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Oggi un grande corteo ha attraversato le strade di Pisa per contestare la presenza del primo ministro Matteo Renzi che avrebbe dovuto presiedere alle celebrazioni per l’Internet day, annunciate in pompa magna qualche settimana. Il condizionale è d’obbligo perché il premier, saputo delle possibili contestazioni, ha preferito non presentarsi proprio e video-trasmettere il proprio messaggio. Che dire? Quale migliore simbolo di un potere sempre più lontano dalla gente, che al dialogo preferisce il monologo e che quindi non si esprime se non quando ha davanti giornalisti compiacenti, imprenditori amici o accademici renzianissimi. Un potere virtuale che schiva ogni contestazione ma i cui effetti sono ben reali sulle nostre vite e sulle nostre teste. La paura fa novanta nei palazzi perché il patto alla base del governo  Renzi – svendere diritti per avere crescita e lavoro – si sta rivelando sempre di più per quello che è: una pura e semplice truffa.

Questa mattina in tanti si sono dati appuntamento sotto il comune già alle 8:30.Sindacati di base, studenti medi e universitari, diversi comitati di quartiere pisani e vittime del salvabanche (poche ore dopo per i giornali di regime diventeranno “gli antagonisti”) sono partiti in manifestazione al grido: “È #lavoltabuona, contestiamolo!”.

Arrivati al CNR i manifestanti si sono trovati davanti un ingente schieramento di polizia armata di tutto punto e come al solito sempre pronta a difendere politici e corrotti. Al tentativo di passare da parte del corteo, la reazione è stata in pieno stile “democratico”, con decine di poliziotti che hanno iniziato a caricare le persone presenti ferendone alcune alla testa. In reazione a questa violenza senza vergogna da parte della polizia, le forze dell’ordine sono state bersagliate con fitto un lancio di ortaggi marci. Sono quindi partite nuove cariche e manganellate su disoccupati, lavoratori e studenti che sono quindi ritornati in corteo verso il centro della città. Non contenta della proprio ruolo infame in questa giornata, la polizia ha anche arrestato due manifestanti (Seba e Milo) che sono stati rilasciati intorno alle 14.00.

Potete esorcizzarci come antagonisti, potete scagliarci contro tutti i giornali che volete ma la realtà è sempre più chiara a tanti: questo governo si tiene solo grazie ai manganelli della sua polizia!

Fonte: InfoAut

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RADIO ONDA D’URTO – Dove arriva il TAV, non mancano le infiltrazioni mafiose. L’arresto di Marco Cascella, proprietario della Lande, impresa coinvolta nei lavori di costruzione della linea Alta Velocità delTerzo Valico, conferma la presenza mafiosa negli affari del TAV.
Cascella è stato infatti arrestato all’interno dell’inchiesta che ha portato alle indagini e perquisizioni nei confronti del consigliere regionale e presidente del PD campano Stefano Graziano. Un’inchiesta che sta mettendo in luce i rapporti tra politica e criminalità organizzata.
L’infiltrazione mafiosa nei lavori del Terzo Valico, legata all’azienda Lande, era già stata denunciata dal movimento no tav locale ancora due anni fa, richiamando un’inchiesta dell’antimafia. Non arrivò nessuna risposta dalle varie istituzioni.
Invece per quanto riguarda i lavori ha fatto discutere la dichiarazione della commissaria al Terzo ValicoIolanda Romano, la quale ha dichiarato che l’avanzamento lavori del Terzo Valico è ad un misero 9% e che sono già ben 22 i mesi di ritardo accumulati e una delle ragioni va individuata proprio nellamobilitazione popolare.

Abbiamo parlato di tutto questo con Claudio Sanita, esponente del Movimento No Tav Terzo Valico.
Ascolta l’intervista

Autorità e polizia greca invitano i migranti e volontari a lasciare il campo, ma in pochi accettano

Passate le tensioni della settimana scorsa è tornata un’apparente calma al campo di Idomeni. Dopo l’ultimo tentativo di sfondamento dell’opprimente reticolato, bloccato con estrema violenza dalla polizia macedone, e il tragico incidente che ha portato alla morte di un uomo, sembra tornato un clima più disteso a ridosso del confine. Sappiamo però che basta una piccola scintilla per far risalire la tensione.
Nonostante i continui inviti delle autorità greche in pochissimi accettano il trasferimento volontario verso i campi governativi: è ormai chiaro a tutti che questi campi di destinazione sono di solito peggiori di Idomeni. Delle 13000 presenze registrate un mese fa, oggi l’UNHCR dichiara che al campo risiedono circa 9.900 persone, al 90% di nazionalità siriana.
La situazione del campo negli ultimi giorni è stata condizionata pesantemente dalle condizioni meteo: dopo i temporali pomeridiani, ieri è tornato il sole ma un vento impetuoso ha soffiato sul campo per tutto il giorno rendendo la vita impossibile e abbattendo centinaia di tende, tanto che gli attivisti di #overthefortress hanno lavorato fino a mezzanotte per aiutare i volontari dello Shelter Team a montare decine di tende e garantire così un riparo almeno alle famiglie con bambini.

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La vita al campo sta assumendo una sua fisionomia particolare, il lungo periodo di inattività pesa e la prospettiva di tempi di permanenza ancora lunghi mette in moto la voglia di essere soggetti attivi. Si sta creando una microeconomia di sussistenza che vede coinvolti molti profughi presenti al campo. Si moltiplicano infatti i banchetti di alimentari, piccoli punti vendita, barbieri più o meno improvvisati… Chi può investe il poco denaro e le tante capacità in un vivere più dignitoso e solidale all’interno del campo. Altri invece offrono il loro aiuto alle associazioni umanitarie presenti al campo, sia alle ufficiali che a quelle indipendenti.
Al “Idomeni Cultural Centre” tocchiamo con mano e ci inseriamo in questo meccanismo di stretta collaborazione tra attivisti indipendenti e profughi e lo stesso avviene all’ambulatorio medico dei Bomberos spagnoli.
Le cose da fare per rendere la vita al campo un minimo dignitosa sono ancora tante, e come #overthefortress stiamo mettendo le basi per attuare in tempi brevi dei progetti di cui ci pare ci sia estremo bisogno: il primo, assolutamente necessario con l’arrivo del caldo, prevede l’installazione capillare di punti doccia nelle zone periferiche del campo, quelle dove gli aiuti e i servizi faticano sempre ad arrivare e dove non sono presenti ONG.

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Inoltre da ieri la polizia gira per il campo a distribuire volantini plurilingue [1] (in calce all’articolo la traduzione) nei quali vi è un invito a trasferirsi nei campi governativi. Da questa mattina, sempre la polizia, invita anche i gruppi di volontari a fornire queste informazioni ai migranti e a lasciare il campo. Hanno invitato anche noi a spostarci e a fornire i nostri servizi nei campi governativi, ma quando abbiamo chiesto se saremmo potuti entrare anche come volontari indipendenti ovviamente si sono ammutoliti, ben sapendo che l’acceso non è consentito se non a ONG o associazioni riconosciute dal Governo.
Noi ovviamente scegliamo di continuare nel nostro lavoro a Idomeni con decisa ostinazione.

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Andrea Gabrieli e Tommaso Gandini, campagna solidale #overthfortress a Idomeni


[1] INFORMAZIONE AI RIFUGIATI – MIGRANTI

Ministero dell’Interno e della Ricostruzione Amministrativa

Voi siete in Grecia e siete ospiti in questo paese. È obbligatorio per voi seguire le regole ed istruzioni dello Stato greco.
I confini, e questa non è una responsabilità del governo greco, sono e rimarranno chiusi. Questo campo non soddisfa nessuna delle vostre necessità quotidiane di base. Cesserà di operare. Dovreste muovervi nei campi gestiti dallo Stato greco, in modo rapido e coordinato, sotto la responsabilità delle autorità greche.
Lo Stato greco vi offre l’opportunità di stare nelle strutture di accoglienza temporanea (campi, hotel, insediamenti e altre strutture) in varie aree del paese.
Queste strutture sono aperte ma sotto sorveglianza e controllate di modo che voi e le vostre famiglie siate sicuri. Là troverete cibo, cure mediche, vestiti e articoli per l’igiene.
Mentre vi troverete in queste strutture d’accoglienza, vi potrete muovere liberamente, uscire e rientrare, ma dovrete rientrare ad orari prestabiliti e rispettare le regole. Se non osserverete queste regole, perderete il diritto di restare.
Dovrete anche registrarvi. Poco dopo il vostro arrivo nella struttura, le autorità greche vi informeranno riguardo al vostro diritto di richiedere asilo in Grecia e sulle opzioni di riallocamento in altri stati dell’UE per coloro che soddisfano le condizioni e termini del programma di riallocamento. Riceverete anche informazioni sulla procedura di riunificazione familiare di modo da riunirvi con i membri della vostra famiglia negli Stati membri dell’UE.
Riceverete anche supporto legale e finanziario di modo da tornare nel vostro paese d’origine nel caso la vostra richiesta d’asilo sia rifiutata o nel caso desideriate ritornare.
È necessario che seguiate gli ordini ed istruzioni dei membri competenti dello staff che vi diranno come lasciare questo insediamento in una maniera ordinata e come essere trasportati in sicurezza verso le strutture d’accoglienza.

 

Nota a margine del 1° maggio No Borders a Roma – Centri Sociali Marche

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“Benvenuta nel Paese che ospita più rifugiati al mondo”. E’ la frase dello striscione che campeggiava nel campo profughi turco Nizip 2 visitato dalla cancelliera tedesca, giunta in Turchia  per rilanciare l’accordo sulle deportazioni. E’ intollerabile. E’ “il lavoro rende liberi” del nostro tempo, la propaganda fatta per bocca delle sue vittime. Mentre il governo turco trattava gestione e contropartite del più moderno mercato degli schiavi, la Merkel regalava matite ai bambini del campo. Sono necessarie risposte urgenti, immediate. Oggi, non domani. Perché  nel frattempo le deportazioni continuano e l’infame accordo tra l’Unione Europea e la Turchia si consolida.
E’ per questo che nonostante gli sforzi sostenuti per realizzare la carovana a Idomeni e la manifestazione del 3 aprile al Brennero, ci siamo subito rimessi al lavoro per arrivare all’Ambasciata turca in Italia, alle rappresentanze diplomatiche di quel Paese responsabile dei respingimenti e delle espulsioni illegali verso la Siria e che si candida, in cambio di laute  contropartite, a fare il lavoro sporco per la fortezza europea: un lavoro per il quale può presentare ottime credenziali, vista la sistematica violazione dei diritti umani e la violenta e permanente aggressione al popolo curdo, di cui il governo turco è artefice.
Da tutto questo è  nato l’appello all’azione di Agire nella Crisi. Per il primo maggio, perché quella era la prima data utile sia come spazio temporale, che come spazio politico, considerato che, nonostante le raccomandazioni della UE, in quella giornata Erdogan tornerà pubblicamente a mostrare le unghie contro l’opposizione interna e le rivendicazioni di autonomia e libertà che occuperanno le piazze della Turchia. L’appello è semplicemente un libero “chiamarsi” tra coloro che sentono l’urgenza di reagire, fuori da ogni dietrologia, tatticismo, specificità che nulla hanno a che vedere con il dramma che abbiamo di fronte: un appello per esplicitare i motivi di un’azione, per affermarne la necessità, per rivendicare il diritto di porla in essere.
Il diritto all’azione non è un’enunciazione, ma un fatto: esiste solo nella misura in cui l’azione lo costituisce. Le limitazioni a cui esso è sottoposto sono le medesime limitazioni a cui è sottoposta la nostra possibilità di azione. Alcune di esse le conosciamo bene e si affacciano spontanee alle nostre menti: la polizia, la legge, i giudici. Ma in realtà sono molti altri i fattori che concorrono a limitare il nostro diritto all’azione e lo spazio del suo esercizio. Uno è il tempo. Anche banalmente quello metereologico, che sappiamo tutti molto bene quanto possa pesare su una manifestazione. Oppure il tempo cronologico, e, cioè, il “tempo che passa” e che senza batter colpo e senza tanti clamori svuota il nostro diritto all’azione dell’azione stessa, rendendola anacronistica, inefficace nel conseguimento dell’obiettivo a cui essa era preordinata. Ed anche il tempo come “clima” sociale, politico e relazionale all’interno del quale l’agire si colloca rimanendone inevitabilmente implicato.
Ed è fisiologico che sia così, perché ogni azione non può non essere condizionata dal contesto all’interno del quale essa si determina. Però è anche vero che esiste un nocciolo dell’agire che è incomprimibile, irrinunciabile. E’ quell’azione che si determina laddove essa non c’è, nonostante sia urgente e necessario che ci sia. Questo diritto primario all’azione non possiamo negarcelo, non dobbiamo negarcelo. E’ per questo che facciamo le manifestazioni anche quando piove. E’ per questo che il primo maggio saremo in piazza dell’Indipendenza a Roma, e muoveremo verso l’Ambasciata turca.

http://www.globalproject.info/

basta-veleni RADIO ONDA D’URTO – Nuova udienza oggi mercoledi 27 aprile, con sentenza fissata al prossimo 29 giugno, del processo contro 9 attivisti che il 30 aprile 2014 occuparono simbolicamente l’ufficio del direttore generale di Asl Brescia, dottor Scarcella.
L’azione di protesta si svolse in maniera pacifica, alla vigilia della manifestazione del 10 maggio “Stopbiocidio” e aveva lo scopo di tenere alta l’attenzione su una problematica da anni denunciata nella nostra città riguardante il ruolo di Asl nella comunicazione con i cittadini e nella trasparenza delle informazioni date.
Fuori dall’aula un presidio di solidali del tavolo “ che ha definito il processo “ingiusto e intimidatorio. Ingiusto perché chi cerca risposte e non viene ascoltato ha il diritto di manifestare il proprio dissenso e intimidatorie perché denunciare chi si espone in prima persona è un chiaro messaggio a tutte e tutti:”non oltrepassate certi limiti o verrete denunciati”.
Nonostante questo l’accusa per i 9 è di interruzione di pubblico servizio e invasione di edificiocon richieste che vanno da 4 mesi per 7 attivisti a 8 mesi e 10 giorni per altri 2, oltre che irisarcimenti richiesti dalle parti civili, ovvero la stessa ASL e dal suo direttore generale Scarcella.
Ai nostri microfoni un commento all’udienza di questa mattina da parte dell’avvocato Manlio Vicini, uno dei legali che difendono i 9 attivisti, e Umberto della nostra redazione e uno dei 9 imputati. Ascolta o scarica

CSA DORDONI – Alcuni compagni/e nella mattina del 25 aprile hanno sanzionato con vernice rossa e con una scritta che recitava “no guerra” la locale sede del PD. Questo per sottolineare in modo evidente le responsabilità politiche del “partito della nazione” riguardo la posizione che sta attualmente occupando l’apparato governativo italiano nei conflitti internazionali e per sottolineare l’attacco condotto dal governo Renzi alle condizioni di vita delle classi sociali subalterne.
La LEGA NORD, indicata come altra faccia della medesima medaglia, ha ricevuto la stessa cortesia: vernice rossa sulle vetrate a simboleggiare il sangue delle vittime di questa guerra tra poveri e delle migliaia di morti del “lager del XXI secolo” che è il mediterraneo. Sono state anche vergate due scritte che a loro volta recitavano “Basta guerra” e Basta Frontiere”.

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NOTAV.INFO – E alla fine ha lasciato il palco senza parlare il sindaco Fassino, insieme a lui Chiamparino ed altri assessori che insieme all’ANPI hanno chiuso la fiaccolata istituzionale di ieri sera organizzata per celebrare i 71 anni della Liberazione.
Già da subito, all’arrivo in piazza, la celere cerca di tenere distanti chi si avvicina con bandiere No Tav e lo striscione delle mamme e dei parenti dei ragazzi sottoposti a misure cautelari, ma con scarso risultato.
Nel giro di solo mezzora lo spezzone sociale è infatti il più numeroso della fiaccolata, circa un migliaio di persone a fronte delle 6.000 presenti.
Lotta per la casa, No Tav, studenti antifascisti e antirazzisti sono solo alcune delle anime presenti, tanti i parenti dei giovani arrestati e cautelati perchè hanno partecipato a queste lotte che con orgoglio aprono lo spezzone con lo striscione “Abbiamo bisogno di Resistenza”.
All’arrivo in Piazza Castello un triste spettacolo ci si pone di fronte, il PD è intenzionato ad ignorare la presenza di centinaia e centinaia di persone e, una volta terminati gli interventi dei partigiani e quando prende parola il capo della consulta provinciale del PD, parte la contestazione.
Al grido “vogliamo parlare” e “le mamme sul palco” continua un teatrino dell’assurdo, la celere che fa la sua comparsa sotto il palco e le istituzioni che continuano i loro monologhi in mezzo ai fischi della gente.
La rabbia è tanta ma non si demorde e mentre continuano a svettare in piazza i cartelli con i volti dei nostri giovani e la bandiere No Tav sventolano con energia, si chiude la cerimonia ufficiale e si prepara il palco per il concerto del Jazz Festival.
Max Casacci leader dei Subsonica e artista torinese, non appena sale sul palco si accorge della situazione subito sotto e invita la mamma di Jacopo, giovane ricercatore No Tav arrestato il settembre scorso in Clarea durante un’azione contro il cantiere, a salire sul palco e a leggere la lettera che i parenti hanno scritto per questa giornata.
Le prime parole sono queste: “Siamo le madri e i padri, i familiari e i tanti amici dei 28 ragazzi e ragazze che, nella nostra città – medaglia d’oro per la Resistenza – sono stati sottoposti a misure cautelari molto dure.  Non per aver rubato soldi pubblici nè per aver avvelenato l’aria con la polvere di amianto ma per aver lottato contro il treno ad alta velocità Torino-Lione, oppure  per aver difeso le aule universitarie dai tentativi sempre più frequenti di infiltrazione da parte dei fascisti torinesi, o ancora per aver manifestato in corteo contro la presenza e i comizi di un partito xenofobo e razzista che ben conosciamo….”
Terminata la lettera un grande applauso si leva dalla piazza, anche da parte dei tanti che a quel punto sono giunti per il concerto.
Alla fine, ci diciamo, ce l’ abbiamo fatta, grazie a quella caparbietà che le lotte ci hanno insegnato soprattutto quella in difesa della nostra Valle.

Alla prossima, avanti No Tav!

Liberi tutti e tutte!