Giornata di azione contro i centri di detenzione. Una delegazione riesce ad entrare a Paranesti. A Xhanti si resiste alle cariche delle forze dell’ordine

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Il No Border Camp di Salonicco prosegue e i suoi partecipanti continuano ad aumentare. Le giornate si susseguono tra workshop, discussioni e tavoli di lavoro a proposito delle migrazioni e delle politiche repressive in Europa. Al momento vi sono più di un migliaio di attivisti europei e non, oltre che da un numero consistente di migranti. Ieri si è unita al campeggio la carovana spagnola, di circa 300 persone da tutta la penisola iberica, andando ad aggiungersi alla già numerosa presenza di tedeschi, greci e italiani, seguiti dai paesi del Nord-Europa e dei balcani, ma anche ad alcuni attivisti dalla Turchia e dal Nord Africa.

Con l’inizio della settimana sono iniziate le visite ai campi governativi. In questi campi centinaia di persone sono costrette a vivere in condizioni indegne. Molti degli abitanti di questi campi provengono proprio dagli sgomberi dei campi informali di Idomeni, Hotel Hara ed Eko Camp. Come è già emerso dal lavoro costante che #overthefortress compie e ha compiuto nel monitorare queste strutture non ci sono grossi miglioramenti nella vivibilità, servizi igienici o sanitari, nè tantomeno nel cibo. I manifestanti sono sempre riusciti ad entrare, dimostrando che il divieto che di solito impedisce l’accesso a chi privo di permessi rilasciati dal governo sia più una prassi che non una regolamentazione vera e propria. In questo modo si è potuto portare sostegno e solidarietà ai migranti reclusi all’interno, molti dei quali hanno poi deciso di unirsi al No Border Camp, trasferendovisi e partecipando attivamente alla vita nel campo.

In questi giorni, oltre alle manifestazioni in programma, diverse azioni sono state organizzate dagli attivisti all’interno del campo. Lunedì è stata occupata la sede di una televisione, ottenendo la messa in onda di un servizio sul No Border Camp e le sue rivendicazioni. Il giorno seguente un corteo spontaneo per la vie di Salonicco ha sanzionato le ambasciate tedesca e francese, contro le politiche migratorie criminali di queste due nazioni.

Ieri invece si è tenuta la prima manifestazione programmata del No Border Camp. La prima tappa è stata al centro di detenzione di Paranesti, dove vivono rinchiuse 300 persone. Circa 1500 attivisti hanno raggiunto il campo e, nonostante il divieto di accesso alla struttura, i manifestanti hanno ottenuto che una delegazione di medici e legali entrasse all’interno. La situazione è drammatica: un solo pasto al giorno, servizi igienici nulli, periodi di reclusione lunghi fino a sei mesi, fra i reclusi anche minori non accompagnati.

Dopo il campo di Paranesti i 1500 manifestanti si sono diretti al centro di Xanthi dove in presidio hanno divelto le reti e scritto slogan sui muri della struttura. Dopo che la polizia ha negato l’accesso al centro di detenzione,  alcuni attivisti hanno cercato di forzare il blocco delle forze dell’ordine. La polizia in risposta ha caricato il corteo, che ha resistito lanciando fuochi d’artificio e pietre contro gli agenti. Sotto il fumo dei lacrimogeni il presidio si è attestato a lato del centro di detenzione intonando slogan insieme ai migranti reclusi “Open the borders now!” “Hurriya Azadì! Freedom now!”.

Oggi è prevista una grossa manifestazione per le strade di Salonicco intitolata ‘‘Migrant Pride’’, che punta ad avere una grande partecipazione di migranti. Nel frattempo continuano sia le azione spontanee, che le visite ai campi governativi, che i workshop e le assemblee. Anche in previsione della manifestazione finale del No Border Camp, prevista per il  23 luglio al confine tra la Grecia e la Turchia.

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Sono passati 15 anni da quel maledetto 20 luglio 2001.

Doveva essere una giornata di contestazione aspra, dura e intransigente verso gli 8 Grandi che si erano riuniti a Genova e invece la ricordiamo come l’ultima giornata di vita di Carlo Giuliani. Il nostro Compagno che in quella maledetta piazza Alimonda perse la vita gettando nello sconforto tutti noi che eravamo giunti nel capoluogo ligure per protestare contro un sistema capitalista che purtroppo ha inghiottito le nostre esistenze e che da allora ci ha spinto verso il baratro se è vero che oggi: assistiamo a una guerra di religione che colpisce tutto e tutti in qualunque parte del mondo; vediamo giovani in qualunque angolo della Terra perdersi dietro a Pokemon Go invece di scendere in strada e ribellarsi; i migranti che con bambini attraversano il mare per cercare condizioni di vita migliori nell’opulento Occidente e invece vengono respinti e lasciati morire in acqua; famiglie sull’orlo della disperazione per uno stipendio che se c’è non basta a condurre una vita di sopravvivenza fino all’ultimo giorno del mese.

Potremmo continuare all’infinito, ma ci fermiamo qui perché quel maledetto 20 luglio 2001 eravamo a Genova per contrastare tutto questo, ma purtroppo un colpo di arma assassina di un uomo delle forze dell’ordine ha posto fine a una vita che ancora poteva dare tanto e molto al nostro disgraziato Mondo.

Noi da allora combattiamo tenendo alto il nome di Carlo Giuliani, nostro Fratello e Compagno!

CARLO VIVE, I MORTI SIETE VOI!

Csa Buco1996

Report della due giorni di assemblee svoltasi lo scorso weekend in Val di Susa

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Tante realtà di movimento e comitati territoriali si sono confrontate al presidio di Venaus sabato 16 e domenica 17 luglio, su appello del movimento No Tav. Si è ragionato assieme su prospettive comuni che sappiano mettere al centro la ripresa di una movimentazione sociale moltitudinaria in questo Paese, individuando il governo Renzi e il Partito Democratico come i principali responsabili politici dell’attacco ai diritti, al welfare, all’ambiente e alla democrazia. Da Venaus si può aprire un percorso che coniughi la forza conflittuale esistente in molti territori con una dimensione nazionale, ampia e maggioritaria, che sia in grado di sfidare e destituire dal basso Renzi e il PD il prossimo autunno. Per il fine settimana precedente al voto sul referendum costituzionale, si è messa in campo l’ipotesi di convocare una manifestazione nazionale che guardi e parli ad una composizione sociale estesa e che sappia anche agire momenti di conflitto. Si è profilata una disponibilità condivisa ad aprire, su questo tema, un percorso di avvicinamento che, sia a livello territoriale che nazionale, individui una serie di momenti di discussione e confronto, tra cui un appuntamento assembleare nazionale a Roma, da convocarsi l’ultimo weekend di Settembre. Pubblichiamo di seguito il report tratto da notav.info della due giorni di discussione svoltasi in Val di Susa. 

Una ricca due giorni di discussione si è appena conclusa in Val di Susa su appello del movimento No Tav.

Da qui siamo partiti, perché qui c’è una lotta in grado di indicare una via praticabile da tutti nelle reciproche differenze.
Tanti territori in lotta, comitati, collettivi studenteschi e sindacati si sono incontrati, convergendo sull’analisi di come il referendum costituzionale sia un’opportunità per far accrescere il dissenso contro il governo Renzi.
Dalla discussione è quindi emersa chiara la volontà di non rinchiudersi nella sterile difesa di una costituzione ormai svuotata di ogni suo significato sostanziale, ma nel provare a “generalizzare” un’ostilità contro Renzi e il Partito della nazione, con le sue politiche di austerità, i suoi corollari clientelari-mafiosi e la sua supinità ai diktat della troika.
In questo senso un’importanza centrale è stata data al processo di contrapposizione che dobbiamo riuscire a costruire nell’autunno, per renderlo maggioritario non solo nelle urne, ma soprattuto nel protagonismo sociale di chi è ricattato dalla crisi e vede nella possibilità di vittoria del NO un’occasione di presa di parola.
Pensiamo a chi lotta per la casa, in difesa dei territori e contro le grandi opere, per i diritti primari, per il diritto di movimento oltre i confini imposti dall’Europa e dentro gli stati nazione e chi lotta, semplicemente, per un presente ed un futuro migliori.
Crediamo di doverci innestare su questo bisogno di opposizione che sta emergendo in maniera sempre più chiara, anche se spesso lontana dai nostri linguaggi e dai nostri attuali percorsi di lotta.
Prima del momento referendario chiediamo a tutti e tutte, insomma, di costruire un NO sociale al governo, da declinare secondo le specificità dei propri territori e ambiti d’intervento. A partire dai nostri territori dobbiamo essere capaci a rilanciare le tante lotte, le riappropriazioni e sostenere il protagonismo giovanile e la rabbia delle periferie.
Il proposito è quello di raccogliere quanto costruito in una grande manifestazione nazionale a Roma, da convocarsi la settimana precedente al referendum e capace di puntare non tanto su una ricomposizione politica delle organizzazioni, ma piuttosto di mettere a disposizione i nostri percorsi ai moltissimi che, isolati e impauriti, rispondono col cinismo e con la delega alla miseria che ci viene imposta.
Manifestazione come momento dalle forme aperte ancora da decidere all’interno di una progettualità comune e che deve poter essere attraversato anche da chi non può o non vuole votare. Sarà altresì soltanto un passaggio in cui aprire degli spazi per poter dopo il referendum mandare a casa Renzi, costi quel che costi.
Un passaggio a cui non dobbiamo avvicinarci con preoccupazioni immotivate, ma che dev’essere sostanziato da un percorso reale nelle nostre città.
È necessario, pertanto, incontrarci a Roma nell’ultimo weekend di settembre presso l’Università La Sapienza, per verificare i processi che da qui metteremo in moto e organizzarci tutti insieme.
17 luglio, Venaus, Val Susa

http://www.globalproject.info/

113Proviamo a sospendere il tempo e girarci, guardiamo ai giorni del 2001, ai giorni di Genova 2001 e delle mobilitazioni contro il G8. Giorni di lotta, di movimento, di incontri tra storie diverse, pratiche distanti e di grande forza. Parlare di quelle giornate solo nella chiave della repressione subita sembra parziale e debole. Certo i dispositivi del controllo e della violenza dei poteri politici ed economici si sono abbattuti sulle piazze e su chi dormiva dentro le scuole. La tortura ha colpito i fermati. Ma se si cambia lo sguardo si possono vedere migliaia di persone che hanno resistito alle cariche senza motivo della polizia. Ai gas lacrimogeni sparati da carabiniei e guardia di finanza. Migliaia di persone che hanno combattutto la paura delle pistole e degli omicidi di piazza. 

Se ci spostiamo dalla piazza e parliamo della capacità d’analisi possiamo vedere come la critica alla globalizzazione neoliberale avesse una complessità prospettica. Ci si concentrò sul neoliberismo, come fase, senza problematizzare il capitalismo nel generale, ancora poco si parlava così della finanziarizzazione dei mercati e della precarietà del mondo del lavoro. Ma certamente molto si era capito, compreso e anticipato.

Quel movimento faceva paura. Per capacità di incontro tra diversi e per lettura e analisi politica. I giorni di Genova sono stati uno dei primi momenti di confronto trans-nazionale tra i movimenti. Si scoprirono i Black Block, l’opzione pink, e si sperimentarono tante e differenti forme di stare in piazza, con tante suggestioni che arrivavano da fuori i confini.

15 anni dopo restano ancora persone in carcere colpite dall’assurdo e violento reato di devastazione e saccheggio. 15 anni dopo proviamo a raccontare la complessità del movimento dei movimento e cosa resta oggi. Guardiamo indietro per andare avanti, rompere un tabù che forse ancora oggi esiste su quelle giornate. Lo facciamo con diverse voci. Lo facciamo sicuramente in maniera parziale, perchè le complessità del movimento non sempre si possono racchiudere in un dibattito radiofonico. Ma il focus dello sguardo e del ragionamento del 2001 può essere uno strumento d’analisi che mettiamo a disposizione.

I contributi mandati in onda lunedì 18.07.2016

Luciano Muhlbauer – Arci Milano  luciano Muhlbauer

Matteo Jade – C.S. Zapata ascolta o scarica

http://www.radiondadurto.org/

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Qui di seguito alcuni articoli, tra i molti usciti in queste ore, che provano ad analizzare le cause e le conseguenze del fallito golpe militare in Turchia.  Un Erdogan che riesce a sconfiggere il colpo di stato ma assai più debole di quello che vorrebbe far credere. I militari golpisti volevano consolidare e non indebolire il rapporto con la Nato. Sullo sfondo la crisi dovuta alla crescita dell’iniziativa dei curdi nel sud-est e i contraccolpi del fallimento del progetto di destabilizzazione della Siria.

“Erdogan non ha in mano il paese come voleva far credere”

Alberto Negri sul Sole 24 Ore di oggi

Erdogan ha vacillato ma è ancora in sella, anzi secondo alcuni osservatori potrebbe uscire da questa prova, non del tutto terminata, ancora più forte. Potrà quasi sicuramente vantarsi di avere retto l’urto dei militari golpisti, di essere il portabandiera della democrazia e probabilmente troverà ancora più spianata la strada per le modifiche costituzionali necessarie a trasformare la Turchia in una repubblica presidenziale.

Ma questa vicenda con dozzine di morti rivela che il presidente non aveva in mano il paese così saldamente come voleva far credere. Erdogan in questi anni – da premier e poi da presidente – si è presentato ai turchi come l’uomo forte che si proponeva di essere il nuovo Ataturk in salsa islamica proiettando il paese alla guida del mondo musulmano. Ma ha anche trascinato la Turchia in una guerra per procura contro Assad facilitando il passaggio di migliaia di jihadisti verso la frontiera siriana: una mossa che con il terrorismo islamista si è rivoltata contro lo stesso Erdogan destabilizzando una pedina fondamentale della Nato.
Non solo. Ai confini del Paese i curdi siriani, sostenuti da quelli turchi del Pkk, hanno guadagnato terreno e credibilità nella lotta al Califfato ponendo le basi per un possibile stato autonomo. L’irredentismo curdo è un vero incubo geopolitico per la Turchia e le forze armate del Paese hanno sempre combattuto e osteggiato ogni forma di autonomia.

L’ostilità di una parte anche se minoritaria delle forze armate esplosa in queste ore è stata generata da questo pericolo, dagli attacchi alla laicità e dal drastico ridimensionamento del ruolo dei generali nella vita della repubblica secolarista fondata da Kemal Ataturk.
Sappiamo che i piani di Erdogan in Siria sono affondati con l’intervento della Russia che nel settembre dell’anno scorso ha completamente cambiato le carte in tavola sul fianco sud-orientale della Nato, di cui proprio la Turchia era stato il bastione e il guardiano per oltre mezzo secolo. Il presidente turco è stato quindi costretto a fare marcia indietro: prima ha riallacciato le relazioni con Israele e poi anche con Putin. Nelle ultime settimane Erdogan era apparso indebolito, piegato dalla realpolitik mediorientale e delle grandi potenze. In fondo questo golpe, se davvero verrà soffocato, potrebbe rilanciarlo in maniera insperata.

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“I sopravvissuti alle purghe tra i militari hanno cercato di passare all’azione”

Di Vittorio Da Rold sul Sole 24 Ore di oggi

Il presidente turco Rcep Tayyip Erdogan ha accusato i militari golpisti di essere guidati dal suo acerrimo nemico Fethullah Gulen, un predicatore islamico in esilio volontario negli Stati Uniti. Fethullah Gulen ha respinto le accuse affermando di essere contrario a operazione contro lo stato democratico ma è probabile che alcuni militari gulenisti associati probabilmente con qualche residuo seguace kemalista, i sostenitori laici del fondatore della Turchia moderna Kemal Ataturk, ancora nei ranghi dell’esercito dopo le decine di purghe avvenute negli ultimi 15 anni, hanno avuto notizia della decisione del Governo turco di procedere a una epurazione nelle prossime due settimane e sarebbero passati all’azione anche se il piano non era ancora ben definito nei dettagli.

Secondo alcune fonti, i militari golpisti avrebbero deciso di passare all’azione per evitare l’ennesima epurazione del governo filo-islamico delle forze kemalista e guleniste presenti ancora nell’esercito turco e che il governo fosse pronto ad introdurre altri passi legislativi verso l’islamizzazione del paese (la famosa agenda segreta) o la sharia, la legge islamica dopo aver eliminato il divieto di indossare il velo islamico negli uffici pubblici e le università.

I militari turchi, i seguaci di Kemal Ataturk e i difensori della laicità del Paese sul Bosforo, dopo essere stati messi all’angolo cinque anni fa da una serie di sentenze della magistratura che aveva mandato in galera in massa i vertici delle forze armate poi tutti liberati dalla Corte di cassazione, hanno probabilmente tentato senza successo di riprendere l’iniziativa politica e sul terreno.

Ma a questo punto il presidente Erdogan utilizzando FaceTime è riuscito ad apparire da uno smartphone e da questo ripreso alla tv NTV dimostrando di essere scampato alla fase iniziale del golpe e a quel punto ha ribaltato la situazione a suo favore chiamando le masse all’azione e grazie all’appello degli iman e dei muezzin che hanno chiamato la gente a non rispettare il coprifuoco e a scendere in piazza contro i militari ribelli. A quel punto i golpisti hanno perso la partita. Il Paese della Mezzaluna bastione Nato del fronte caldo sud-orientale è comunque nel caos.

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“La società è molto polarizzata, andiamo verso la guerra civile”

Intervista di Marta Ottaviani a Yavuz Baydar su La Stampa di oggi

Lo Stato Maggiore ha perso la pazienza a causa della situazione nel Sud-Est del Paese e della crisi siriana. Yavuz Baydar, analista turco, prova a riannodare i fili di una serata che ha sconvolto gli equilibri in Turchia.

Yavuz Baydar, quarto colpo di Stato per la Turchia. Da dove trae origini? E perché?  

«Il presidente Erdogan ha esagerato e i militari hanno detto “basta”. Il Sud-Est del Paese è a fuoco e fiamme da mesi. I rapporti con gli alleati della Nato sempre più critici a causa della politica estera seguita per anni dal leader dell’Akp. I soldati morti sono a centinaia. Non potevano più stare a guardare».

Crede che Erdogan se lo aspettasse?  

«Se non aveva contemplato l’ipotesi di una ribellione, è stato veramente un ingenuo. Da mesi arrivavano segnali che i militari erano stanchi di sopperire alla drammatica situazione sul confine siriano. La sentenza della Corte di Cassazione di qualche mese fa che riabilitava le persone finite sotto processo per Ergenekon (la presunta organizzazione clandestina turca kemalista e ultra nazionalista, ndr) era un segnale».

Cosa succederà ora?  

«Difficile da dire. La società è molto polarizzata. Andiamo verso la guerra civile. Per ricomporre questa frattura ci vorranno anni».

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“Già a marzo erano cresciute le voci di un potenziale golpe”

Di Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera di oggi

Una Turchia più fortemente legata alla Nato e decisamente contraria ad aprire nuovi motivi di scontro con gli Stati Uniti. È questo che i militari turchi chiedono da tempo (e non ottengono) dal presidente Recep Tayyip Erdogan, oltre ad un ruolo molto più importante nel condurre gli affari del Ancora non sappiamo cosa davvero stia succedendo in Turchia. Ma diversi giornalisti e osservatori occidentali residenti a Istanbul e Ankara venerdì sera parlavano apertamente di «un nuovo colpo di Stato militare». Non è chiaro se abbia avuto successo o meno e quali unità dell’esercito siano passate con i generali golpisti. Venerdì notte la censura governativa ha bloccato i social media, a partire da Twitter. Secondo la Cnn turca, Erdogan sarebbe incolume «in un posto sicuro».

Ciò che possiamo provare a capire è cosa vorrebbe dire un ritorno dei generali alla guida del Paese e la conseguente defenestrazione del presidente che voleva diventare Sultano, anche a costo di inimicarsi l’esercito. La prima osservazione è che i militari negli ultimi tredici anni sono stati metodicamente allontanati dagli affari di Stato. Erdogan si era presentato come l’uomo capace di «democratizzare» il suo esercito e risolvere la questione curda. Nulla di tutto questo è avvenuto. Già in marzo ad Ankara erano cresciute le voci di un potenziale golpe. Anche se il più importante tra i generali turchi, Hulusi Akar, aveva fatto di tutto per rassicurare il pubblico e gli alleati americani. «I militari sono gli unici centri di potere oggi in Turchia ancora in grado di limitare le ambizioni autoritarie di Erdogan», dichiarava ai primi di maggio al Wall Street Journal Can Kasopglu, commentatore del Centro studi turco per gli Affari economici e la Politica Estera. Voci incontrollate affermano oggi che lo stesso ex primo ministro Ahmet Davutoglu, licenziato brutalmente da Erdogan due mesi fa, potrebbe essere coinvolto nella rivolta dei militari.

Un golpe significherebbe nell’immediato il tentativo di ridare un carattere laico al Paese contro la svolta decisamente islamico-conservatrice voluta con insistenza da Erdogan. La conseguenza più importante potrebbe essere la decisione di rompere senza indugio il legame con Isis e con i gruppi della resistenza sunnita come Al Nusra che combattono contro il presidente siriano Bashar Assad. Ciò potrebbe condurre ad un riavvicinamento tra Ankara e la Siria di Bashar, riannodando gli ottimi rapporti che vigevano prima delle rivolte contro il regime di Damasco nel 2011. Va sottolineato che negli ultimi mesi Erdogan aveva scelto questa strada. Ma tanti tra i generali pensavano fosse una scelta troppo tardiva. Rompere con i gruppi dell’estremismo sunnita favorirebbe tra l’altro la cooperazione con le polizie occidentali e la lotta comune contro il terrorismo. I militari probabilmente lavorerebbero anche per il processo di riavvicinamento ad Israele.

Una giunta militare al potere inoltre inasprirebbe la repressione anti-curda. È sempre stato uno dei principi portanti di Kemal Atatürk, il padre fondatore della Turchia moderna quasi un secolo fa sulle ceneri dell’Impero Ottomano sconfitto nella Prima guerra mondiale. Erdogan invece tre anni fa aveva scelto il dialogo con il Pkk (il Partito dei lavoratori Curdi in Turchia accusato di terrorismo anche dagli Stati Uniti), oltre a favorire le già ottime relazioni con l’enclave curda semi-indipendente in Iraq. Esattamente un anno fa era poi giunta la rottura assieme all’inizio della ripresa della repressione militare contro i curdi in Turchia. Ma i militari condannano con durezza gli ondeggiamenti di Erdogan. Lo accusano di essere all’origine della destabilizzazione del Paese. L’ondata di gravissimi attentati che da un anno spaventa l’opinione pubblica non fa che peggiorare la situazione. L’ultimo contro l’aeroporto Atatürk di Istanbul, che ha causato una cinquantina di morti, non ha fatto altro che gettare benzina sul fuoco del malcontento. Erdogan si presenta come l’uomo forte, il padre-padrone legittimato dai successi dei suoi primi anni al governo e dal boom economico. Ma oggi il suo è un Paese spaventato, timoroso del futuro, consapevole di essersi fatto troppi nemici attorno: dalla Russia, all’Iran, alla Siria di Bashar, al peggioramento delle relazioni con l’Europa. Senza peraltro coltivare nuovi alleati. Per quanto forte sia il suo esercito («il più potente della Nato dopo gli Stati Uniti», usava dire Erdogan), la Turchia non può stare da sola di fronte ai focolai di crisi che sconvolgono il Medio Oriente. I militari colgono l’occasione del momento di debolezza per provare a defenestrare il Sultano. È troppo presto per capire se ci sono riusciti. Per la Turchia si apre un periodo di crisi ancora più difficile.

http://contropiano.org/

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Francia, Syria , Iraq, Kurdustan, Palestina, Afghanistan, Mali, Yemen, Belgio, Burkina Faso, Nigeria ecc.ecc. tutto il mondo sotto attacco del terrore e dell’idiozia umana. Nessuno si indigna e protesta per il fallimento delle politiche imperialiste e colonialiste dei governi occidentali che ci hanno portato a questo disastro mondiale, nessuno dice niente a riguardo ma quasi tutti pronti a puntare il dito nei confronti di un etnia o una religione in particolare.

Come dire non perdiamo mai occasione come esseri umani di dimostrare la nostra idiozia, ma soprattutto la nostra pochezza umana perché preferiamo farci manipolare odiando chi non può vivere come noi e non ce la prendiamo con i veri colpevoli imperialisti che comandano questo sporco gioco.

Questo preciso momento storico dove i governi mafiosi occidentali provano ad inculcare quanto più odio possibile tra la gente, è ciò che dovrebbe farci rendere conto che abbiamo fallito come specie che popola il pianeta. Non Sarà l’odio o la competizione verso altri esseri umani sofferenti come noi Che ci salverà, questo può solo portarci quanto più in basso possibile, la nostra unica soluzione È capire Che necessitiamo Di rivoluzionare la nostra cultura sociale, un azione sociale volta alla condivisione della sofferenza del prossimo, volta all’abbattimento dei preconcetti ottocenteschi dove esistono differenze tra gli esseri umani, non sono le frontiere il nostro problema.

Il nostro problema sono le guerre decise a tavolino dai politicanti europei e americani, il nostro problema sono le politiche di austerità, il nostro problema è che vogliono un mondo diviso e spaventato.

Dobbiamo restare umani e capire che questo fottuto sangue che ci scorre nelle vene è rosso per tutti nessuno escluso. Il nostro problema non è il nostro vicino o chi scappa da una guerra che abbiamo creato dall’altra parte del mondo, il nostro problema è chi ci governa e niente più.

Stay human
Emilio Mesanovic

Si sono imbarcati al porto di gli attivisti di#NoBorderconvoy, partita nei giorni scorsi dalla Germania per arrivare al No Border Camp di Salonicco. L’arrivo della carovana è stato motivo d’iniziative sul terreno dell’antirazzismo e dell’accoglienza ai profughi sia nel capoluogo lombardo che in quello marchigiano.
ancona.jpgL’altro ieri a Milano gli attivisti italiani e tedeschi contro le frontiere sono stati violentemente caricati dalla polizia, mentre si stavano dirigendo al Museo della scienza e della tecnica per contestare il premier Renzi ed il Governatore della Lombardia Maroni, attesi per un incontro istituzionale. Nel corso delle cariche due studentesse hanno riportato ferite alla testa.
Ad Ancona gli attivisti #noborders sono scesi in strada tramite due blitz agiti simultaneamente. Una parte degli attivisti ha letteralmente scalato i silos del porto di Ancona per poi calare dalla cima uno striscione di 30 metri, visibile da tutto il porto, con scritto “refugees welcome”. Contemporaneamente altri attivisti bloccavano l’ingresso principale del porto dorico, tramite una catena fatta di salvagenti arancioni, diventati ormai il simbolo della disperazione e della speranza di chi attraversa il Mediterraneo. Ai nostri microfoni Tommasso di No Border Camp Ascolta o scarica. 

http://www.radiondadurto.org/