eco­no­mi­che por­ta­rono il col­let­tivo alla deci­sione di liqui­dare la vec­chia coo­pe­ra­tiva per ten­tare di dare vita a un nuovo inizio.

Per noi è stata una duris­sima sfida, che abbiamo affron­tato con deter­mi­na­zione e con­vin­zione. Supe­rando dolo­rose divi­sioni poli­ti­che, vin­cendo spinte con­tra­stanti, riu­scendo, e lo pos­siamo dire con un piz­zico di orgo­glio, a rico­struire un gruppo di lavoro in grado di garan­tire al mani­fe­sto iden­tità, ven­dite, lavoro. Con tutti gli alti e bassi di un’avventura senza rete. Non è poco in una fase di crisi pro­fonda nella poli­tica, nella società, nel lavoro, nell’informazione.

Que­sta espe­rienza, con le sue debo­lezze, i suoi limiti, i suoi inciampi, que­sta nostra peri­gliosa navi­ga­zione che ha dovuto aggi­rare sco­gli e affron­tare mari bur­ra­scosi, è giunta al suo ultimo, deci­sivo giro di boa.

Dob­biamo, vogliamo for­te­mente diven­tare «padroni» (parola che sta­volta pos­siamo usare), di noi stessi. E quindi della testata che dal 28 aprile 1971 man­diamo ogni giorno, tranne il lunedì, in edicola.

Padroni di noi stessi per­ché non c’è chi più di noi possa recla­marne il diritto di esserlo. Per­ché in tutti que­sti anni abbiamo impa­rato che l’indipendenza è stata ed è la grande forza del mani­fe­sto.

Non abbiamo un edi­tore, né un socio finan­zia­tore, nes­suno che ci dica quello che dob­biamo fare o non fare. A volte, nei momenti più dif­fi­cili, farebbe comodo avere un edi­tore dalle spalle forti. Ma si tratta di un pen­siero fugace, per­ché non si può cam­biare la natura di que­sta par­ti­co­lare voce della sini­stra, per­ché un edi­tore unico sna­tu­re­rebbe la sto­ria del giornale.

Ed è pro­prio l’esito che vor­remmo scon­giu­rare: evi­tare che il mani­fe­sto fini­sca in altre mani.

Que­sto com­pito non può essere affron­tato e garan­tito solo dal col­let­tivo. Per­ciò abbiamo biso­gno di una forte mobi­li­ta­zione di tutti voi. La «par­tita» va chiusa entro Natale. E noi dob­biamo gio­carla e vincerla.

Pos­siamo farlo sol­tanto insieme: noi e voi, voi e noi.

Per riuscirci è importante ritrovare una risorsa, un valore che la sinistra sembra avere smarrito: la solidarietà.

Che in que­sto caso signi­fica capa­cità di donare anche poco, facen­dolo però in tanti, tan­tis­simi, per otte­nere un bene­fi­cio comune.

La crisi divide, isola, spinge cia­scuno ad affron­tare le dif­fi­coltà della vita individualmente.

Gli ope­rai soli davanti alla fab­brica, gli anziani con la loro scarsa pen­sione, le donne costrette a tor­nare a casa, i ragazzi a cui manca un futuro, i pre­cari che non hanno garan­zie, gli intel­let­tuali senza idea­lità, gli impie­gati con lavori alienanti.

Eppure in que­sta vasta soli­tu­dine che ci cir­conda, ogni tanto si accende una luce che illu­mina, come abbiamo visto con la mani­fe­sta­zione del 25 otto­bre: se stiamo insieme, se siamo uniti, si può cam­biare, si può vincere.

Noi del mani­fe­sto viviamo da sem­pre un’esistenza povera di mezzi. Eppure, nono­stante tutto, com­pen­siamo le dif­fi­coltà di un’impresa poli­tico edi­to­riale con la soli­da­rietà. La nostra, che si con­cre­tizza quo­ti­dia­na­mente rea­liz­zando il gior­nale. La vostra, che acqui­stando e soste­nendo il mani­fe­sto ci inco­rag­giate a continuare.

È un esem­pio vir­tuoso di mutuo soc­corso, è un modo di essere sini­stra facendo cam­mi­nare le idee (di auto­no­mia, di indi­pen­denza) nella pratica.

Se fos­simo mili­tanti di un par­tito o iscritti a un’associazione ci rim­boc­che­remmo le mani­che anche per andare nei quar­tieri a costruire pezzi di wel­fare, per aiu­tare chi non ce la fa con azioni con­crete (rac­colte di fondi, coin­vol­gi­mento delle persone).

Del resto se è vero che ci stanno spin­gendo verso rap­porti di lavoro otto­cen­te­schi, sarebbe utile recu­pe­rare pro­prio quelle forme di mutuo soc­corso alla base della nascita del movi­mento ope­raio. D’altra parte ne abbiamo un esem­pio con­creto e recente. Infatti pro­prio così hanno com­bat­tuto la loro bat­ta­glia le donne e gli uomini del movi­mento di Tsi­pras diven­tando pesci nell’acqua del popolo greco, fino a essere oggi il par­tito che punta al governo del paese.

Ecco: la sini­stra, oltre che stu­diare come uscire dall’angolo in cui il neo­li­be­ri­smo l’ha rele­gata, dovrebbe anche comin­ciare a fare quello che pre­dica. Come soste­neva Luigi Pin­tor, non ci può essere sepa­ra­zione tra quello che si pensa e quello che si dice, tra quello che si dice e quello che si fa.

Per noi del mani­fe­sto essere ogni giorno in via Bar­goni — dove è la nostra sede a Roma — signi­fica anche dare voce a chi non ce l’ha, signi­fica fare una diversa infor­ma­zione e comu­ni­ca­zione, per ten­tare di unire chi il potere vuole iso­lare, sepa­rare, ammu­to­lire, per­sino umiliare.

«Siamo diversi per­ché siamo tutti uguali» recita uno degli slo­gan della nostra cam­pa­gna di pro­mo­zione per l’acquisto della testata.

Vuol dire una cosa molto sem­plice: qui le idee sono ben­ve­nute, per­ché vogliamo una sini­stra plu­rale, ricca di dif­fe­renze eppure fedele a un solido prin­ci­pio: l’uguaglianza. Che, nel caso nostro, cer­chiamo di pra­ti­care com­pen­sando le dif­fe­renze di ruoli e di respon­sa­bi­lità con la parità delle retribuzioni.

Ebbene se si dovesse dare retta all’attuale pre­si­dente del con­si­glio, un gior­nale che difende i più deboli social­mente, che com­batte con­tro Jobs Act e riforme mag­gio­ri­ta­rie, che si impe­gna per i diritti sociali e civili di tutti, sarebbe un ferro vec­chio da rot­ta­mare. E allora, care let­trici e cari let­tori, sta anche a voi smentirlo.

Aiu­tan­doci a ripren­derci il nostromani­fe­sto.

Il salto con l’asta è alto, per­ché deve arri­vare ad almeno un milione di euro. Al momento in più di tre­di­ci­mila ogni giorno andate in edi­cola e on line per acqui­stare il gior­nale e in ses­san­ta­mila ci leg­gete. Fate voi i conti di quanto cia­scuno dovrebbe donare per rag­giun­gere l’obiettivo.

Noi li abbiamo già fatti: con una media di venti euro a testa pos­siamo farcela.

E chissà: forse sotto l’albero del pros­simo Natale potrebbe esserci un grande, bel regalo per tutti.

Norma Rangeri

Fonte: Il Manifesto

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