(ANSA) – ”Se non ci fossero state quelle violente e stupide contestazioni, Matteo Renzi avrebbe attraversato il centro storico, camminato tra le luci dei palazzi ricostruiti e le ombre delle macerie, i giornalisti avrebbero avuto le loro interviste e fatto le loro domande. Ma a certa gentaccia, pochi ma determinati, faceva comodo rovinare la festa. Li avverto. Non ci sono riusciti. Solidarietà per chi è stato colpito, orrore per la stupidità di chi ha scelto la violenza al dialogo”. Lo scrive sul suo profilo facebook la senatrice aquilana Stefania Pezzopane in merito ai disordini di ieri durante la visita da Renzi all’Aquila.
Più avanti gli ha fatto eco il fidanzato Simona Coccia Colaiuta che ha scritto ”Manifestare pacificamente??? Una massa di vermi schifosi che andavano presi a calci nel culo e manganellate per quello che hanno fatto tirando pietre ed oggetti pericolosi! La vera politica questo genere di manifestanti non li prende in considerazione. Prende in considerazione i manifestanti non violenti. Questi vermi hanno sprecato benzina e casello senza motivo. Potevano risparmiare i soldi mettendoli nel Salvadanaio. Brava Stefania, bravo D’Alfonso bravissimo Renzi”, chiude Coccia Colaiuto.(ANSA).

fonte: INFO AUT

Una volta finito di esporre al Meeting di comunione e Liberazione a Rimini parlando come se fosse ad una convention del suo partito (ma oramai, si sa, il confine è men che labile), la giornata del premier Matteo Renzi avrebbe dovuto vedere un altro momento di auto-celebrazione e promesse nel centro dell’ Aquila. Così non è stato.

Proteste all'Aquila, annullata prima tappa Renzi (ANSA)

In una delle città che maggiormente reca i segni e le ferite della malagestione politica volta al profitto di speculatori edilizi e politicanti senza scrupoli, un nutrito e trasversale numero di persone ha deciso infatti di impedire che lo show-man toscano si prendesse i riflettori in modo autoreferenziale.
La componente più decisa a interrompere quello che sarebbe stato il solito triste copione (peraltro saltato più e più volte in svariate città della penisola per timore di contestazioni) è stata quella del comitato No Ombrina, che ancora prima dell’ arrivo del premier si è avvicinata all’ ingente schieramento di polizia. E’ qui che, palesando tutto il nervosismo del caso, la polizia si è fatta avanti. Il contatto è stato dunque inevitabile e tra i manifestanti si è registrato un ferito, prontamente soccorso.

Il “comitato d’accoglienza” del premier ha fatto sì che la sua kermesse fosse rinviata, mettendo in risalto la volontà di tante persone e associazioni abruzzesi di continuare il percorso di contrapposizione al Governo a partire dal rifiuto delle trivelle nel Mare Adriatico.

aquila2E’ presto per dirlo, ma quello che in rete qualche mese fa è stato ironicamente definito il #RenziScappaTour potrebbe arricchirsi a breve di ulteriori tappe, ancor più interessanti dopo il rapporto del Sole 24 Ore che smentisce tutto l’esecutivo per quanto riguarda il mantra della ripresa economica, segnalando un calo dei redditi nel 2014 di ben 4 punti percentuali rispetto a quelli dichiarati nel quinquennio antecedente, a cui si aggiungono una pressione fiscale difficilmente sostenibile e il nuovo calcolo ISEE che falsa la ricchezza reale di ognuno rendendolo fondamentalmente più povero e con l’accesso ai servizi primari sempre più difficoltoso.

E’ STATO PUBBLICATO IL NUMERO SETTE-OTTO ANNO NOVE DEL MENSILE

“BUCO 1996 – nei secoli a chi fedeli???”

 

Nel settimo e ottavo numero del nono anno trovate:

–          Editoriale: Tsipras, delusione greca

–          L’Intervista: Funky Tomato “Coltivare pulito per pagare in maniera pulita”

–       Vittime dello Stato: Francesco Mastrogiovanni e Carlo Giuliani

–         No Expo: Lavoro da schiavi alla Fiera

–         Inchiesta: La mulattiera a 5 Stelle

…e tanto altro ancora

Cattura

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Maltempo: nubifragio Rossano

Sono di Rossano. Stranieri a spalare, fianco a fianco con i miei concittadini, che fanno raccolta per portare cibo ai disagiati. La politica di bassa lega lascia il tempo che trova. Negli occhi dei miei concittadini devono restare solo i fatti. Nessun colore della pelle ostacola la solidarietà e la fratellanza. Il resto sono solo chiacchiere per nascondere i problemi del paese dietro il più becero razzismo.

Giovanni Panettiere

 

pino

Tantissimi  compagni e compagne da tutta Italia stanno esprimendo attestati di bene e di stima nei confronti di Pino come dimostrano le decine di migliaia di visualizzazioni e le centinaia di condivisioni, post, messaggi, comunicati che piangono la sua scomparsa: sarà possibile salutarlo sabato 8 agosto a Verona, dalle ore 8,15 alle 9,15 presso la camera ardente dell’ospedale di Borgo Trento prima della partenza del feretro per Pescara. Per andare insieme i compagni e le compagne di Brescia si trovano  alle ore 6,30 davanti alla sede della Confederazione Cobas in via Bevilacqua nr 11 al quartiere Fiumicello.

Il si svolgerà con cerimonia laica domenica 9 agosto alle ore 15 presso il cimitero di San Silvestro sul colle di Pescara (strada Vallelunga). La partenza da Brescia è fissata per le ore 5 del mattino di domenica dal Centro sociale Magazzino 47 col pullman messo a disposizione dalla Conf. Cobas bresciana che si farà carico delle spese. Le prenotazioni saranno prese da Radio onda d’urto, tel 03045670

In questa nuova trasmissione il ricordo di Renata De Marco, carissima amica di Pino e di sua moglie Fulvia oltre che attivista Cobas scuola e di Giorgio Cremaschi, ex dirigente nazionale FIOM che ha incrociato e condiviso con Pino percorsi e confronti sindacali e politici, oltre alla lettura di comunicati e messaggi. ascolta

fonte: RADIO ONDA D’URTO

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Lottano in ospedale tra la vita e la morte i genitori e il fratellino di Ali Dawabsha, il bimbo palestinese di 18 mesi ucciso dal rogo della casa di Kfar Douma data alle fiamme da coloni israeliani.

Eppure la loro vicenda che ha mostrato il volto violento dei coloni e fatto parlare di “terrorismo ebraico” – parole usate anche dal capo di stato israeliano Rueven Rivlin (e per questo duramente attaccato sul web) – lentamente abbandona le home dei giornali online, i titoli dei notiziari radiotelevisivi. Lo sdegno accompagnato dalle proteste dei palestinesi per l’assassinio di Ali e i funerali di due ragazzi di 17 anni – Leith al Khaldi di Jalazon e Mohammed al Masri di Gaza -, uccisi da colpi sparati da soldati israeliani, apparivano già sabato, il giorno dopo la morte orribile di Ali,  una notizia vecchia, almeno ad ascoltare le quattro frasi a loro dedicate dai Tg. Addio condanna del premier Benyamin Netanyahu, addio riflessioni sulle azioni degli estremisti israeliani. Gli ultimi giorni per i coloni che vivono insediati in Cisgiordania e per i palestinesi sotto occupazione sono stati come gli altri, come se nulla fosse accaduto a Kfar Douma.

Quando sabato scorso i contadini del villaggio palestinese di Qusra si sono avviati con attrezzi e macchinari nei loro campi, ad accoglierli hanno trovato i loro irascibili vicini, i coloni di Ein Kodesh, decisi a bloccarli. Motivo? I terreni coltivati sono adiacenti alla colonia israeliana e la presenza ravvicinata di tanti palestinesi alle recinzioni pone dei “problemi di sicurezza”. Già perchè i coloni israeliani non solo si insediano in un territorio occupato militarmente e vi costruiscono le loro abitazioni in violazione del diritto internazionale ma impongono anche una “zona cuscinetto” intorno all’insediamento, preclusa ai palestinesi. Ad onor del vero i contadini di Qusra ieri non sono neanche arrivati fino alla “zona cuscinetto” ma quelli di Ein Kodesh hanno voluto subito mettere le cose in chiaro. Sono cominciati tafferugli, urla, minacce. Poi il match si è concluso come sempre, con l’Esercito che interviene, “divide” le due parti e costringe i palestinesi a tornare a casa con grande soddisfazione dei coloni. Ecco perchè quella di sabato è stata una giornata come le altre, nonostante il rogo che ha bruciato vivo Ali. E le prossime saranno uguali nonostante lo sdegno internazionale, le condanne di Stati Uniti, Unione europea e Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

È irragionevole persino pensare che l’assassinio di Ali Dawabsha possa andare oltre la condanna del primo ministro Netanyahu ed aprire un dibattito concreto sulla politica del governo israeliano nei confronti del ruolo e della presenza dei coloni nei Territori palestinesi occupati. Certo polizia ed esercito indagano, prosegue la caccia ai responsabili del rogo doloso che ha bruciato vivo Ali – sui siti palestinesi si fa il nome di uno dei possibili assassini, Judah Landsberg, 25 anni, della colonia di Yizhar, con alla spalle una storia di attacchi e violenze per conto del gruppo estremista ebraico “Price Tag” (Prezzo da pagare) responsabile di decine di raid in villaggi e di incendi di chiese e moschee – ma quello in carica è e resterà il governo israeliano che fa dello sviluppo massiccio della colonizzazione della Cisgiordania e Gerusalemme Est un punto fondamentale del suo programma. È il governo che include Ayelet Shaked (Casa ebraica), la ministra della giustizia, che non ha mai fatto mistero di considerare la Corte Suprema troppo indipendente rispetto all’indirizzo politico dell’esecutivo. Non pochi dei ministri del governo Netanyahu sono dei coloni, dunque sono essi stessi il problema e non possono esserne la soluzione.

Venerdì mentre esplodeva in tutta la sua drammaticità umana e politica il caso del rogo di casa Dawabsha, la vice ministra degli esteri Tzipi Hotovely (Likud) era alla colonia di Bet El a fare mea culpa per non essere stata presente il giorno prima alle demolizioni dei due edifici, costruiti illegamente, ordinate dalla Corte Suprema. «Il governo fa di tutto per permettere a questa meravigliosa impresa di continuare», ha assicurato la Hotovely «È facile per il mondo accettare Tel Aviv, perché la sua storia è solo di 100 anni. È invece difficile per il mondo affrontare il fatto che abbiamo una storia che risale alla Bibbia…Intendiamo realizzare il nostro sogno del Grande Israele, dove un ebreo può costruire ovunque ma secondo la legge (israeliana, mica quella internazionale, ndr)». Ed è questo il punto centrale. Buona parte dei ministri del governo Netanyahu vagheggiano, come i coloni più abbagliati dalla fede, che la Cisgiordania e Gerusalemme Est siano parte della biblica terra promessa e che, ancora oggi, appartengano solo a Israele. I palestinesi sono degli intrusi.

Michele Giorgio

(Nena News)

Tutto cambia perché nulla cambi: stato violento, fascismo di larghe intese
IN PIAZZA IL 2 AGOSTO, LA RESISTENZA CONTINUA

Dopo tanti anni di depistaggi, di polveroni mediatici, di ridicole commissioni parlamentari, di dietrologie innocentiste e autoassolutorie, di menzogne e «piste alternative», oggi il ricordo della strage neofascista del 2 agosto 1980 appare sempre più lontano, sfuocato e quasi rimosso. Mentre un governo di «larghe intese» persegue un progetto di normalizzazione autoritaria degno del sogno gerarchico della destra, quale memoria potrà esservi della «strategia della tensione» e della violenza neofascista delle stragi? Quali parole di verità possono mai venire da chi abita il «cuore torbido delle istituzioni»?

Quei morti sono soli, nell’ombra.

Anno dopo anno, lo Stato ha sempre promesso di far luce sulla «verità», ma ormai la cosa non ha più alcuna rilevanza. A quest’ora i mandanti istituzionali delle stragi saranno senz’altro morti, con la loro buona coscienza di «servitori dello Stato». E i neofascisti dei NAR, che misero la bomba alla stazione di Bologna, adesso sono liberi e soddisfatti.

Negli ultimi trent’anni lo Stato ha vergognosamente assolto quasi tutti i neofascisti di Ordine Nuovo coinvolti nelle stragi: Pino Rauti, Franco Freda, Giovanni Ventura, Delfo Zorzi, che, riparato in Giappone, ha voluto assumere il nome di «Hagen Roi», ossia Croce Uncinata. E ci sono voluti ben 41 anni per condannare gli ordinovisti Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte per la strage di Brescia del 1974, un neofascista e un uomo legato ai servizi segreti, entrambi ormai anziani. Nessuna verità, invece, sui mandanti e sul coinvolgimento delle gerarchie dello Stato. La sola verità che abbiamo è affidata a un vecchio slogan che andrebbe inciso su tutte le lapidi delle 14 grandi stragi italiane: «Le bombe nelle piazze, le bombe nei vagoni, le mettono i fascisti, le pagano i padroni».

Di qui bisogna ripartire.

Dalla strage di piazza Fontana del 1969 a quella di Bologna del 1980, l’Italia ha sperimentato dolorosamente una lunga «strategia delle stragi» condotta da uomini degli apparati più coperti dello Stato e da neofascisti da essi personalmente organizzati, indirizzati, finanziati e protetti. Quella violenza non è mai scomparsa, ma si è diffusa, trasformata, affinata, per essere più efficace e più pervasiva. È iscritta in una politica sempre più feroce e sempre più impunita, la cui ipocrisia è un oltraggio alle vittime e alla verità storica. È insita in una cultura autoritaria, nazionalista e neocoloniale promossa dallo Stato, che non ha mai smesso di generare morte e dolore.

È in quelle istituzioni «democratiche» che considerano omofobia, sessismo e razzismo come «opinioni» a cui va garantito spazio e agibilità pubblica. È nelle forze dell’ordine che continuano a mostrarsi acquiescenti e talora conniventi con le azioni squadriste dei neofascisti e con le provocazioni di integralisti cattolici, leghisti o criptofascisti. È nella violenza degli sgomberi, degli sfratti e dello sfruttamento sempre più esasperato, che uccide le persone più fragili e marginali. Proprio le tante violenze e bugie di Stato ci consegnano oggi un paese impaurito, corrotto, ipocrita, perbenista, razzista, sull’orlo ormai di uno sfacelo civile senza ritorno.

Parteciperemo e invitiamo a partecipare al corteo che domenica 2 agosto raggiungerà la Stazione di Bologna per rilanciare la necessità e l’urgenza di una società altra, libera da paura e terrore. Un mondo diverso, migliore e possibile, se lo desideriamo e costruiamo insieme.

La resistenza continua!

fonte: STAFFETTA