donnenotav NOTAV.INFO – Tra i tanti procedimenti penali che riguardano ormai quotidianamente i notav, martedì 9 febbraio c’è stata una sentenza che mi riguarda personalmente. Un giudice, Balestretti, mi ha inflitto una pena di ‘’mesi sei e giorni quindici’. Mi ha condannato anche al pagamento di una provvisionale di euro 2.500 immediatamente esecutiva da devolvere al fondo assistenza per il personale della polizia di stato e al pagamento delle spese legali e subordina la concessione della condizionale al pagamento della somma di provvisionale……
Avrei insultato una poliziotta, tale sig. Alice Rolando, vicequestore aggiunto presso il commissariato San Donato a Torino e spesso presente nel cantiere di Chiomonte.
Nel novembre del 2012 durante un’iniziativa delle Donne in Movimento contro la violenza sulle donne e in occasione della visita dell’allora ministra Cancellieri , io l’avrei oltraggiata con frasi offensive.
Già il processo era stato una farsa, con un giudice distratto e frettoloso, coi testimoni dell’accusa che erano tre sottoposti della Rolando, e con la P.M. che ha anche denigrato le dichiarazioni dei miei testimoni.
Non ho pronunciato mai parole sessiste e volgari verso una donna. Neanche verso una donna in divisa. Quando vado alle reti, fatico a trattenere la mia rabbia e spesso la esprimo nelle forme più pesanti che posso, le mie grida sono note e fastidiose. Per questo mi hanno dato il foglio di via da Chiomonte, Giaglione, Venaus per tre anni. Foglio di via che non ho rispettato e che mi costerà un altro processo con conseguente condanna. Ma un conto è pagare il prezzo della mia libertà di circolazione, un conto è essere condannata per frasi mai proferite, infamanti.
Penso alla violenza che ha subito Marta, una di noi arrestata durante un’iniziativa, molestata e insultata dalle forze dell’ordine, e che quando ha denunciato non è stata creduta.
Penso che sia molto grave che qualcuno, purchè in divisa possa denunciare il falso sapendo che dalle parti del Tribunale di Torino c’è sempre un giudice che lo prende sul serio.
Ho molta rabbia per questa vile condanna, ma cercherò di indirizzarla il più possibile verso il cantiere, dove continuerò ad andare, gridando un po’ più forte. Per farmi sentire bene e di nuovo dalla sig.Rolando che è una donna bugiarda.
Io sono una donna notav.

Ermelinda
(Non mi aspettavo di essere assolta.)

GAZZETTA DELLO SPORT – Il club di Amburgo è famoso per la sua lotta a ogni discriminazione: domani, in campionato, lo sponsor lascia libero lo spazio sulla divisa per un messaggio di sensibilizzazione

Il calcio aggrega, il St.Pauli unisce. La società di Amburgo è unica al mondo. Nelle curve di tutte le altre squadre, per quanto unite, si trovano ideologie diverse, filosofie distanti. Al St. Pauli no. Lì da sempre si lotta contro le discriminazioni di qualsiasi tipo, si lotta contro il razzismo e l’antisemitismo. Tutti insieme, tutti uniti. Per questo il St.Pauli è un’ideologia, un modo di pensare e di interpretare la vita prima ancora che una squadra di calcio. Impensabile che i suoi tifosi siano di destra, impensabile siano omofobi o abbiano pensieri sessisti. Nella partita di campionato (2. Bundesliga, la seconda divisione) che si giocherà domani sera con la Red Bull Lipsia, il St. Pauli (col permesso della DFL) scenderà in campo con una scritta molto particolare che coprirà gran parte della maglietta: “Niente calcio per i fascisti”. Per far sì che la scritta fosse possibile e leggibile, la Congstar, sponsor principale del club, lascia libera la maglia. È solo l’ultima di una serie di iniziative per sensibilizzare la gente anche oltre il giorno mondiale della memoria  (27 gennaio).
Coreografie mai banali per i tifosi del St. Pauli

INIZIATIVA — La scritta sarà presente sulle maglie del St.Pauli solo per la prossima partita di campionato, ma già nelle ultime settimane si sono tenute varie conferenze per parlare di nazismo, omofobia e razzismo. La frase “Niente calcio per i fascisti” non è nuova per il St. Pauli: da anni è presente su uno dei cartelloni che circondano il terreno di gioco allo stadio. Tanto che nel 2014, in occasione di una partita giocata dalla nazionale tedesca, la DFB decise, per tenersi lontana da slogan politici, di coprire tale scritta. Fu l’allora presidente della federcalcio Wolfgang Niersbach (poi coinvolto nello scandalo per le assegnazioni del mondiale 2006) a chiedere scusa ai tifosi del St. Pauli definendo la decisione “del tutto sbagliata”. Perché per il St. Pauli si tratta di una missione: discriminazioni, omofobia e razzismo non c’entrano col calcio che piace a loro. Un calcio che deve unire, non solo aggregare.

 

CAXHCnzUQAAyk7P GLOBAL PROJECT – Come annunciato durante la conferenza di Blockupy domenica, Yanis Varoufakis ha lanciato il suo movimento europeo DIEM (Democracy in Europe Movement) dal Volksbuhne a Berlino. Tra i presenti diverse personalità del mondo partitico e sindacale di tutto il continente, ma anche attivisti delle organizzazioni di movimento, prime tra tutte coloro che compongono Blockupy.
Nonostante tutti i ragionevoli dubbi espressi già da qualche settimana da una lettera inviata all’ex Ministro delle Finanze greco da un attivista, ripresi dagli interventi alla conferenza di domenica e nell’intervista che abbiamo condotto, i militanti dei movimenti hanno fatto un intervento dal palco del famoso teatro simbolo della sinistra tedesca. Certamente l’intervento da parte della coalizione Blockupy non voleva trovare compatibilità a priori, tantomeno battezzare una convergenza di prospettive politiche successive ad un’iniziale fase di discussione o interlocuzione. La consegna di uno degli ormai famosi passamontagna arcobaleno ha voluto dire tutt’altro. Dal microfono del teatro Anna Stiede (Interventionistische Linke) parla molto chiaro: se DIEM vuole essere una piattaforma di movimento e avere interazioni con questo, non può evitare di parlare con coloro che negli ultimi anni hanno animato le piazze di Francoforte coinvolgendo i cittadini europei; non è possibile bypassare questo piano, soprattutto se si propone un approccio “dal basso” invece che il solito cartello di rappresentanza “dall’alto”.

“Non abbiamo bisogno della classica politica dei programmi. Più che continuare a dare rappresentanza politica, abbiamo bisogno di creare spazi veri e forme politiche nuove dal basso. A partire da noi”, scandisce bene Anna. Proprio qui sta il punto che non può essere subordinato ad alcuna tattica di convenienza. Fare la somma di tutte le forze politiche, sindacali, della società civile in Europa nella speranza di convogliare il consenso dell’opinione di sinistra non è, appunto, tanto più che fare una fotografia. Una fotografia che rischia di sbiadirsi presto nel caso in cui dovesse servire per conquistarsi democraticamente la Commissione Europea, il Consiglio o l’Eurogruppo. Affermare con forza che c’è la necessità di creare nuovi presupposti per spazi politici inediti significa non limitarsi a prendere in mano un obiettivo che si rivolge ad una realtà data, ma trasformare quella realtà, rompere le basi sociali che ancora legittimano l’estremismo di centro oppure diventano oggetto dei movimenti reazionari e xenofobi. E la forma di questo cambiamento non può assumere vecchi modelli degli istituti della rappresentanza moderna, che trovano dei limiti di governo in un paradigma di governance e in un qualche modo sono opposti ad una pratica radicale della democrazia; quella che hanno messo in atto quotidianamente i movimenti nella costruzione dei processi di mobilitazione europei e nella costanza dell’intervento nei territori, mai in contraddizione con la proposta politica sul piano transnazionale. “Come trasformiamo il nostro modo di far politica?”, riassume in poche parole Anna.
E’ vero che, come dice Varoufakis, senza democrazia l’Europa collasserà, e con sé l’intero progetto politico. Proprio per questo l’innovazione resta imprescindibile, in particolare in un periodo di forti cambiamenti europei che ne mettono in questione i fondamenti costituzionali (formali e materiali). Cosa significa democrazia, altrimenti? Per conquistarci il presente, dobbiamo ripensare ad una Costituzione d’Europa che vada nella direzione di ciò che hanno espresso le lotte e renda conto dei loro istituti della decisione – la sfida posta a DIEM si riferisce, evidentemente, a questo. Fare alleanze, anche ibride, non può schiacciarsi sull’affidarsi a chi può “provvedere a fornire una struttura di connessione” tra le esperienze politiche europee di sinistra, perché “le reti di alleanze potenti hanno bisogno di una materialità quotidiana, di ogni giorno. Altrimenti non si può sconfiggere la paura”. Le lotte concrete, qui ed ora, riescono a superare questo stato di assoggettamento; e, senza di queste, la proposta di una piattaforma transnazionale diviene pura astrazione.
Ecco spiegato il passamontagna arcobaleno dato a Varoufakis: simbolo di una lotta che ha sfidato la BCE e il governo poliziesco di Francoforte, bloccandone le arterie; che rappresenta la moltitudine di colori dei differenti percorsi politici di movimento accomunati da un grande sogno: immaginarsi un’Europa fondata sulla libertà, i diritti sociali, la democrazia radicale, l’indipendenza. Questo è l’auspicio affinché – anche se sappiamo che Varoufakis ha “una maschera a gas dai giorni di piazza Syntagma” – non ci si fermi soltanto ai discorsi, ma si riconquistino le strade e le piazze di questa maledetta fortezza Europa, inespugnabile dall’esterno per i migranti e dall’interno per chi la vuole sovvertire. L’ora di tornare per le sue strade non è scaduta. Ci vediamo, intanto, a Berlino questo autunno per occupare la capitale dell’Europa tedesca.

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RADIO ONDA D’URTO – Oggi, giovedì 11 febbraio, il leghista è a per inaugurare in zona Sant’Avendrace la sede del gruppo “Noi con Salvini”.
Capoluogo sardo completamente blindato, giornalisti non accreditati dal Carroccio tenuti fuori dalla sala, elicotteri in volo e due antifascisti portati in Questura prima del corteo e denunciati perchè a bordo di un furgone che aveva a bordo pericolosi…striscioni, bandiere e arance.
In oltre 500 hanno comunque sfilato in città dietro lo striscione “Fascisti e leghisti fuori da Casteddu” con il Coordinamento Antifascista Cagliaritano e numerose realtà di movimento della Sardegna.
1455192668-ansa-20160211121502-17517484 Il corteo si è avvicinato alla (gigantesca) zona blindata ed è stato caricato dalla polizia. Uno studente è stato fermato e poi rilasciato.
Dopo le cariche i manifestanti, tra gli applausi di molti residenti del centro storico di “Casteddu”, sono ripartiti in corteo, mentre il segretario leghista ha lasciato la sede del suo gruppo per un incontro in un hotel cittadino, il Panorama, dove si sono diretti anche antifascisti e antirazzisti.
Oggi pomeriggio lo stesso Salvini è atteso a Olbia e Alghero.
Da Cagliari abbiamo sentito Giacomo, giornalista che sta seguendo la mobilitazione a Casteddu.
Ascolta o scarica qui.

 

cernigoi

INFOAUT – Pubblichiamo di seguito l’appello di Claudia Cernigoi, colpita dall’ennessimo provvedimento di censura da parte del presidente della Provincia di Gorizia, Enrico Gherghetta (Partito Democratico), insieme agli storici Alessandra Kersevan, Sandi Volk, Piero Purini e Marco Barone. Pietra dello scandalo, nemmeno a dirlo, il dibattuto tema delle foibe e dell’esodo italiano da Istria e Dalmazia alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il “democratico” Gherghetta ha infatti deciso di vietare (per non meglio specificate “motivazioni politiche”) un convegno storico previsto per oggi e dal titolo “10 anni di Giorno del Ricordo. Tra mistificazioni storiche e rivalutazione del fascismo”, per il quale era già stato autorizzato l’uso di una sala provinciale richiesto dal gruppo consiliare di Rifondazione comunista. Un grave episodio che avviene tre anni dopo l’aggressione fascista nei confronti di Alessandra Kersevandurante un incontro sulle foibe organizzato all’interno dell’università di Verona e che contribuisce, ancora una volta, a palesare l’assurda strumentalità con cui si è tentato di trasformare un esempio di falso storico in un’occasione per dare voce al più becero revisionismo neofascista. La Giornata del Ricordo è infatti ormai soltanto un’occasione per nostalgici del ventennio e ammiratori della X Mas (le cui insegne, non a caso, sono state fatte entrare all’interno del Consiglio comunale di Gorizia senza destare l’indignazione di nessuna istituzione) per tentare di acquisire legittimità politica rivendicando uno spirito irredentista che si sperava estinto da almeno 50 anni. Tacciare di negazionismo storici riconosciuti come la Cernigoi (i cui dati sul presunto eccidio delle foibe sono leggibili qui) significa strumentalizzare la ricerca storica per fini politici, dando possibilità di espressione a personaggi che giustificano il colonialismo italiano e i crimini perpetrati contro la popolazione jugoslava (qui un esempio) e che possono fare ciò grazie al più totale sostegno da parte istituzionale.

Con un atto d’imperio paragonabile al concetto de “lo Stato sono io” di  franco-borboniana reminiscenza, il presidente della provincia di Gorizia (in quota PD) Enrico Gherghetta ha revocato il già concesso uso di una sala provinciale richiesto dal gruppo consiliare di Rifondazione comunista per un convegno storico da tenersi il 10 febbraio in occasione del Giorno del ricordo, convegno che avrebbe visto la presenza di storici qualificati sull’argomento (Marco Puppini, Alessandra Kersevan, Claudia Cernigoi, Sandi Volk, Piero Purini) e dell’avvocato Marco Barone.
Il veto di Gherghetta, posto per motivi “politici” che non ha peraltro ritenuto opportuno chiarificare, non costituisce solo un gravissimo atto di censura preventiva nei confronti della libera espressione della ricerca intellettuale, ma anche una palese violazione della legge istitutiva del Giorno del ricordo (Legge 92/04) che prevede tra le altre cose l’approfondimento “delle più complesse vicende del confine orientale”, approfondimento che costitutiva il senso del nostro convegno.
D’altra parte, consideriamo che Comune e Provincia di Gorizia hanno aderito acriticamente alla manifestazione commemorativa del 10 febbraio promossa da Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e Lega nazionale di Gorizia, il cui manifesto recita (testualmente) “in memoria del dramma dell’esodo dei 350.000 istriani fiumani e dalmati – sottoposti ad una vera e propria pulizia etnica e dell’iniquo Trattato di pace”, avallando quindi non solo le falsità storiche sulle cifre dell’esodo e su una presunta pulizia etnica che non è mai accaduta, ma addirittura definendo “iniquo” il Trattato di pace, legge dello Stato.
Sono questi i motivi “politici” che hanno portato il più alto rappresentante eletto della Provincia di Gorizia a censurare un convegno storico, abusando del proprio ruolo istituzionale? E se questa è la politica espressa dal “centrosinistra” nella nostra Regione, non comprendiamo a questo punto in cosa tale politica differisca dalle esternazioni di CasaPound e dei nostalgici della Decima Mas (i cui rappresentanti sono stati senza alcuna censura o distinguo accolti nell’aula del Consiglio comunale di Gorizia con tanto di labari sia di questo corpo collaborazionista, macchiatosi di orrendi crimini contro la popolazione civile, sia della stessa RSI, in palese violazione della normativa tuttora vigente contro l’apologia del fascismo).
Invitiamo coloro che leggeranno questo comunicato condividendone i contenuti ad inviare una mail di protesta al presidente Gherghetta, a questa mail: presidente@provincia.gorizia.itQuesto indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Ora e sempre Resistenza!

Claudia Cernigoi
(giornalista e ricercatrice storica)
Trieste

Per un ulteriore approfondimento consigliamo la lettura di Il giorno del ricordo e il mito delle foibe

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GLOBAL PROJECT – Oggi i neofascisti di Casa Pound, ben protetti da un vasto schieramento di polizia, hanno tenuto a Trento in largo Pigarelli la loro sedicente cerimonia «in onore dei martiri delle foibe». In realtà si è trattato dell’ennesimo episodio di infame strumentalizzazione delle sofferenze delle popolazioni istriane e dalmate di lingua italiana da parte di coloro che si autodefiniscono «fascisti del terzo millennio». Si tratta degli eredi e continuatori di quel regime totalitario che con le sue politiche discriminatorie e genocide portò alla fine della pacifica convivenza e del meticciato che avevano caratterizzato il litorale adriatico, creando il contesto che rese possibile la tragedia delle foibe e dell’esodo. Tragedia che vide le popolazioni istriane e dalmate pagare il conto di quella stessa equazione «italianità = fascismo» che costituiva la colonna portante della propaganda del regime di Mussolini e che Casa Pound tenta di riproporre oggi con i più vari pretesti.
La natura strumentale dell’iniziativa neofascista è resa palese dalla sua completa estraneità alle cerimonie pubbliche in ricordo dei caduti e degli esuli che si terranno domani [il 10 febbraio] a Trento e Rovereto. Dunque non vi era nessuna volontà di onorare chicchessia ma solo l’intenzione di ottenere un po’ di visibilità per riproporre la propria visione del mondo razzista e sessista, per incitare all’odio contro lo straniero e il diverso, per discriminare e minacciare chi non rientra negli schemi ideologici di un organizzazione che ha fatto della violenza la propria principale pratica politica, come hanno dimostrato anche i recenti fatti di Bolzano con il pestaggio di un diciassettenne ad opera di un consigliere circoscrizionale di Casa Pound.
Nessun dubbio quindi che le vittime delle foibe e gli esuli istriani siano per i neofascisti esattamente ciò che sono le donne di Colonia: corpi cui negare un’individualità ed una volontà propria per potervi costruire narrazioni e mitologie di odio. D’altronde non sono altro che i degni eredi di «Lui», quello che nel 1940 diceva di aver bisogno «di alcune migliaia di morti italiani per potermi sedere al tavolo dei vincitori».
In risposta a questa strumentalizzazione noi, le antifasciste e gli antifascisti organizzati nella Rete trentina contro i fascismi, siamo scesi nelle strade e nelle piazze di Trento. Non lo abbiamo fatto certo per negare a qualcuno il diritto di ricordare le proprie sofferenze ed i propri morti e neppure semplicemente per parlare di quanto accadde sul confine orientale 70 anni fa. Lo abbiamo fatto altresì per difendere il nostro presente ed il nostro futuro. La nostra presenza attiva e determinata ha impedito che la patetica «cerimonia» neofascista potesse trasformarsi in un corteo di squadristi per le vie cittadine, in una «dimostrazione di forza» da parte di chi nello scorso anno si è reso responsabile proprio qui a Trento di decine di aggressioni e pestaggi.
La manifestazione, iniziata davanti alla sede della Facoltà di Sociologia, ha visto scendere in piazza studenti, medi ed universitari, e le tante realtà e singolarità che animano l’antifascismo trentino. Diverse le persone giunte da Bolzano.

Il corteo, dopo aver attraversato il centro storico, è giunto a ridosso di largo Pigarelli, dove ad attenderlo c’era la polizia schierata in assetto antisommossa. Qui sono state costruite barricate per difendere la Trento degna, solidale e amante della libertà da ogni tipo di fascismo.
Siamo dunque scesi in piazza non per una difesa d’ufficio di movimenti rivoluzionari o peggio di regimi di settant’anni fa (non siamo noi i nostalgici!), ma per difendere il diritto di ciascuno all’autodeterminazione di sé, alla libera espressione della propria identità culturale, religiosa, politica o sessuale. Siamo scesi in piazza per difendere il diritto di tutti e tutte al lavoro, alla casa, al reddito, nonché il diritto di mettere in salvo la propria vita e di immaginare il proprio futuro al di là di qualunque frontiera.
Siamo scesi in piazza per difendere i valori della costituzione e per dare ad essi concreta attuazione. Siamo scesi in piazza per ribadire che la forma di identità collettiva nella quale ci riconosciamo non c’entra nulla con lo stato-nazione dei neofascisti. Lo stato-nazione, come ha scritto Abdullah Ocalan, ispiratore della resistenza curda contro l’ISIS e il suo complice Erdogan, è una costruzione ideologica che vuole imporsi attraverso il genocidio culturale e fisico in nome di una pretesa omogenità calata dall’alto. La loro nazione è un’astrazione dogmatica che sa di morte e di menzogna. Noi non sentiamo di dovere fedeltà ad una bandiera ma solo alla terra che abbiamo sotto i piedi e che difendiamo dalla devastazione e dallo sfruttamento; non riteniamo di dover difendere qualche «sacro confine» ma solo la ricchezza e la complessità delle nostre vite che rifiutiamo di veder ridotte a merce. L’identità collettiva cui ci sentiamo di appartenere è un ideale da costruire nel futuro e non un privilegio ereditato dal passato.

Rete Trentina contro i fascismi

corto RADIO ONDA D’URTO – Stamattina è scaduto l’ultimatum del comune di Roma, con il commissario Tronca, per lo sgombero del Csoa Corto Circuito,  uno degli storici centri sociali di Roma, liberato ormai 26 anni fa in zona Cinecittà, ennesimo atto di uno stillicidio di sanzioni che durano da 3 anni.
L’ultima determina dirigenziale notificata parla infatti di ritorno in possesso dell’immobile “con qualsiasi mezzo sarà ritenuto opportuno”.
Contro lo sgombero centinaia le persone arrivate questa mattina dalle 6 al Corto Circuito, per una colazione resistente, con corteo spontaneo arrivato sotto il VII Municipio.
La vicenda del Corto non è un caso isolato: pochi giorni fa, proprio a Roma, si è tenuta una partecipata assemblea nello spazio sociale ESC Atelier che, con altre decine di spazi sociali come il Corto, ha ricevuto lettere dello stesso tenore. Da qui l’inizio di un campagna per l’immediato riconoscimento formale dell’utilità sociale delle esperienze di autogestione e la moratoria immediata degli sgomberi a Roma.
La corrispondenza da Roma con Nunzio, del Csoa Corto CircuitoAscolta o scarica.