Cosa succede dietro le truppe schierate, i cecchini sui tetti, i metal detector pure nei bagni dei pochi bar aperti?

I “sette grandi” dell’Occidente sono quasi d’accordo su un solo punto: la cosiddetta “lotta al terrorismo”, cui hanno aggiunto una parola ambigua dal significato quasi sempre arbitrario: estremismo. Dobbiamo ricordare ogni volta che l’Onu – massimo organismo internazionale per quanto riguarda almeno la determinazione di un vocabolario comune – non è mai riuscito a dare una definizione condivisa del termine “terrorismo”. Quando si cominciava ad entrare nel merito, diventava improvvisamente chiaro che ogni Stato voleva considerare “terroristi” i propri oppositori armati e “freedom figheters” quelli altrui, con cui magari intrattiene buoni rapporti, canali di rifornimento logistico e/o finanziario.

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Non si fa dunque fatica a capire che la stessa sorte toccherà al cosiddetto “estremismo”, fenomeno ancor meno descrivibile una volta che ci si innalzi al di sopra di un determinato contesto nazionale, o al massimo continentale. Volendo scherzare, possiamo far notare che persino fedelissimi del grande capitale internazionale come Massimo D’Alema e Pierlugi Bersani – protagonisti dell’aggressione alla ex Jugoslavia, delle “lenzuolate” di privatizzazioni e liberalizzazioni che hanno quasi azzerato impresa pubblica e diritti sociale – potrebbero facilmente oggi apparire, nel panorama fetido della politica italiana, quasi due “estremisti di sinistra”. Mentre a destra anche i mazzieri di Casapound passano ormai per “moderati che pensano a lavorare nel sociale” (vedi le ultime relazioni annuali dei servizi segreti italici).

Insomma, l’unico punto di convergenza autentica, ancorché con molti non detto, si registra sulla guerra-alleanza con il jihadismo sunnita (l’Arabia Saudita resta il pilastro mediorientale dell’imperialismo, nonostante finanzi l’Isis e altri gruppi) e sulla guerra senza mediazioni alle opposizioni politico-sociali interne. Seppellendo, senza remore, quanto resta dei vecchi ordinamenti democratico-liberali.

Su tutto il resto, a cominciare dal clima, le cronache parlano di un “vertice a sei contro uno”, oppure di divergenze insanabili tra europei e non (Canada, Usa e Giappone), oppure ancora di divergenze anche tra non europei (il liberal canadese Trudeau e il tycoon reazionario statunitense non sembrano fatti per capirsi).

Dietro le persone e le facce, però, premono interessi economici resi drammatici da dieci anni di crisi senza ancora una via d’uscita. Non è un caso che il “testo finale” a cui stanno lavorando sia ridotto a 6-7 paginette di slogan molto neutrali e interpretabili in modo molto elastico, mentre nei vertici fino a un anno fa si stendevano dei romanzi di decine di pagine inneggianti ai benefici della “globalizzazione” che sarebbero certamente un giorno arrivati nelle tasche di tutti, anche se per il momento non se ne vedeva traccia. Anzi.

L’ultimo anno è stato fatale per lo storytelling in auge da un quarto di secolo. Quattro paesi su sette sono oggi rappresentati da nuovi leader in seguito a ribaltamenti imprevisti delle rispettive popolazioni. David Cameron è stato travolto dal voto sulla Brexit, così come Trump ha inopinatamente smantellato l’establishment repubblicano-democratico statunitense sbaragliando la presunta certa vincitrice Hillary Clinton. E solo la legge elettoale francese ha evitato che Parigi si presentasse al vertice con un premier dimezzato a capo di un governo di coalizione dalla tenuta incerta (ricordiamo che il primo turno aveva prodotto quettro opzioni politiche quasi sullo stesso piano quantitativo, intorno al 20%). E anche il padrone di casa che si sbracciava per indicare le bellezze di Taormina o le scie delle Frecce aveva l’aplomb impiegatizio di Gentiloni, non più il macchiettismo elettrico di Renzi, impalatosi da solo sul referendum costituzionale.

L’approccio neoliberista e “globalista” è sepolto. Non tanto nei discorsi o nella narrazione affidata ai media, quanto e soprattutto nei documenti ufficiali. Per la prima volta un vertice del G7 non riesce a trovare il consenso per scrivere nero su bianco le due formule di rito che sostengono il pensiero unico neoliberale: condanna del protezionismo e impegno a rafforzare il multilateralismo.

Lo spariglio decisivo maturato nei mesi scorsi è ovviamente la necessità impellente e drammatica degli Stati Uniti di metter fine al meccanismo inaugurato nell’agosto del 1971: l’America che stampa dollari a volontà, senza alcun rapporto con le quantità d’oro a supporto, e fa da primo consumatore globale – a debito – della produzione mondiale. I dieci anni di crisi affondano il dollaro (anche la Cina ha smesso da qualche anno di investire in titoli di stato Usa), fanno esplodere il debito pubblico e privato yankee, e i capitali che continuano ad accorre il loro gonfiano a Wall Stret una bolla che farà strage al momento dell’inevitabile esplosione-sgonfiamento.

Come segnala Guido Salerno Aletta su Milano Finanza di oggi,

Il debito federale è in crescita continua, e si prevede che cresca ancora: nel 2016 è stato pari al 107,3% del pil, quest’anno al 108,3%, fino a raggiungere il 117% del 2022. La posizione internazionale netta americana peggiora in continuazione dai -1.279 miliardi di dollari del 2007 è arrivata ai – 8.109 miliardi del 2016. In dieci anni, il debito americano verso l’estero è cresciuto di 6.830 miliardi di dollari: con questo disavanzo commerciale e con questo debito pubblico non si va avanti.

Soprattutto quando, com’è oramai costretta a fare la Federal Reserve (e di lì a poco anche la Bce), i tassi di interesse riprendono a salire. L’incrocio tra debito stellare e tassi in salita si traduce immediatamente i risorse che se ne vanno solo per ripagare il servizio del debito, senza peraltro diminuirlo.

The Donald è stato scelto da quella parte di America che ha bisogno di fare profitti producendo merci (non solo finanza), mettendo al lavoro gente che altrimenti va a gonfiare fasce sociali a richio improvvisa esplosione (a meno di non voler mettere in conto i continui riot al solo – ed esibito – razzismo della polizia). Non è importante se lui abbia in testa o no una soluzione credibile – non ce l’ha nessuno a quel che si comprende -; è invece decisivo che il paese e l’economia più grande del pianeta siano arrivati al punto di far dire “non possiamo più andare avanti in questo modo”.

E da questo G7 non verrà fuori altro che la presa d’atto – mascherata il più possibile nelle photo opportunity – che il mondo non ha più un padrone assoluto, anche molto nervoso e minaccioso. Perché, ricordiamoci sempre, l’unico avversario contro cui sono da sempre coalizzati senza alcun dubbio sono i popoli sotto il loro governo.

http://contropiano.org/

E così è proprio vero, la più sfacciata truffa politica della storia repubblicana è stata compiuta. Renzi, Berlusconi e Salvini hanno rimesso i voucher. Il 28 maggio – oggi – avremmo dovuto votare per abolirli, invece per paura del voto Renzi e semprepronto Gentiloni li avevano cancellati. Ora li ripristinano, cucù il voto non c’è più, passata la festa gabbato lo santo. Ne abbiamo passate tante, ma io non ricordo un’ offesa alla sovranità popolare sfacciata e arrogante come questa.
18670883_1682119832097628_4105693538599741702_n.jpg Tornano i voucher e dilagheranno di nuovo, non è infatti assolutamente vero che ci sono clausole che li limitano. Basti pensare che il limite per le aziende è sì di 5 dipendenti, ma a tempo indeterminato. Chi ha 1000 dipendenti precari potrà ricorrere ai voucher. E i controlli saranno impossibili visto che ogni azienda ha 3 giorni per “regolarizzarsi” nel caso esageri, tra un voucher e l’altro. Saranno tre giorni di ricatti e lavoro nero.
Ma capisco che queste sono obiezioni che non contano nulla per chi aveva il solo obiettivo di dimostrare alla Confindustria e al sistema degli affari di essere rimasto quello di sempre. Non è neppure da escludere che la restaurazione dei voucher sia stata offerta alla Commissione Europea per far approvare la manovrina di bilancio. Vi facciamo vedere un anticipo delle “riforme” che ci chiedete per l’anno prossimo. Bravini dicono i commissari.
Devo dire che dei tre imbroglioni che hanno contemporaneamente sbeffeggiato i diritti del lavoro, il popolo italiano e la democrazia, il meglio è Silvio Berlusconi. In fondo lui i voucher li aveva istituiti e quanto alla affidabilità, beh è stato maestro nel negare e rinnegare le verità più clamorose. Il peggio è sicuramente Matteo Salvini. L’eroe della Lega di lotta, durissimo con i poveri migranti alla stazione di Milano, è diventato un coniglio bagnato di fronte agli interessi padronali che i suoi soci Maroni e Zaia, dallo scranno di presidenti delle regioni, gli hanno imposto di rispettare. E lui vuole andare contro l’euro e la UE? Ma va là baüscia.
In mezzo ai due imbroglioni, il vecchio e il nuovo, sta Matteo Renzi. È lui l’anello di congiunzione che mancava alla destra per riunificarsi, chi meglio del grande fan di Marchionne poteva esserlo?
Mentre il parlamento rimetteva i voucher a Roma manifestavano in migliaia i lavoratori di Alitalia, Ilva, Almaviva, Acinformatica, Sky, insieme a tanti altri, chiedendo al potere pubblico di non permettere o di fermare i licenziamenti. I tre imbroglioni hanno subito dato la loro risposta: avrete i voucher.
A coloro che ancora sostengono Renzi, Berlusconi e Salvini io auguro di sperimentare il lavoro coi voucher. Così potranno ringraziare chi li ha rimessi.

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All’apertura dei lavori abbiamo lanciato un appello ai capi di governo

Siamo tornati a lanciare il messaggio “Climate Justice Now” con una Statua della libertà alta 4 metri, con indosso un giubbotto di salvataggio, e il messaggio “Planet Earth First” con i nostri attivisti a bordo di 8 canoe posizionate nelle acque antistanti la spiaggia di Giardini Naxos, vicino Taormina.

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La nostra richiesta è semplice: il Pianeta rischia grosso per via dei cambiamenti climatici, ed è responsabilità dei leader mondiali implementare con rapidità i trattati di Parigi sul clima per stabilizzare l’aumento della temperatura del Pianeta su quota 1,5 gradi ed evitare così le catastrofiche conseguenze del riscaldamento globale.
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La transizione verso le energie rinnovabili è già in corso. Tre dei Paesi del G7 – Regno Unito, Francia e Canada – hanno già annunciato lo scorso anno una data di abbandono dal carbone, mentre per l’Italia questo potrebbe essere avvenire entro il 2025 o il 2030. Anche la Germania si sta muovendo in questa direzione, come conferma il piano energetico a lungo termine reso noto lo scorso anno.
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Ma il presidente degli Stati Uniti Trump pare voler imboccare la strada sbagliata, minacciando di lasciare l’accordo di Parigi. Il G7 deve mantenere il punto e chiedere a Trump di assumersi le proprie responsabilità!
Aiutaci a difendere il clima!

http://www.greenpeace.org/italy/it/

Vostre le guerre, nostri i morti. Ad ogni attentato dell’Isis o di qualche imitatore siamo costretti a ripetere questa semplice verità. Che rischia sempre di essere sommersa sotto il mare della melassa vittimista sparata dagli schermi e dalle prime pagine.
Non c’è alcuna commozione in chi freddamente prepara il menu strappalacrime da sottoporre al malcapitato telespettatore. Non c’è altro che pelosa ipocrisia nelle frasi di circostanza pronunciate da ministri, premier, presidenti. Sanno meglio di noi con cosa hanno a che fare, e sanno di essere tra i primi responsabili della metastasi stragista sparsa in tutto il mondo.

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Fuori da ogni complottismo idiota, la galassia jihadista – Isis, Al Qaeda, Al Nusra, ecc – trova radici storiche nel fondamentalismo sunnita, coltivato e perpetuato dall’Arabia Saudita e le altre petromonarchie del Golfo. E’ stato foraggiato e incentivato da tutto l’Occidente, in primo luogo dagli Stati Uniti, come arma fondamentale contro l’Unione Sovietica che aveva sciaguratamente invaso l’Afghanistan. Osama Bin Laden è stato per anni il principe dei freedom fighters acclamati sui media del “mondo libero”, costruendo così un immaginario vincente per una filiera quasi seppellita dalla Storia.
Il jihadismo sunnita è però esploso come fenomeno massivo solo dopo la seconda invasione occidentale dell’Iraq, quella del 2003, che portò all’abbattimento del regime di Saddam Hussein.Un regime autoritario, certo, come tutti quelli della zona (tranne Iran e Libano). Ma soprattuttolaico, per nulla affascinato dalle sirene fondamentaliste. Con demente determinazione gli Stati Uniti scelsero come nemici proprio i regimi laici del Medio Oriente, assecondando gli interessi delle dittature (vi piace di più il termine monarchie?) islamicamente “pie”. Dopo Saddam Hussein toccò alla Libia di Mu’ammar Gheddafi, quindi alla Siria di Assad. Tre paesi che sono diventati un braciere dove si consumano tragedie innominabili, verso cui è stato favorito un “turismo” di combattenti dalle metropoli dell’Occidente. Lo stesso era avvenuto nella ex Jugoslavia o in Cecenia. Combattenti che qualche volta tornano a casa furibondi, portandosi dietro un altro mondo, altri interessi, altre ragioni.
Gente che magari si è sentita strumentalizzata e tradita dell’Occidente – prima sostenuti e coccolati, poi bombardati – fermamente intenzionata a portare nelle nostre città l’inferno che “i nostri” governanti e bombardieri (non importa, soprattutto a loro, se siano americani, francesi, inglesi o russi) hanno portato nelle loro.
Spiegava un compagno turco che l’Isis e gli altri gruppi sono come un pitbull: addestrati a mordere gli altri, ma a volte colpiscono anche il padrone o quello che ha presunto di poterlo essere.
L’Isis è un vostro prodotto, una metastasi del tumore che voi “classe dirigente occidentale” avete fatto crescere altrove.
I ragazzi di Manchester sono invece i nostri figli, fratelli, sorelle. Siamo noi che giriamo per le nostre strade, cercando di sopravvivere all’impoverimento crescente che voi ci avete imposto, che ci intruppiamo in uno stadio o in una metropolitana o una via della movida per una serata diversa, per una pausa in una vita senza futuro migliore.
Voi avete iniziato questa guerra che ci uccide. Non ci sono paragoni possibili con la lotta armata metropolitana degli anni ‘70 in Europa o in America Latina, perché in quel caso i bersagli erano i responsabili di scelte precise e avversate; non gente che passava per caso.
Isis ed imitatori, invece, nemmeno vi cercano. Sono troppo deboli per farlo, si accontentano di uccidere noi, a mucchi, senza distinzioni. Sangue di popolo per sangue di popolo, in una logica arcaica e senza futuro.
Voi avete iniziato questa guerra che ci uccide. Non siete voi che potete farla finire. Non siete voi che potete vincerla. Non vi interessa, anzi vi torna persino utile. I popoli spaventati si affidano inermi alla bestia che finge di proteggerli.

Finché voi resterete ai vostri posti noi continueremo a morire, a piangere i nostri ragazzi, a chiederci stupidamente “perché ci odiano?”

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Se un giorno potessi distruggere la mente,
lasciare il mio corpo avanzare da solo,
potrei solo allora trovare il momento di dire a me stesso
“Quel giorno è arrivato, si chiama impazzire”.

Che nome bizzarro ho scelto stasera
per dare colore all’ultimo giorno passato con voi.
Non penso al presente, mi resta un ricordoche vive nel sogno,
un giorno di sogni che lascian pensare a storie passate,
a lunghe giornate lasciate appassire per poi ritornare
in altri futuri più giovani e belli.

Ricordo o esperienza, è un grosso dilemma
che vive ogni giorno schermando il futuro.
Son solo parole che accecano e fuggono
e lascian pensare da soli o col vento,
la storia di un uomo dal largo sorriso,
di un fiore reciso e non accettare che tutto è finito.

Giosuè Maniaci

E’ STATO PUBBLICATO IL NUMERO QUATTRO ANNO UNDICI DEL MENSILE

“BUCO 1996 – nei secoli a chi fedeli???”

Nel quarto numero dell’undicesimo anno trovate:

–          Editoriale – Il 25 Aprile fonte di Resistenza sempre attuale

–          L’Intervista – Doriana: “Manifestazione No Tav il 6 maggio”

–         Politica – La messinscena dell’abolizione dei voucher

–        Esteri – Venezuela, bisogna riprendere gli obiettivi chavisti

–         Ricordo – A 80 anni dalla morte di Gramsci

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Clicca qui per il numero quattro anno undici di “Buco1996-nei secoli a chi fedeli???”

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