Lavagna, sulla Riviera di Levante, 12 mila abitanti in provincia di Genova, è su tutte le prime pagine dei giornali nazionali in seguito alla drammatica vicenda che ha visto un ragazzino di 16 anni morto suicida dopo un controllo della guardia di Finanza.

La sua colpa sarebbe stata quella di possedere un “pezzetto di fumo”, 10 grammi per la precisione.

Soffermiamoci sul dato più angosciante, a costo di ripeterlo: un sedicenne di Lavagna si è tolto la vita davanti alla madre e al padre gettandosi dal balcone di casa mentre i finanzieri effettuavano la perquisizione della sua stanza, alcova di sogni e segreti di qualsiasi adolescente; è salito sulla balaustra del balcone e si buttato nel vuoto approfittando di alcuni attimi era stato lasciato solo. Altri dettagli non sono importanti; sono importanti la violenza e la pressione “sociale” che hanno determinato questo gesto.

Adesso, però, bisogna fare una scelta, trovare un colpevole, comprendere se la colpa è dei consumatori – anche se adolescenti e incensurati – o di un sistema proibizionista che non funziona, e non ha mai funzionato se non per arricchire malavita e mafia, come la storia del primo ‘900 ci insegna.

Negli anni Venti entrò in vigore in America il Volstead Act, che aveva l’obiettivo di moralizzare la società statunitense (il proibizionismo è infatti chiamato anche the noble experiment) ma che di fatto consentì ai grandi gruppi mafiosi di crescere grazie ai proventi ricavati dal contrabbando di alcol e di sopravvivere dopo l’epoca del proibizionismo, assorbendo o distruggendo gli altri che non erano riusciti ad adattarsi alla fine dei profitti del contrabbando. Al Capone a Chicago è forse l’esempio, grazie al grande schermo, più famoso.

Ora siamo nel 2017, è passato quasi un secolo dal Volstead Act eppure in Italia la storia delle sostanze psicotrope, leggere o pesanti, è intrisa di narrazioni conservatrici che ne hanno pesantemente condizionato l’informazione. Il proibizionismo c’è ancora, il piano pubblico della discussione è diventato un triste rituale teso a criminalizzare comportamenti, stili di vita e modus operandi dei consumatori.

Se negli anni Venti il proibizionismo vietava la vendita di alcol, il cui prezzo di vendita schizzò alle stelle arricchendo così i gangster d’America, intenzionati a proteggere a qualsiasi costo i loro interessi, ora anche in Italia pare evidente che ci sia ancora qualcuno che questi interessi li deve proteggere, per quanto le sostanze “incriminanti” siano cambiate.

Il giovane suicida di Lavagna non ha colpe, la colpa è di un sistema politico stantio dove la legge diventa incomprensibile; l’unico comune denominatore è il peso di essere un consumatore, la vergogna sociale di essere additato come un tossico. Le scuole rappresentano un laboratorio di repressione e cattiva informazione, con i blitz della finanza in costante aumento, e le città che continuano ad essere schiave di un modello securitario, che tende a vedere la droga e i suoi consumatori come un problema di ordine pubblico.

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L’Italia si trova di fronte a una scelta: mantenere le sue politiche proibizioniste, che hanno già ucciso migliaia di persone, o trasformare completamente il suo approccio nei confronti delle droghe?

Il caso di Lavagna dovrebbe porci ancora una volta questa domanda. Che senso ha continuare a sprecare risorse nella repressione dei consumatori senza arrivare al nocciolo del problema? Ha senso che questa “trasgressione” continui a prosperare arricchendo le organizzazioni criminali? Così facendo si continua a ledere gravemente i diritti umani e le libertà personali, mentre si promuovono stigma e discriminazione.

Quando parli di droga, in Italia, devi farlo sottovoce, siamo infatti in un paese dove la coscienza collettiva si basa sul senso di colpa, un cattolicissimo senso di colpa che l’Italia intera, non si capisce perché, deve espiare. E la cosa più grave è che da un retaggio culturale e sociale si passa immediatamente ad un problema politico: se da una parte è rientrata in vigore la differenza tra droghe leggere e pesanti, dall’altra il senso del proibito e il senso di colpa relegano ad una zona periferica il dibattito sulle sostanze. I consumatori ci sono e si nascondono, e quando vengono scoperti non sempre reggono il colpo. L’odissea giudiziaria che aspetta comunque il consumatore fermato dalle Forze dell’Ordine, è un chiaro esempio: non c’è una legislatura chiara e la depenalizzazione delle droghe, almeno quelle leggere, è soggetta ad un iter giudiziario che fa addirittura perdere la voglia di svaccarsi su un divano a fumarsi una canna.

Le spese si sommano e sono miliardi di euro che lo Stato paga per contrastare, inutilmente, il narcotraffico.

Intanto nelle scuole ogni giorno si verificano nuovi controlli antidroga, ormai ci si è abituati da diversi anni a questa parte, c’è addirittura chi lo appoggia senza obiezioni: dirigenti scolastici e professori desiderosi di dare segnali di legalità e sprazzi di giustizia, genitori che così si sentono più tranquilli, magari si alleggeriscono del peso dell’educazione dei propri figli, tanto si sa che “che quelli col fumo sono sempre i figli degli altri”.

Ma la vera domanda è: che messaggio si vuole dare nelle scuole attraverso questi controlli? Prevenzione, controllo? No, è molto più semplice: la risposta è repressione.

Che tu sia colpevole o meno, sei adolescente. Ed è umiliante per chiunque essere perquisito, annusato. Sospettato di essere un drogato, o peggio uno spacciatore.

Il messaggio è chiaro: “i giovani di oggi sono dei rammolliti poco raccomandabili”, ed io promuovendo i controlli nelle scuole te lo sto ribadendo. Fai parte dello status sociale, infimo, di adolescente: sei controllabile, attento a non sgarrare.

E si sa, in una società in cui veniamo bombardati di messaggi contrastanti e in cui il gusto del proibito ti spinge a provare per forza, ormai – non siamo ipocriti – chiunque fa uso di sostanze, che sia sporadicamente o meno. Per provare, per scoprire, per fare gruppo nel caso dei più giovani; per rilassarsi, per gestire lo stress, per dimenticare nel caso di chi ha qualche anno in più. Qualunque sia il motivo non è importante, le droghe, leggere o pesanti che siano, ci sono e inevitabilmente ci incuriosiscono.

A Lavagna è morto un ragazzo, ma non si è ucciso da solo, lo ha fatto con lo Stato che criminalizza l’uso – definendolo a prescindere abuso – di sostanze e ancora non si è messo a lavorare seriamente su una legge che normi il consumo. I giovani vivono in una realtà sempre più artefatta, il confronto non è quasi più verbale ma celato dietro una tastiera, le frustrazioni ci sono e il giudizio del prossimo si teme ancora di più.

I giovani di adesso sono più soli, hanno sempre meno vita reale e non sanno molto spesso con chi condividere il senso di colpa. L’Italia deve appropriarsi del diritto di regolamentare il consumo consapevole delle sostanze, per il ragazzo di Lavagna, per noi, per tutti.

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Il premier israeliano Netanyahu e il neo presidente Usa Trump ieri hanno tenuto a Washington, la loro prima conferenza stampa congiunta. Ribadendo il “legame indissolubile” fra Stati Uniti e Israele, Trump ha definito Israele un “simbolo di resilienza”, sottolineando le enormi sfide sulla sicurezza che deve affrontare. A una domanda sulla soluzione dei “Due popoli, due Stati” Trump ha risposto: “Uno stato o due stati, a me sta bene la soluzione che preferiscono le due parti”. Ha poi sottolineato che “entrambe le parti devono fare compromessi” e che preferirebbe che Israele “si trattenesse un po’ sugli insediamenti”. Netanyahu su questo si è limitato a rispondere: “Ne parleremo”

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Dal canto suo, lo stesso Netanyahu ha affermato che: “Ci sono due prerequisiti per la pace. Primo, i palestinesi devono riconoscere Israele come stato ebraico. Secondo, in qualsiasi accordo di pace Israele deve mantenere il controllo della sicurezza su tutta l’area ad ovest del fiume Giordano”.
Ma la questione indubbiamente più rilevante emersa nel primo incontro tra Trump e Netanyahu appare indubbiamente la liquidazione della ipotesi “due popoli due stati” sulla quale da trenta anni (la dichiarazione di Algeri dell’Olp e poi gli accordi di Oslo) si è impantanata ogni seria azione tesa a dare uno stato ai palestinesi. Due popoli due stati è diventata ben presto una foglia di fico dietro cui si sono nascosti tutti coloro che – a destra come a sinistra, nel mondo come in Italia – hanno voluto evitare in ogni modo di entrare nel merito della questione palestinese.
Dopo anni di impantamento diplomatico e di annessioni israeliane di territori palestinesi sul campo, era evidente come questa prospettiva fosse ormai esaurita. Solo poche settimane fa proprio Netanyahu aveva parlato di “stato minimo” come massima concessione ai diritti nazionali del popolo palestinese.
Un editoriale del Jerusalem Post di una settimana, a firma di Ira Sharanski, anticipava la sortita di Trump scrivendo emblematicamente che “la classica “soluzione a due stati” ha poco senso e che forse non è un caso se i palestinesi ne hanno sistematicamente boicottato l’attuazione. E forse sarebbe un fattore di maggiore destabilizzazione. Meglio pensare a soluzioni alternative, come ad esempio una multi-comunità, che in buona misura è già una realtà di fatto anche se non viene né proclamata né riconosciuta in modo formale”.
Insomma si capiva che l’aria stava cambiando e non certo a favore dei palestinesi, andando a rimettere in discussione anche lo schema “due stati per due popoli” che fino ad oggi era stato ritenuto il minimo denominatore condiviso ma depotenziato concretamente da tutti i soggetti in campo.
In questi anni, in tutte le mobilitazioni e i dibattiti sulla lotta di liberazione palestinese, abbiamo più volte sottolineato come l’ipotesi “due popoli due stati” fosse ormai estenuata come prospettiva, senza alcun avanzamento sul campo né sul piano internazionale. Il Parlamento italiano è riuscito a votare tre mozioni diverse e contrapposte tra loro per negare questa soluzione. Unica eccezione è stato il Vaticano che ha aperto una ambasciata palestinese e pochissimi governi come la Svezia che hanno fatto altrettanto.
Adesso è stato Trump a liquidare il problema come irrilevante (uno stato, due stati, basta che si mettano d’accordo) e dunque a squarciare il velo di una ipocrisia dolorosa, soprattutto per il popolo palestinese.
Ma a nessuno però è sfuggito (neanche ai giornalisti presenti all’incontro) come l’approccio di Trump abbia messo in difficoltà anche Netanyahu. Se si liquida l’ipotesi dei due stati, è evidente che Israele – che identifica se stessa come stato ebraico – dovrebbe annettersi anche la popolazione palestinese, ben oltre i palestinesi che già vivono in Israele dall’occupazione del 1948 e che oggi sono cittadini con passaporto israeliano ma di serie B e C rispetto a quelli di origine ebraica. Una ipotesi che, sulla base della demografia, farebbe saltare il progetto di Israele come stato ebraico e dunque il cuore del progetto sionista.
Come è noto, la sinistra rivoluzionaria palestinese (in particolare il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina), per tutto un periodo ha sostenuto la tesi dello “Stato Unico”, laico e multietnico per ebrei e palestinesi. Una ipotesi rigettata con timore dai sionisti ma anche da una gran parte della borghesia palestinese, dunque una ipotesi ampiamente minoritaria ma non per questo meno credibile di quella dei due stati per due popoli.
Alcuni anni fa venne dato alle stampe un libro interessantissimo del sociologo palestinese Hilal Jamil – “Palestina. Quale futuro?”, edizioni Jaca book – dal quale emergeva con forza l’impraticabilità della cosiddetta soluzione dei due Stati, che comporterebbe la concreta costituzione di uno Stato palestinese pienamente sovrano su di un territorio dotato di una minima coesione e con un livello accettabile di accesso alle risorse per i suoi abitanti.
Anni dopo a documentare la innocua velleità della posizione “due stati per due popoli”, era stato Ziyad Clot, negoziatore palestinese dimessosi nel 2008 a rendere pubblici i “Palestine Papers”, circa 1600 documenti degli inutili negoziati tra Israele e Anp raccolti nel libro “Non ci sarà uno Stato palestinese”.
Oggi la questione palestinese è stato rimessa sul piatto nelle condizioni di massima debolezza della sua causa. La battuta di Trump suona anche peggiore del goodbye all’Olp di Brzezinski alla fine degli anni Settanta. E’ la conferma che gli attori principali dell’agenda internazionale considerano quella palestinese come una “seccatura” di cui liberarsi senza troppo clamore. E’ ormai evidente che se i palestinesi vogliono una soluzione, devono tornare ad essere un problema per l’occupazione israeliana e per il mondo.

http://contropiano.org/

Non si può dire che Marco Minniti, nominato da appena due mesi al vertice del Viminale forte dell’esperienza maturata nel corso della sua carriera politica nei ruoli chiave in cui lo Stato esercita la gestione della forza pubblica (Difesa, Interno, servizi segreti), non sia un uomo di parola.

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Approfittando del clima sociale che inquina costantemente il dibattito sui temi dell’immigrazione e che invoca l’assunzione di provvedimenti sempre più drastici per far fronte all’arrivo di nuovi profughi, il neoministro, come promesso nel giorno del suo insediamento, ha voluto prendere di petto la questione, cosciente che su questo terreno, in vista delle prossime elezioni, partiti e forze politiche si giocheranno una bella fetta del consenso popolare.
È così che, nel giro di poche settimane, Minniti ha prima siglato a Tripoli uno sciagurato accordo per il contenimento delle partenze dei migranti verso l’Italia con il presidente del consiglio presidenziale libico Al Serraj – particolarmente critico sotto l’aspetto della tutela dei diritti umani e peraltro immediatamente azzoppato dal Parlamento di Tobruk, che ne ha completamente disconosciuto il valore – e successivamente ha presentato alle Commissioni di Camera e Senato i punti qualificanti del suo piano per razionalizzare la presenza dei richiedenti asilo sul territorio nazionale.
E proprio su tale piano, approvato venerdì 10 febbraio dal Consiglio dei Ministri, sembrano concentrarsi le più tetre previsioni circa il futuro delle politiche nazionali di accoglienza. Tra i punti qualificanti proposti da Minniti, infatti, figurano l’impegno a perseguire in maniera più energica la politica dei rimpatri attraverso la sostituzione dei Cie con i nuovi Centri di permanenza per il rimpatrio (uno per regione, per un totale di circa 1.600 posti), e lo svolgimento di lavori socialmente utili non retribuiti da parte dei richiedenti asilo a favore dei Comuni che li ospitano.
L’idea, è bene precisarlo, non è del tutto originale: già nel 2014, lo stesso ministero dell’Interno (che in maniera più che discutibile continua a ingerire sul tema del lavoro) aveva emesso una circolare che muoveva in questa direzione, immediatamente recepita da parecchi enti locali per beneficiare di manodopera gratuita in occasione di lavori di pubblica utilità. Tuttavia, la prospettiva che oggi un simile provvedimento possa diventare legge dello Stato, rappresenta un salto di qualità che rischia di aprire una breccia molto pericolosa verso una vera e propria moderna forma di sfruttamento e schiavitù.
Va detto che, al pari delle circolare del 2014, il nuovo dispositivo salvaguardia il principio dell’adesione volontaria da parte del migrante (fatto che fino alla vigilia dell’ultimo consiglio dei ministri non sembrava così scontato), ma ciò non ne muta la gravità. Infatti, dietro la maschera della buona pratica a sostegno della formazione professionale e dell’inclusione sociale che il governo intende porre sul vero volto del provvedimento, si cela il tentativo di spalancare le porte a un modello che in futuro potrebbe vincolare l’accoglienza all’obbligo da parte del migrante di lavorare gratuitamente per “ripagarsi” l’ospitalità.
Un concetto che pur godendo di un certo consenso sia in Parlamento sia nella società, di fatto costituisce un’oggettiva declassazione del diritto d’asilo e a tutte le altre disposizioni sancite dall’articolo 10 della Costituzione. Per questo non va assolutamente sottovalutata la legittimazione che il piano Minniti potrebbe offrire a questa impostazione, con rilevanti e imprevedibili ricadute sul piano etico, politico e sociale.
Lo stesso principio volontaristico, inoltre, pur consentendo al provvedimento di fermarsi a un passo dal baratro della schiavitù di Stato, produce l’effetto immediato di dividere i richiedenti asilo in buoni (quelli disposti a lavorare gratuitamente) e cattivi (quelli determinati a farsi riconoscere un diritto garantito sia a livello nazionale che internazionale), minando ulteriormente, come se ce fosse ancora bisogno, l’immagine pubblica del migrante.
Ma non solo, qualora in futuro dovessero concretizzarsi le più fosche previsioni e dovesse davvero venir meno gradualmente la tutela volontarietà, si determinerebbe ai danni dei rifugiati un vero e proprio ricatto che costringerebbe ciascuno a scegliere tra lo svolgimento di lavori a titolo gratuito e l’incubo del rimpatrio forzato: un’autentica barbarie giuridica.
Vanno poi considerate le conseguenze che il piano Minniti rischia di avere nell’impatto quotidiano con le comunità ospitanti. Infatti, se il do ut des tra accoglienza e lavori socialmente utili intercetta un significativo consenso tra l’opinione pubblica (e viene da pensare che si tratti in particolare di un’opinione pubblica a largo indirizzo progressista, pronta non solo a lasciarsi convincere dalla correttezza etica del provvedimento, ma anche del suo intrinseco valore inclusivo dal punto di vista sociale), è fin troppo facile immaginare che ci sia un’altra parte di popolazione, non meno numerosa e forse maggioritaria, la stessa che vive con sempre più insofferenza la presenza dei migranti nelle città e i progetti di accoglienza promossi dalle amministrazioni pubbliche, pronta a identificare il provvedimento con il più atavico degli stereotipi razzisti, quello dello straniero che ruba il lavoro agli italiani.
È certamente per questo motivo che il ministro, nella sua presentazione, si è affrettato a fornire rassicurazioni e a garantire che i lavori socialmente utili non creeranno concorrenza con il mercato del lavoro. Ovviamente Minniti non ha specificato come, anche perché sarebbe molto complicato farlo in maniera convincente, visto che oggi le prestazioni etichettabili come socialmente utili – in genere piccoli interventi di pulizia, mantenimento del decoro urbano e altri lavoretti simili – o costituiscono una sorta di ammortizzatore sociale per disoccupati e lavoratori in mobilità, o, se non svolte in house dagli enti locali, vengono appaltate all’esterno generando economia per cooperative e piccole imprese. Purtroppo, non ci vuole molto a capire che è quasi inevitabile che un provvedimento simile finirebbe per favorire un’interpretazione destinata a rinforzare ulteriormente i sentimenti xenofobi già largamente radicati in molte aree del Paese.
È dunque fondamentale non sottovalutare il rischio di questa ennesima involuzione, adottata come sempre dietro il pretesto dell’emergenza. Anche perché, come si usa dire, a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, e viste l’indole di certi ministri e le leggi varate di conseguenza negli ultimi anni, non stupirebbe che sulla pelle dei migranti si provi a sperimentare nuove politiche per superare in senso più ampio quei diritti che ancora oggi tentano di regolamentare l’accesso al mercato del lavoro.

Simone Massacesi
Redazione Meltingpot

La Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio di cinque carabinieri coinvolti nell’indagine bis sulla morte di Stefano Cucchi, ovvero per i tre carabinieri che lo arrestarono, per i loro colleghi che avrebbero mentito per coprire le torture: chiesto il rinvio a giudizio.

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Ora un giudice di Roma dovrà stabilire la data dell’udienza preliminare perché c’è la richiesta di rinvio a giudizio per cinque dei carabinieri coinvolti nell’inchiesta bis sulla morte di Stefano Cucchi, il geometra trentenne deceduto una settimana dopo il suo arresto, nel reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale Pertini di Roma, nell’ottobre del 2009. Per i tre militari che lo arrestarono, l’accusa contestata dalla procura è quella di omicidio preterintenzionale, mentre altri due appartenenti all’Arma sono accusati di calunnia e falso.
L’ipotesi di reato di omicidio preterintenzionale riguarda Raffaele D’Alessandro, Alessio Di Bernardo e Francesco Tedesco, mentre il falso e la calunnia riguardano Roberto Mandolini e Vincenzo Nicolardi. All’epoca del fatto prestavano servizio alla stazione dei carabinieri di Roma Appia. Sono loro che arrestarono Cucchi in flagranza di reato perchè trovato in possesso di stupefacenti. Ai carabinieri Roberto Mandolini comandante interinale della stazione Appia vengono contestati i reati di calunnia e falso mentre l’accusa di calunnia è contestata ancora al carabiniere Tedesco nonchè a Vincenzo Nicolardi.
La Procura di Roma, dunque, contesta il reato di omicidio preterintenzionale ai tre carabinieri che arrestarono Stefano Cucchi. Ai tre carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale per la morte di Stefano Cucchi è contestata anche l’accusa di abuso di autorità. L’avviso di chiusura indagine, atto che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio, dice che hanno sottoposto il geometra «a misure di rigore non consentite dalla legge». Per la procura con «l’aggravante di aver commesso il fatto per futili motivi, riconducibili alla resistenza di Cucchi al momento del foto-segnalamento». Dalla prima ipotesi di lesioni volontarie si è passati all’ipotesi di omicidio preterintenzionale anche dopo una malintesa perizia, quella con cui, secondo Ilaria Cucchi, si tentava «di scrivere la sentenza finale del processo per i responsabili del violentissimo pestaggio a mio fratello». Il collegio peritale si era avventurato a formulare due ipotesi di morte. «La prima, per epilessia, che se in un primo momento viene ritenuta forse più probabile, nelle conclusioni la definisce ‘priva di riscontri oggettivi’. La seconda, dopo aver riconosciuto tutte le evidenze cliniche da sempre dai nostri medici legali evidenziate, riconosce il ruolo del globo vescicale come causa di morte in conseguenza delle fratture. A pagina 195 descrive compiutamente ‘un’intensa stimolazione vagale produce brachicardia giunzionale’, che ovviamente è conseguenza delle fratture, e poi della morte».
Malgrado tutto, gli unici dati oggettivi scientifici che la perizia riconosce sono: il riconoscimento della duplice frattura della colonna e del globo vescicale che ha fermato il cuore. «Abbiamo ottime possibilità di vedere processati gli indagati per omicidio preterintenzionale.
Un violentissimo pestaggio, dunque, toccò a Stefano Cucchi, già nella notte dell’arresto da parte di alcuni carabinieri del comando della stazione Appio che spunta solo dopo sei anni nelle ipotesi della Procura della Repubblica di Roma che, con un documento di 50 pagine, ha chiesto al gip a dicembre del 2015 di disporre lo svolgimento di un incidente probatorio per ricostruire tutti i fatti che hanno preceduto la morte di Cucchi, avvenuta il 22 ottobre del 2009 all’ospedale Pertini, «dopo aver subito – come si legge nel documento della procura – nella notte tra il 15 e 16 ottobre un violentissimo pestaggio da parte dei carabinieri appartenenti al comando stazione Appia».
Sempre più concrete, perciò, le ipotesi che emergevano con forza dalle primissime ricostruzioni e dalle evidenti contraddizioni dei carabinieri durante la prima inchiesta. Ma all’epoca, con un proclama perentorio, parve a tutti che il ministro della Difesa La Russa fosse intervenuto a gamba tesa per tenere lontana l’Arma da un’inchiesta. Così fu. Così, forse, non è più. Una consulenza del radiologo Carlo Masciocchi, consulente della famiglia Cucchi, accertò l’esistenza di una frattura lombare recente sul corpo del defunto.
Nella ricostruzione dell’accaduto e soprattutto sulle lesioni subite da Stefano Cucchi nelle carte si scrive che a pestarlo furono i carabinieri D’Alessandro, Di Bernardo e Tedesco. Il pestaggio avvenne in un arco temporale certamente successivo alla perquisizione domiciliare eseguita nell’abitazione dei genitori dello stesso Cucchi, un pestaggio che «fu originato da una condotta di resistenza posta in essere dall’arrestato al momento del fotosegnalamento presso i locali della compagnia Carabinieri Roma Casilina». Qui subito dopo la perquisizione domiciliare si legge nel documento Cucchi era stato portato. Secondo la ricostruzione fatta dal magistrato una volta nella caserma Casilina «fu scientificamente orchestrata una strategia finalizzata a ostacolare l’esatta ricostruzione dei fatti e l’identificazione dei responsabili per allontanare i sospetti dei carabinieri appartenenti al comando stazione Appia». In particolare nella ricostruzione decisa dai carabinieri «non si diede atto della presenza dei carabinieri Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo nella fase dell’arresto di Stefano Cucchi. Il nominato dei due militari infatti non compariva nel verbale di arresto, pur essendo gli stessi pacificamente intervenuti già al momento dell’arresto e pur avendo partecipato a tutti gli atti successivi».
Nel documento della Procura si sottolinea poi che «fu cancellata inoltre ogni traccia di passaggio di Cucchi dalla Compagnia Casilina per gli accertamenti fotosegnaletici e dattiloscopici al punto che fu contraffatto con bianchetto il registro delle persone sottoposte a fotosegnalamento». Poi si aggiunge che nel verbale di arresto non si diede atto del mancato fotosegnalamento e che Stefano Cucchi «non fu arrestato in flagranza per il delitto di resistenza a pubblico ufficiale perpetrato nei locali della compagnia carabinieri di Roma Casilina, nè fu denunciato per tale delitto. Omissione che può ragionevolmente spiegarsi solo con il fine di non fornire agli inquirenti alcun elemento che potesse spostare l’attenzione investigativa sui militari del comando stazione carabinieri di Roma Appia». Secondo il pubblico ministero fu taciuto agli altri carabinieri che avevano partecipato all’arresto di Cucchi.

da http://www.osservatoriorepressione.info/

Quando la pazienza nella cura del metodo antagonista semina i territori di pratiche di insubordinazione, i fiori del conflitto possono gemmare anche d’inverno. Gli scontri e le barricate che ieri per ore hanno attraversato la zona universitaria bolognese sono infatti il prodotto di una microfisica delle lotte dentro e contro l’università-azienda disegnata dalla riforma Gelmini che per mesi e anni, con tenacia e determinazione, hanno inscritto il proprio segno di contrapposizione alla normalizzazione dell’università. La lotta autunnale sulla mensa, la politicizzazione della produzione del sapere con le contestazioni ai baroni di guerra, l’agire sulla dimensione del welfare giovanile, sono altrettanti nodi di una rete antagonista che ieri ha saputo difendersi e contrattaccare.

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Quando erompe lo scontro, dai frammenti raccolti sul terreno è possibile cogliere alcune verità più generali. Le giornate di lotta che hanno caratterizzato la zona universitaria bolognese in questo inizio 2017 consentono infatti di leggere in controluce alcuni elementi. In primo luogo, quello che la celere ieri ha attaccato, entrando nella biblioteca di via Zamboni 36, è una chiara istanza di potere agita all’interno dell’università neoliberale. Quando le trame della governance non riescono a ingabbiare una soggettività autonoma collettiva che agita come corpo sociale una decisione, per le istituzioni non rimane che l’intervento militare. Forza contro forza. Lo sgombero e la chiusura della biblioteca del 36 volevano mettere paura ed estirpare un focolaio di alterità e conflitto. Ma se nella testa di qualche questurino (e sicuramente anche di qualche pacato accademico) si voleva fare, in piccolo, una Diaz in salsa bolognese, l’immediata resistenza degli studenti ha cambiato le carte in tavola. Mentre la polizia sequestrava di fatto libri e computer (altro che garantire il diritto allo studio!), le sedie che volavano dentro la biblioteca iniziavano a definire il profilo di una autodifesa collettiva.

Un secondo punto. La battaglia di ieri nasce su un nodo simbolico e maledettamente concreto. L’università aveva infatti installato dei tornelli all’ingresso della biblioteca di via Zamboni. Un caso certo particolare, ma inquadrabile all’interno della complessiva tendenza a moltiplicare i confini fuori dai perimetri nazionali così come all’interno di ogni spazio metropolitano. Per le pratiche di territorializzazione antagonista l’abbattimento di questo confine interno è stato elemento di coagulo di una soggettività di rottura che ci parla di visioni del mondo sempre più contrapposte tra governati e governanti e di una contesa che si estende sino alla definizione delle geografie del quotidiano.

Terzo punto. Proprio nei giorni in cui le parole lasciate nella lettera di Michele echeggiano nelle nostre teste, ecco materializzarsi ancora una volta l’odio che chi ci comanda dimostra per la nostra generazione. Laddove si apre uno spazio di libertà e autonomia, questo deve essere schiacciato. Ma l’odio dall’alto, torna anche indietro. L’assedio alla biblioteca occupata militarmente dalla polizia, i vari attacchi portati alla celere da parte degli studenti dopo l’irruzione al 36, le barricate che avanzano, indicano infatti uno spazio del possibile senza il quale tutti e tutte soffocheremmo.

L’energia politica che è esplosa contro il violento attacco della questura bolognese alle lotte studentesche conferma ancora una volta come sempre più tutte le città siano oggi parte di un unico sistema-mondo. Chi comanda vuole costruire ovunque uno spazio per la circolazione di merci e capitali senza nessun attrito, costruendo i propri confini e le proprie barriere. A chi sta in basso il compito della quotidiana resistenza, della sedimentazione di contropotere, della rottura dei confini, del far circolare pratiche di liberazione.

Il segnale di ingovernabilità tracciato oggi sulle strade della zona universitaria bolognese è un monito e al contempo una promessa. Mentre per ora le istituzioni tacciano, l’unico ad abbaiare è Matteo Salvini, che dopo esser stato ripetutamente cacciato da Bologna lo scorso anno ormai può solo affidarsi a Twitter. Contro di lui e contro il PD, contro chi ogni giorno prova a schiacciarci, che le giornate di conflitto che stanno caratterizzando l’Emilia in queste settimane non siano altro che un nuovo inizio…

Riprendendo uno slogan che echeggiava ieri dalle banlieue parigine a via Zamboni:

Tout le monde déteste la police!

http://www.infoaut.org/

rapporto-unicef-sono-50-milioni-i-bambini-rifugiati-profughi-e-migranti

Lo abbiamo scritto tante volte della paura del diverso e dello sconosciuto di colui che arriva nelle nostre case e nelle nostre comunità Mai credevamo però che fatti simili potessero accadere a pochi passi da noi.

Premettiamo che non cadiamo in facili polemiche di basso borgo è colpa di quello o è responsabilità di quell’altro, il concetto che ci interessa è che una comunità, qualunque sia la sua denominazione, ha scacciato in maniera indemoniata, quasi come se fossero degli appestati, donne e bambini che fuggono da guerre, carestie, patimenti e che cercano solo un mondo che li possa accogliere e farli vivere dignitosamente. Tutto questo nell’opulento Occidente non avviene e non è avvenuto a pochi passi da noi.

Comportamenti e commenti che si susseguono di chiaro stampo razzista che non dovrebbero essere proprio far parte integrante di un credo di ospitalità di cui ci riempiamo la bocca ma che poi quando si devono fare i fatti vengono messi da parte. L’accoglienza è un dono non un’imposizione e come tale deve essere messa in pratica senza se e senza ma.

Come Csa Buco1996 non ci possiamo che unire in piena solidarietà con le famiglie scacciate via e con coloro che invece hanno cercato di dare a costoro almeno una speranza che è stata invece chiusa grettamente da chi senza conoscere vite ed esperienze degli ospiti giunti fino a noi ha voluto razzisticamente buttarli via come se fossero pacchi o immondizia e si è di nuovo chiusa nella propria piccolezza mentale senza aprirsi a un mondo nuovo che ci si prospettava.

#StopRacism #StopFascism

Csa Buco1996

 

1.jpgSono circa un migliaio i manifestanti che si sono riuniti dietro lo striscione dell’Anpi ‘Genova non dimentica ora e sempre resistenza’ per il corteo che arriverà in piazza Sturla in concomitanza del convegno organizzato dalle ultradestre europee.
Una cinquantina gli antagonisti dei centro sociali. “Vogliamo esprimere il nostro sdegno rispetto alle presenze che arriveranno a Genova – ha spiegato Massimo Bisca, presidente di Anpi Genova – persone condannate nei loro paesi per avere esaltato le SS, partecipato a pestaggi, aver negato l’Olocausto, essere stati xenofobi, razzisti.
Il sindaco di Genova Marco Doria si è unito al corteo guidato dall’Anpi è che ora a trova a pochi metri dall’inizio della zona rossa che blinda tutta l’area attorno alla sede di Forza Nuova dove fra poco avrà inizio il convegno delle ultradestre europee. La situazione del corteo resta abbastanza tranquilla. Sono stati lanciati fumogeni, qualche bottiglia e petardo. I manifestanti cantano ‘bella ciao’.
Momenti di tensione durante il corteo che ha raggiunto la zona rossa a Sturla. Un gruppetto di manifestanti con cappuccio e caschi si è avvicinato alla polizia quando un’ambulanza ha varcato le grate predisposte a protezione della zona rossa. I manifestanti si sono avvicinati lanciando oggetti e sono stati respinti dalla polizia che si sta riposizionando.
Un tafferuglio è scoppiato durante il corteo contro il convegno delle ultradestre quando un gruppetto di manifestanti dei centri sociali,che poco prima era stata caricato dalla polizia, si è rivolto contro i manifestanti della Fiom. Sono volati spintoni e insulti, ma poi la situazione si è calmata. La polizia non è intervenuta.

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