Carlo-Giuliani

Dopo una serie di vicissitudini, è stato accertato in sede civile che non c’è alcun responsabile per la morte di Carlo Giuliani e se non ci saranno eventuali ricorsi in Appello si chiuderà così l’iter giudiziario. Il Giudice Daniela Canepa ha respinto i ricorsi dei familiari di Carlo Giuliani riconoscendogli un risarcimento. “Non c’è dubbio, sulla base della ricostruzione dei fatti minuziosamente effettuata, che Placanica, comandato in servizio di ordine pubblico, fosse pienamente legittimato a fare uso delle armi quando ricorressero i presupposti della necessità di respingere una violenza o di vincere una resistenza all’Autorità. E non vi è parimenti dubbio che la situazione in cui Placanica si è trovato ad agire fosse di estrema violenza volta a destabilizzare l’ordine pubblico ed in atto nei confronti delle stesse forze dell’ordine, la cui incolumità era direttamente messa in pericolo dal soggetto”, ha dichiarato il Giudice Canepa.

“Il gesto di Giuliani non è stato una isolata aggressione, ma solo una delle fasi di una violenta aggressione al “defender” posta in essere dalle numerose persone che lo avevano accerchiato. Il sasso con cui è stato colpito Giuliani dopo lo sparo, l’asserzione che un appartenente alle Forze dell’Ordine abbia colpito Carlo Giuliani con un sasso, quando questi era a terra è rimasta una pura congettura senza nessun elemento probatorio a suo sostegno”, ha aggiunto il giudice.

Fonte: Informazione Libera

SyrizaFlags

“Syriza deve giocare un ruolo importante e rafforzato, mantenendosi distinto dal governo. Dovremo rinnovare e migliorare le funzioni del nostro partito, le sue relazioni con la società, la sua apertura, la sua formazione e costituzione, avere relazioni stabili con tutti per poter appoggiare e controllare il governo in un modo fecondo”. Oggi il manifesto pubblica una intervista a Tasos Koronakis, il nuovo segretario di Syriza. Koronakis si dice sicuro che le radici di Syriza si trovano nel movimento anti-G8 di Genova. Koronakis, che proviene dai giovani di Synaspismos, è stato eletto dal Comitato centrale con 102 voti. Il candidato della Piattaforma di sinistra Alekos Kalyvis ha preso 64 voti, 32 le schede bianche.

La segreteria politica, nella quale la maggioranza di Tsipras con 110 voti ha eletto sei membri, la Piattaforma di sinistra, con 63 voti, ne ha eletto quattro e la lista degli ex maoisti di Koe, cone 23 voti, uno.

“La nostra lotta per far tornare la democrazia in Grecia – aggiunge Koronakis – è anche una lotta per far ridiventare i partiti istituzioni democratiche, di dialogo e dibattito dentro e con la società. Lafazanis (leader della Piattaforma di sinistra) e Kalyvis (candidato della Piattaforma alla segreteria del partito nei giorni scorsi hanno lanciato inviti a combattere tutti insieme questa difficile battaglia.

Sul fronte della battaglia contro il Memorandum, c’è da registrare una nuova “offensiva mediatica” della Spagna, che per bocca del ministro delle Finanze Luis de Guindos, ha messo in giro la voce di un terzo salvataggio. Una vera e propria carognata, peraltro smentita da Juncker. La Spagna era stata accusa da Tsipras non solo di non prendere le difese della Grecia ma di aver tramato contro Atene in occasione dell’Eurogruppo. Ieri Varoufakis ha dovuto sottolineare che sono pronti alla restituzione di un miliardo e mezzo al Fmi.

La Bce si riunirà a metà settimana a Nicosia. Atene vorrebbe che la Bce alzasse la soglia di 15 miliardi di euro sulle sue emissioni di debito a breve. Una concessione che appare improbabile perché‚ la Bce sa benissimo che quei bond verrebbero comprati dalle banche, che a loro volta l darebbero a garanzia di liquidità che poi userebbero per sottoscrivere altri bond: un circuito vizioso che fa della Bce il finanziatore di ultima istanza di Atene

Fonte: Contro la Crisi

mai

Dopo la giornata di ieri, che ha visto i movimenti preparare l’opposizione alla sfilata di Lega Nord e Casapound nella capitale (prima con l’occupazione della Basilica di Santa Maria del Popolo e poi con il presidio a piazzale Flaminio che ha tentato più volte di raggiungere piazza del Popolo), oggi pomeriggio sarà il turno del corteo #MaiConSalvini che attraverserà le vie di Roma portando in piazza un’opposizione larga e determinata al progetto razzista della Lega Nord e alla sua ormai assodata alleanza e simpatia con i neofascisti di Casapound.

Intanto i 4 compagni fermati ieri durante le cariche della polizia a piazzale Flaminio e trasferiti in carcere si trovano tuttora in stato di arresto e lunedì mattina dovranno affrontare il processo per direttissima che deciderà sulla loro liberazione o meno. La piazza di oggi sarà anche l’occasione per portargli solidarietà e chiederne l’immediata liberazione.

RILEGGI LA DIRETTA DA ROMA (FONTE: INFOAUT)

Ore 18.45: Il corteo si conclude all’altezza del Colosseo mentre lo spezzone di studenti e precari prosegue verso San Lorenzo.  Gli slogan ricordano i quattro compagni arrestati venerdì durante le cariche poliziesche e ora nel carcere di Regina Coeli. Secondo alcune fonti, lunedì dovrebbero essere processati per direttissima.

Ore 18.00: Il corteo si trova in questo momento all’altezza di piazza Venezia e continua a proseguire verso il Colosseo, accingendosi verso la conclusione. Sono ancora decine di migliaia le persone che continuano ad attraversare le strade di Roma dimostrando una forte determinazione nel dire no alla Lega e a Salvini.

Ore 17.40: Le migliaia di persone che stanno partecipando al corteo sono ora giunte in piazza S.Andrea, rilanciando la mobilitazione. Ora la manifestazione si dirige verso il Colosseo.

Ore 17.30: Il corteo ha percorso largo di Torre Argentina fino a raggiungere Campo De’ Fiori, che però è troppo piccolo per contenere la numerosissima piazza di oggi pomeriggio: la manifestazione prosegue dunque verso il Colosseo passando da corso Vittorio! Nel frattempo Salvini ha concluso il suo intervento dal palco ma tutte le vie attorno a piazza del Popolo rimangono iper-blindate.

Ore 17.00: L’inizio del corteo è arrivato a piazza Venezia, dietro migliaia di persone sfilano ancora su via dei Fori Imperiali.

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Ore 16.30: Continuano a crescere i numeri che i compagni e le compagne (e ora anche diversi media mainstream) riferiscono dalla piazza #MaiConSalvini: 35.000 in corteo per respingere l’invasione fascista e razzista. Poche invece le immagini d’insieme diffuse da piazza del Popolo, che rendono per ora difficile fare una stima della “chiamata alle armi” di Salvini ma i numeri sembrano decisamente meno significativi rispetto alla variegata opposizione che sta riempiendo le vie di Roma e la cui testa è poco fa arrivata a via dei Fori Imperiali.

Ore 16.10: Arriva anche notizia di una provocazione da parte della polizia, schierata a migliaia oggi nella Capitale: un’occupante di case è stata fermata all’uscita della metropolitana e identificata (e fortunatamente rilasciata poco dopo) in relazione ai fatti di ieri pomeriggio a piazzale Flaminio.

Ore 16.00: Prime stime dalla piazza romana: si parla di 10.000 persone al corteo #MaiConSalvini.

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Ore 15.50: Difficile ancora fare stime di numeri ma il colpo d’occhio rivela una piazza molto numerosa, composita e determinata.

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Ore 15.47: Il corteo prosegue lungo il percorso ed è arrivato all’altezza di via Cavour. Una fiumana di persone, tante voci e realtà di lotta, bandiere Stop Sfratti e No Tav, presente anche la comunità curda che porta in piazza la resistenza di Kobane.

Ore 15.30: Dalla piazza arriva la notizia di un ragazzo aggredito a stazione Termini da parte di un gruppo dei soliti vigliacchi neofascisti.

Ore 15.20: Poco fa il corteo ha mosso i primi passi.

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Ore 15.00: Piazza Vittorio è già stracolma, tanto che il furgone di apertura ha dovuto spostarsi in avanti per permettere alla piazza di contenere tutti i partecipanti.

Ore 14.45: Questo il percorso del corteo via dello Statuto, piazza Santa Maria Maggiore, via Cavour, via dei Fori Imperiali, piazza Venezia, via delle Botteghe Oscure, largo Argentina, piazza Sant’Andrea della Valle, Piazza Campo De’ Fiori.

Ore 14.30: Già tantissimi in piazza Vittorio pronti a partire per il corteo antifascista e antirazzista che arriverà fino a piazza Sant’Andrea della Valle e Campo de’ Fiori.

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Graziato. Si aspettavano tutti la radiazione, se l’è cavata con sei mesi di sospensione e a fine estate il “dottor mimetica” potrà tornare a fare il medico, in Italia e all’estero. L’Ordine dei medici di Genova ha salvato Giacomo Toccafondi, il medico che durante i giorni del G8 gestiva l’infermeria della caserma di Bolzaneto. E picchiava, anzi era «il seviziatore» come hanno raccontato i tanti ragazzi che sono ancora segnati e che speravano in un provvedimento esemplare. Se non bastasse, le immagini di violenza e di insulti ai manifestanti arrestati hanno fatto il giro di mezzo mondo anche grazie al film “Diaz, non lavate questo sangue” e anche questa sentenza è destinata a scatenare polemiche e reazioni indignate.

Toccafondi, 61 anni da compiere, ha temuto di essere radiato dal suo Ordine e quindi di non poter più fare il medico, ma alla fine, i suoi colleghi lo hanno salvato con una condanna lieve, sei mesi di sospensione (la pena più pesante prima della radiazione), se messa ai confronti con i tre mesi a una dottoressa che lavorava con lui nella caserma delle torture di Bolzaneto.

Il processo al “dottor mimetica” è durato almeno otto mesi e si è concluso l’altra settimana con la sentenza che è stata firmata dal presidente dei medici genovesi Enrico Bartolini: non potrà essere impugnata e diventerà esecutiva da lunedì prossimo, più o meno nello stesso periodo in cui è prevista l’udienza sul suo licenziamento. Da marzo non è più un chirurgo dell’ospedale Gallino di Pontedecimo.

Toccafondi, assistito dall’avvocato Alessandro Vaccaro, era già stato salvato dalla prescrizione – assieme ad altri trentadue imputati (poliziotti e personale sanitario) – ed era uscito indenne dal processo d’Appello sulle violenze all’interno del mattatoio di Bolzaneto, ma era stato condannato a risarcire le vittime e anche la Corte dei conti è pronta a chiedergli i danni.

I reati che erano stati contestati- a lui e ad altri quatto medici arruolati per il G8 dalla polizia penitenziaria andavano dall’omissione di referto alla violenza privata, dalle lesioni all’abuso d’ufficio. Aveva evitato una condanna ma, secondo i giudici, agì «con particolare crudeltà» e la caserma di Bolzaneto era un carcere improvvisato e a tempo dove «furono portate vittime in balia dei capricci di aguzzini, trascinate, umiliate, percosse, spesso già ferite, atterrite, infreddolite, affamate, assetate, sfinite dalla mancanza di sonno, preda dell’arbitrio aggressivo e violento…. sostanzialmente già seviziate, venivano in loro presenza».

Violenze a catena perpetrate «pacificamente e gratuitamente sugli individui, come stare in piedi contro il muro, la sottoposizione a rumore, privazione del sonno, del cibo e delle bevande», nei confronti di ragazzi «picchiati, insultati, denudati e derisi, feriti e abbandonati in pozze di piscio, vomito e sangue… Alcune ragazze furono costrette a stazionare nude in presenza di uomini, oltre il tempo necessario, sottoposte a umiliazione fisica e morale».

La caserma di Bolzaneto viene descritta come un inferno e le sentenze (di assoluzione o di prescrizione) hanno contribuito a lasciare aperta una ferita. «Lo shock di questa esperienza fu tale che a molte donne iniziò il ciclo mestruale prima del ritmo naturale».

Il “dottor mimetica” non ha mai voluto rilasciare dichiarazioni e, dopo il licenziamento, aveva commentato, attraverso il suo avvocato: «I fatti di quei giorni sono stati sovradimensionati in tutte le sedi e letti in maniera vessatoria». Tra 6 mesi potrà nuovamente fare il medico.

Fonte: Il Secolo XIX

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Ieri mattina intorno alle 12 un centinaio tra i promotori della campagna #MaiConSalvini hanno fatto un blitz a Piazza Vittorio, dando poi vita ad una conferenza stampa di lancio del corteo di sabato prossimo, che ricordiamo partirà alle ore 14 dallo stesso cuore dell’Esquilino e raggiungerà Piazza Sant’Andrea della Valle. Mentre altri militanti stavano rovinando la sfilata di Salvini al Campidoglio, a Piazza Vittorio si è parlato alla gente di un quartiere meticcio, da sempre patrimonio della Roma antirazzista e antifascista. Negli interventi che si sono susseguiti, tra studenti e movimenti sociali fino al Forum per l’Acqua Bene Comune, si è rimarcata la determinazione a mantenere la partenza del corteo da Piazza Vittorio nonostante la provocazione fascista di CasaPound che ha convocato lì un presidio proprio per sabato mattina.

Una determinazione rafforzata inoltre dalla lettura del comunicato di adesione dell’ANPI di Roma al corteo di sabato. A questa determinazione hanno fatto eco altri spunti di riflessione che collocavano la figura di Salvini da 20 anni a questa parte nei peggiori governi Berlusconi, colpevoli di aver dato il via alla precarizzazione del mondo del lavoro, complici della destrutturazione del mondo della formazione e autori dello sdoganamento di un nuovo fascismo dal volto “ripulito”. Lo striscione aperto durante l’iniziativa, dietro al quale i #MaiConSalvini si sono compattati andandosene via in corteo e scandendo cori, metteva infine il punto sulla natura del corteo: “no alle politiche d’austerity, no al governo Renzi”, uno slogan che rilancia il percorso di diverse soggettività unite dal rifiuto per questo governo e le sue misure anti-crisi e dalla netta opposizione a chi fomenta odio, razzismo e violenza sia Roma che in tutta la nazione.

#MaiConSalvini

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La bomba esplode all’alba: il Biscione si man­gia il Cavallo. Il con­si­glio d’amministrazione di Ei Towers, la con­trol­lata di Media­set che a sua volta con­trolla la rete di tra­smis­sione della società, ha appro­vato all’unanimità il lan­cio di un’offerta pub­blica di acqui­sto e scam­bio (Opas) su Rai Way, l’omologa società della tv pub­blica, in parte quo­tata, da novem­bre, in borsa.

Fioc­cano i «l’avevo detto». Per primo quello di Roberto Fico, pen­ta­stel­lato pre­si­dente della com­mis­sione di vigi­lanza Rai che si beccò un «domani mat­tina i miei legali faranno que­rela a que­sto buf­fone» da parte di Sil­vio Ber­lu­sconi per aver affer­mato che la deci­sione del governo di ven­dere le torri della Rai faceva parte del Patto del Naza­reno. Ma anche per gli ana­li­sti, che plau­dono all’iniziativa, era chiaro che l’esito «natu­rale» della pri­va­tiz­za­zione sarebbe stato pro­prio questo.

La ven­dita di una quota di mino­ranza di Rai­way era pre­vi­sta nel decreto Irpef appro­vato nel giu­gno scorso che sot­traeva 150 milioni di euro alle casse di viale Maz­zini per coprire il bonus degli 80 euro. Suc­ces­si­va­mente, il 2 set­tem­bre, il rela­tivo decreto della pre­si­denza del con­si­glio spe­ci­fi­cava «l’opportunità di man­te­nere, allo stato, in capo a Rai, a garan­zia della con­ti­nuità del ser­vi­zio ero­gato da Rai Way a Rai mede­sima, una quota di par­te­ci­pa­zione sociale nel capi­tale di Rai Way non infe­riore al 51%». Tra le con­di­zioni poste da Ei Towers per la sua Opas per man­giarsi le torri Rai, quella che « l’offerente venga a dete­nere una par­te­ci­pa­zione pari almeno al 66,67% del capi­tale sociale di Rai Way». Ma lo stesso cda di Ei Towers spiega che «l’offerente potrà rinun­ciare a una o più delle con­di­zioni di effi­ca­cia dell’offerta ovvero modi­fi­carle, in tutto o in parte». E comun­que, se il Dpcm del 2 set­tem­bre si pre­oc­cu­pava di man­te­nere la mag­gio­ranza pub­blica per garan­tire la con­ti­nuità del ser­vi­zio, la società del Biscione assi­cura che a sua volta «con­ti­nuerà a garan­tire l’accesso alle infra­strut­ture a tutti gli ope­ra­tori tv», aggiun­gendo che l’Opas ser­virà a «porre rime­dio all’attuale situa­zione di inef­fi­ciente mol­ti­pli­ca­zione infra­strut­tu­rale dovuta alla pre­senza di due grandi operatori».

Ma per­ché l’operazione si possa con­clu­dere ovvia­mente sono neces­sari alcuni pas­saggi. La Rai dovrebbe accet­tare: oggi il cda comin­cerà a affron­tare la que­stione (per ora si fa sapere che si tratta di un’opa «non ami­che­vole»). Qui si inse­ri­sce anche la vicenda — improv­vi­sa­mente diven­tata per il governo urgen­tis­sima — della riforma della gover­nance della tv pub­blica annun­ciata da Renzi, che appunto non ha escluso un decreto (ma il Qui­ri­nale avrebbe con­si­gliato pru­denza). Nel cda di viale Maz­zini sie­dono anche ber­lu­sco­niani di stretta osser­vanza come Anto­nio Verro, quello che tra l’altro avrebbe inviato al Cava­liere un fax sui pro­grammi sgra­diti da addo­me­sti­care, e Anto­nio Pilati, noto come l’ispiratore della legge Gasparri. Il con­flitto d’interessi non è certo una novità delle ultime ore, ma insomma la fac­cenda si fa parec­chio grossa pro­prio men­tre Ber­lu­sconi viene descritto come un pover uomo alle corde (ma Finin­vest appena l’altra set­ti­mana ha ven­duto quasi 400 milioni di azioni Media­set, pro­prio per avviare altre ope­ra­zioni). E ancora, è neces­sa­rio che l’antitrust, che ha rice­vuto la noti­fica, dia il via libera. E il mini­stero dello svi­luppo deve auto­riz­zare la Rai a con­ti­nuare ad ope­rare con la nuova società.
Al momento, il governo si limita a ricor­dare l’esistenza del decreto della pre­si­denza del con­si­glio sull’opportunità di man­te­nere pub­blico almeno il 51% delle torrri di tra­smis­sione Rai. A borse chiuse (in una gior­nata che vede Rai­Way bal­zare del 9,4% a 4,05 euro verso i 4,5 al quale viene valo­riz­zata nell’offerta, con un +52% dal prezzo della quo­ta­zione, e Ei Towers chiude a +5,2%), il governo sforna la nota. Nella quale comun­que si sot­to­li­nea che «l’offerta pub­blica per Rai Way con­ferma l’apprezzamento da parte del mer­cato della scelta com­piuta a suo tempo di valo­riz­zare la società facen­dola uscire dall’immobilismo nel quale era con­fi­nata. La quo­ta­zione in Borsa si è rive­lata un suc­cesso», insomma.

Prima della nota serale con la quale il governo prova a cal­mare un po’ le acque di fronte alle pro­te­ste, il Pd ren­ziano era stato a dir poco abbot­to­nato, a parte Michele Anzaldi, della vigi­lanza Rai, che anche lui ricor­dava: «La quo­ta­zione in borsa è stata vin­co­lata alla ces­sione di una quota non supe­riore al 49%» e dun­que chie­deva all’Antitrust di valu­tare la vicenda (come ovvia­mente deve fare e sta facendo). Men­tre il gio­vane turco Fran­ce­sco Ver­ducci sot­to­li­neava il primo effetto dell’annuncio: i con­si­stenti gua­da­gni in borsa.
I for­zi­sti si sbrac­ciano invece per­ché l’operazione vada in porto in nome del «libero mer­cato» del Cav. Tor­nano invece a denun­ciare il «patto del Naza­reno tele­vi­sivo» i 5 Stelle e così Arturo Scotto, di Sel: «Non vor­remmo che quel patto del Naza­reno uscito dalla porta rien­trasse dalla finestra».

Micaela Bongi

Fonte: Il Manifesto

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Anche Nostro Signore è deluso dal gio­vane Tsi­pras. Non dalla maniera in cui il mini­stro delle finanze Varou­fa­kis gesti­sce oggi le trat­ta­tive con i part­ners euro­pei. Egli – che noto­ria­mente è onni­sciente — natu­ral­mente lo sapeva da sem­pre che sarebbe andata finire male. E per que­sto si è messo a mani­fe­stare la sua pena già all’indomani della vit­to­ria elet­to­rale di Syriza, attra­verso un Cro­ci­fisso ligneo che dal 26 gen­naio piange a dirotto lacrime amare in una sper­duta par­roc­chia di Corinto.

Ma se il par­rocco, sicuro elet­tore di destra, ha tutti i motivi per pro­te­stare con­tro il governo capeg­giato da un ateo dichia­rato, è molto più dif­fi­cile capire e inter­pre­tare le con­te­sta­zioni che emer­gono in que­ste ore dif­fi­cili, non tanto impe­tuo­sa­mente a dire il vero, all’interno di Syriza.

La com­pren­sione è ancora più dif­fi­cile se si vedono i fatti nudi e crudi. Ieri il mini­stro Varou­fa­kis ha con­se­gnato prima alla troika (par­don, alle isti­tu­zioni) e poi all’eurogruppo il pro­gramma di riforme richie­sto. Il testo è stato pub­bli­cato. E non è un’esagerazione dire che riflette in gran parte il pro­gramma pre­e­let­to­rale di Syriza, spe­cial­mente la parte degli inter­venti con­tro quella che Tsi­pras chiama «cata­strofe uma­ni­ta­ria»: aiu­tare le 400 mila fami­glie senza alcun red­dito, soste­nere i disoc­cu­pati, rias­su­mere gli sta­tali licen­ziati ille­gal­mente, per­fino aumen­tare il minimo sala­riale da 450 a 750 euro. Cosa più impor­tante, il docu­mento di Varou­fa­kis deli­nea molto chia­ra­mente la linea di scon­tro con gli oli­gar­chi greci, quando pre­fi­gura un’accesa lotta con­tro le aree di «immu­nità fiscale», quando pro­pone un con­corso pub­blico per le fre­quenze tele­vi­sive, con il risa­na­mento e un con­trollo stret­tis­simo dei cre­diti ban­cari verso mezzi d’informazione e partiti.

Per chi non cono­sce la realtà greca, si tratta di sman­tel­lare quell’intreccio tra mezzi d’informazione, ban­che e poli­tica che ha regnato fino al 25 gennaio.

Basta un raf­fronto anche super­fi­ciale con l’email (incre­di­bil­mente, per ben quat­tro anni la Gre­cia è stata gover­nata via email) che l’allora troika aveva man­dato all’ex mini­stro delle finanze Ghi­kas Har­dou­ve­lis a inizi dicem­bre per capire che siamo su un altro pia­neta. Quella email esi­geva ulte­riori tagli a pen­sioni e sti­pendi pub­blici e l’abolizione di ogni diritto sin­da­cale sul luogo di lavoro, men­tre le aste giu­di­zia­rie per la prima casa erano già comin­ciate con l’inizio dell’anno. Dove sono finite ora tutte que­ste misure? Dimen­ti­cate, sva­nite, evaporate.

Men­tre ieri si atten­de­vano nuovi e ancora più duri nego­ziati all’eurogruppo, a sor­presa, il docu­mento di Varou­fa­kis, che non con­te­neva nean­che una cifra di pre­vi­sione di incasso, è stato festo­sa­mente accolto dalla ex troika e dall’eurogruppo, con un’unica riserva: una mora­to­ria di quat­tro mesi per tutte le misure che pre­ve­dono esborsi pubblici.

Eppure, di fronte a que­sta stra­te­gia nego­ziale che rie­sce a dare risul­tati con­creti, una parte del par­tito di governo rea­gi­sce con bron­to­lii, lamen­tele, anche con dichia­ra­zioni dure, come quella del rispet­tato eroe della resi­stenza Mano­lis Gle­zos. Il fan­ta­sma evo­cato è quello del «cam­bio di mar­cia», di «abban­dono degli impe­gni pre­let­to­rali». Come se il «tra­di­mento» degli elet­tori di Tsi­pras fosse una tra­gica fata­lità, un destino ine­vi­ta­bile, una neme­sis della storia.

Già, la sto­ria: ecco il vero col­pe­vole. Come in un film già visto, una parte dell’opposizione interna di Syriza (e forse anche dell’elettorato) vedono nel governo Tsi­pras una rie­di­zione di un’esperienza pre­ce­dente, di un fal­li­mento che ancora grava sulle spalle della sini­stra elle­nica: quella del primo pre­mier socia­li­sta Andreas Papan­dreou. Il fon­da­tore del Pasok ha con­qui­stato il governo con un voto ple­bi­sci­ta­rio nell’ottobre del 1981, pro­met­tendo l’uscita del paese dalla Nato e dalla Comu­nità euro­pea. Invece, non solo ci rimase ma per­mise anche la dege­ne­ra­zione del Pasok da movi­mento auten­ti­ca­mente popo­lare a banda di sac­cheg­gia­tori delle casse pub­bli­che. Una delu­sione che è diven­tata rab­bia e dispe­ra­zione con lo scop­pio dell’inevitabile crisi eco­no­mica e la fuga in massa degli elet­tori dal Pasok verso Syriza.

Ma Ale­xis non è Andreas. E’ vero, durante la cam­pa­gna elet­to­rale ha esa­ge­rato un po’ in pro­messe: far tor­nare lo sti­pen­dio minimo a 750 euro (come i famosi 80 euro di Renzi) non è un mezzo per favo­rire la cre­scita, è o dovrebbe essere, il risul­tato della cre­scita. Biso­gnava rima­nere coe­renti e pro­met­tere solo quello che si poteva man­te­nere: la fine dell’austerità e la per­ma­nenza nell’eurozona. Esat­ta­mente quello che sta facendo adesso, non senza fatica.

Come scac­ciare quindi la male­di­zione di Andreas dal governo della sini­stra greca? Andreas era un lea­der cari­sma­tico, gli bastava un’occhiata o un gesto per comu­ni­care con la folla. Ale­xis è un poli­tico capace e rea­li­sta ma deve fati­care di più otte­nere con­senso verso la sua com­plessa stra­te­gia: incal­zare passo dopo passo i poten­tati finan­ziari euro­pei, gua­da­gnando sem­pre mag­giori mar­gini di auto­no­mia e di libertà. L’opinione pub­blica greca sem­bra com­pren­dere e apprez­zare. E’ ora che il governo si chia­ri­sca anche den­tro il par­tito di mag­gio­ranza e con­duca i vari capi­cor­rente verso un nor­male atter­rag­gio dagli schemi ideo­lo­gici alla tra­gica realtà della Gre­cia e dell’Europa. Non per accet­tarla ma per cambiarla.

Dimitri Deliolanes

Fonte: Il Manifesto