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L’Istat ha stimato in 17 milioni 469 mila le persone a rischio povertà o esclusione sociale in Italia nel 2015. Una percentuale pari al 28,7% degli abitanti. Secondo la Strategia Europea contro la povertà, entro il 2020, l’Italia dovrebbe ridurre gli individui a rischio sotto la soglia dei 12 milioni 882 mila. Oggi la popolazione esposta è invece “superiore di 4 milioni 587 mila unità rispetto al target previsto” e mancano solo tre anni dal limite fissato dal programma europeo. Siamo dunque non solo lontani, siamo lontanissimi e con una tendenza all’aumento della povertà.
L’area più esposta risulta essere ancora il Meridione, dove secondo la Caritas, gli italiani che si rivolgono ai suoi centri sono più numerosi degli immigrati. Quasi la metà dei residenti nel Sud del paese risulta a rischio povertà o esclusione sociale. L’Istat stima che nel 2015 la percentuale di esposizione nell’Italia meridionale è pari al 46,4%, in rialzo sul 2014 (45,6%) e notevolmente maggiore rispetto alla media nazionale (28,7%). Al Centro, infatti, la percentuale di abitanti poveri o impoveriti si ferma al 24% e al Nord al 17,4%.
Nella graduatoria delle disuguaglianze sociali nei paesi dell’Unione Europea (misurate con il famoso indice di Gini), l’Istat segnala che “l’Italia occupa la sedicesima posizione assieme al Regno Unito”. Distribuzioni del reddito più diseguali rispetto all’Italia si rilevano non certo casualmente negli altri paesi dell’area euromediterranea quali Cipro (0,336), Portogallo (0,340), Grecia (0,342) e Spagna (0,346). In Italia l’indice di Gini è più elevato nel Sud e nelle Isole (0,334) rispetto al Centro (0,311) e al Nord (0,293).

In Italia il 20% più ricco delle famiglie percepisce il 37,3% del reddito equivalente totale, il 20% più povero solo il 7,7%. La stima dell’Istat a valere sui dati 2014 rileva che la crisi ha accentuato le disuguaglianze, infatti dal 2009 al 2014 il reddito in termini reali cala più per le famiglie appartenenti al 20% più povero, ampliando la distanza dalle famiglie più ricche il cui reddito passa da 4,6 a 4,9 volte quello delle più povere, quelle che si trovano almeno in una delle seguenti condizioni: rischio di poverta’, grave deprivazione materiale, bassa intensita’ di lavoro.

Quello che l’Istat non può rilevare è il rapporto tra aumento della povertà e condizioni di lavoro. Niente affatto paradossalmente, i nuovi poveri non sono disoccupati, anzi lavorano, ma hanno salari talmente bassi da relegarli nella fascia della povertà. Il boom dei working poors è stato perseguito sistematicamente dai governi europei in questi anni. Mandato in soffitta il modello sociale europeo, l’ordoliberismo tedesco si è imposto nell’Eurozona, sancendo una realtà per cui i salari dovevano diminuire anche a fronte di una giornata lavorativa sociale che è andata aumentando. L’impennata della crisi dal 2008 ha funzionato come occasione “costituente” per andare all’assalto dei salari in tutte le loro forme: diretti, indiretti, differiti.

Il fenomeno non è solo un caso italiano. Come riportavamo alcuni giorni fa sul nostro giornale, citando un rapporto del Social Justice Index pubblicato da Der Spiegel, la povertà nell’Unione Europea investe ormai 118 milioni di persone su 500 milioni di abitanti. Indicativo che proprio quel rapporto sottolinei come “le ragioni vanno ricercate in particolare nella crescita dei settori a basso salario”. Una crescente percentuale di persone alle quali non basta un lavoro per vivere è qualcosa che mina l’intera legittimità del nostro ordine economico e sociale”, ha dichiarato il Presidente della Fondazione che ha curato il rapporto. A livello europeo siamo dunque ad una percentuale di poveri – e di lavoratori poveri – non dissimile da quella dell’Italia. Ma, come abbiamo visto, la media europea diventa fortemente asimmetrica, perchè nei paesi PIGS (quelli euromediterranei) la percentuale schizza verso l’alto.

E’ evidente a questo punto come le ipotesi di conflitto e cambiamento che vedono i paesi dell’area euromediterranea come base sociale e materiale, trovano conferma ancora una volta. La rottura dell’Unione Europea e la fuoriuscita dall’Eurozona, diventano la conditio sine qua non per qualsiasi ragionamento e progetto di alternativa. Alla luce del risultato del No “sociale” nel referendum sulla controriforma costituzionale, prima si comprende la connessione tra questi dati, meglio è.

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Il No ha vinto. Al termine di una campagna elettorale dura ed estenuante ce l’abbiamo fatta a sconfiggere Renzi e i suoi adepti (banche, imprenditori e poteri forti) che volevano modificare la Costituzione a loro uso e costume. L’Italia si è dimostrata popolo unito ed è andata alle urne per dire un deciso No a chi ci vuole sottrarre sovranità spacciando tutto per risparmio.

Un No che è stato dato in maniera univoca anche in Campania patria e feudo del Governatore De Luca che aveva chiesto un voto clientelare che è stato rispedito al mittente. Il popolo non è più così sciocco come credono loro. Il popolo sa ragionare con la propria testa e vuole che la Legge Fondamentale dello Stato, fatta da padri costituenti antifascisti, non venga toccata.

Il 4 dicembre 2016 verrà ricordato per sempre come un giorno in cui la democrazia ha vinto.

Csa Buco

E’ STATO PUBBLICATO IL NUMERO UNDICI ANNO DIECI DEL MENSILE

“BUCO 1996 – nei secoli a chi fedeli???”

Nell’undicesimo numero del decimo anno trovate:

–          Editoriale – Referendum Costituziona, #Iovotono

–          L’Intervista – 30 ragioni per votare No

–         Territori – Il No al Referendum della Valsua

–        Appello – Comitato per il No: “Difendiamo la Costituzione”

–         Ricordo fotografico – Hasta Siempre Fidel Castro

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Clicca qui per il numero undici anno dieci di “Buco1996-nei secoli a chi fedeli???”

Clicca qui per leggere la prima parte dell’archivio con i numeri del mensile

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Ci sono tante cose che una piazza di cinquantamila persone riesce a dire. Questo soprattutto nel contesto di una sfida che si preannunciava fin dall’inizio di alto livello: occupare lo spazio pubblico con una proposta di movimento nel tempo politico della disputa referendaria. Spazio e tempo saturati da un dibattito vuoto, a tratti penoso, degno di un ceto politico che, a tutti i livelli, incarna i peggiori caratteri del decadentismo.
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Il dato numerico è, questa volta, incontrovertibile. Il week-end capitolino ha visto scendere in piazza, nel complesso, trecentomila persone. E questo ha un valore politico altamente significativo, che sa di scossa in un Paese da tempo poco abituato a vedere grandi numeri in piazza, soprattutto nelle scadenze “nazionali”. La manifestazione moltitudinaria “Non una di meno!” del sabato ha fatto emergere il lavoro sommerso di centinaia di realtà che si battono contro la violenza maschile e la violenza di genere, facendo prendere parola in maniera dirompente a quei corpi che non rispondono delle identità chiuse, esclusive, coercitive e obbliganti sempre più presenti in un mondo oscuro e reazionario, nato dalle macerie della crisi. Il grande corteo di “C’è chi dice NO” ha invece provocato uno shock nelle pretese di rinnovata sicurezza delle oligarchie nazionali e internazionali. La scossa di domenica va letta come un cambio di segno, in termini di soggettivazione, se la leggiamo in continuità con il moltiplicarsi delle contestazioni a Renzi ed agli esponenti del governo nelle ultime settimane, in coincidenza con l’entrata nel vivo della campagna elettorale. Il “No sociale”, quello nato da una reale messa in comune delle tante lotte sociali che si articolano nei nostri territori, lungi dall’essere una mera evocazione millenarista, ha trovato immediatamente la propria collocazione nelle piazze.
La pesantezza della posta in palio è stata ribadita dagli indici finanziari del day after, con la borsa italiana a picco, trascinata nel baratro dai soliti titoli bancari, ed uno spread che si riavvicina a 200 dopo quasi tre anni. Dopo i giochini delle scorse settimane tra Roma e Bruxelles sulla Legge di Stabilità e le ambivalenti letture degli analisti economici più “autorevoli”, è ormai palese che i grandi poteri della finanza continentale stiano spingendo in ogni modo perché il 4 dicembre sia il SI a prevalere nelle urne. La volata elettorale si apre dunque con questa esplicita richiesta di compatibilità con gli interessi dei mercati finanziari, che diversi politici e quotidiani nazionali hanno immediatamente trasformato in uno spot per il SI. La bellezza di piazza del Popolo ha dunque fatto tremare i piani alti della governance,rendendo reale la possibilità della sfiducia organizzata dal basso verso il suo operato e la sua ideologia, verso il sistema neoliberale nel suo complesso.
Non era affatto scontato riuscire ad aprire uno spazio concreto in grado da un lato di demolire la retorica dell’accozzaglia messa in campo dal fronte del SI, dall’altro di far irrompere nella scena pubblica del NO riflessioni, pratiche ed agenda politica di movimento. Le contestazioni alla Leopolda del 5 novembre ed i cinquantamila della piazza romana, nell’intreccio dialettico tra radicalità ed allargamento, sono la rappresentazione più legittima di un corpo sociale sofferente, ma non più disarmato, dopo un decennio di crisi e politiche di austerità. Il problema non è stato mai soltanto quello di differenziarsi dal NO di Salvini, Grillo e dei vecchi tromboni della sinistra. Il problema principale, immediatamente trasformatosi in sfida, era e rimane quello di ridare un senso di possibilità a milioni di persone, dando forma politica a quel senso di rabbia, frustrazione e angoscia sociale che attanaglia il nostro Paese. Se tutto questo si trasformerà in una spinta in grado realmente di ribaltare gli attuali rapporti di forza è troppo presto per dirlo. Di certo l’intuizione politica di “C’è chi dice NO”, e le forme reticolari assunte dalla campagna, mutano le “condizioni di partenza” iniziando a trasformare la “palude italica” in un terreno nuovamente fertile per la movimentazione sociale.
La scommessa fatta dalla campagna approfondisce ancor di più la crisi che il mondo (vecchio, nuovo, ri-fondato) della sinistra istituzionale sta subendo da troppo tempo. La piazza di “C’è chi dice NO” ha superato i due timori che hanno attanagliato la sinistra al PD, sia partitica che sindacale, durante i mesi dedicati al referendum: coinvolgere i segmenti del lavoro vivo e dei subalterni e sfidare il partito-Stato di Renzi sul piano della mobilitazione e della presenza di massa. Dal primo punto di vista, l’assenza di radicamento si accompagna con la fobia del conflitto, connaturata al fatto che ogni mobilitazione rischia sempre di eccedere il perimetro fissato dalle organizzazioni istituzionali. Dal secondo, la totale subalternità all’estremismo di centro, così come ai crescenti populismi, sono la cifra della velleità di qualsiasi progetto di rifondazione della sinistra, anche con pretese di rottura istituzionale o di convergenza tra alto e basso. Il vuoto riempito da “C’è chi dice NO” deve fare i conti con il terrorismo e l’oscurantismo mediatici per continuare a vivere in questa settimana, ma soprattutto nei giorni immediatamente successivi al voto referendario. Il percorso fatto finora ha cominciato a sedimentare una politicizzazione di parte del “NO” alludendo ai suoi contenuti specifici e vertenziali che, necessariamente, vivono al di là della finestra temporale del voto. Può il NO, prendendo corpo nei territori, essere propulsore di convergenza e di apertura di un conflitto costituente, che riscriva davvero i rapporti di forza del nostro presente?
Tutto questo è possibile a partire da una continuità di iniziativa, politica e di piazza, che sappia leggere a fondo il sentire comune nella fase post-voto, soprattutto sulla base dei legami sociali territoriali che la campagna “C’è chi dice NO” ha contribuito a solidificare.
La dimensione territoriale è imprescindibile e fondamentale all’interno di questo percorso. Dietro lo slogan dei “territori in lotta”, più volte ripreso nelle piazze ed anche nella narrazione mediatica, si cela una delle contraddizioni fondamentali del nostro tempo. La relazione tra Stato e territori, che tocca uno dei nodi cruciali del referendum, ossia la riforma del titolo V della Costituzione, non può definirsi solo all’interno di un equilibrio tra poteri. La rivendicazione di autonomie territoriali non è una battaglia in favore degli enti di prossimità, che sicuramente lasciano più spazi di agibilità ai movimenti sociali rispetto alle istituzioni centrali, bensì una lotta che ambisce a creare nuove istituzioni del comune. Per questa ragione è necessario sovvertire qualsiasi concetto di territorio chiuso all’interno di confini etnico-geografici, mettendo in atto processi riappropriativi dei diritti, della ricchezza socialmente prodotta e della decisionalità. Ambizione all’autogoverno e capacità di confederare le esperienze ribelli sono, al momento, condizioni necessarie per uno sviluppo delle lotte nel periodo medio-lungo, partendo proprio dalle contraddizioni che hanno ottenuto un maggiore riverbero e un comune punto di riferimento nella campagna referendaria.
Le occasioni sono frutto dell’intersezione tra due linee: quella della virtù e quella della fortuna. Ma la relazione tra le due linee non è orizzontale, perché la virtù permette di prevenire e di modificare un possibile esito nefasto della fortuna. La creazione delle condizioni il più possibile favorevoli alla trasformazione radicale dell’esistente è compito della virtù. Dopo il voto, vedremo se i nostri presidi democratici saranno in grado di rafforzare i contenuti del NO, divenire forza d’urto e se il percorso fatto finora abbia dischiuso spazi di agibilità politica da praticare nell’immediato. Di sicuro, un primo bersaglio è stato centrato per permettere, in modo autonomo ed indipendente, a tutto lo spettro di lotte sociali ed a coloro che non si sentono rappresentati dalle forze partitiche di trovare cittadinanza e legittimazione. Una virtù che è difficile trovare se si rimane immobili.

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Ho sentito il bisogno, un po’ tardivamente per i numerosi impegni ed iniziative politiche di lotta e movimento di queste ultime settimane, di dedicare un pensiero al compagno Fidel, da parte di un “vecchio’’ compagno – “diversamente giovane” o “diversamente vecchio”, come volete – ma sempre convinto della necessità di trasformare radicalmente lo stato presente di cose, nella pratica e con l’azione diretta. La rivoluzione sociale e politica non è solo possibile, ma sempre più necessaria nella barbarie del capitalismo globalizzato.

Utopia? A ognuno la sua.

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All’utopia dello sviluppo illimitato delle forze produttive, del feticcio del libero mercato come panacea di tutti i mali, dello sviluppo del capitalismo selvaggio come “fine della storia”; all’utopia delle passioni tristi, dello sfruttamento, della violenza, della guerra, contrapponiamo la nostra utopia concreta, la passione, la gioia, la libertà del comune, la liberazione dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura.
Utopia o buon senso, l’unico possibile, per evitare la comune rovina delle classi in lotta, come diceva Marx?
Ebbene, Fidel Castro, pur con tutti i limiti e gli errori, ha incarnato fino in fondo la passione rivoluzionaria, la determinazione a non piegare la testa contro gli imperialisti. Un mito positivo, come il suo compagno Ernesto Che Guevara, per molte generazioni, al di là del tempo .
Un dittatore? Noi siamo contro tutte le dittature e questo è un principio imprescindibile, costitutivo della nostra militanza, così come per tutti i movimenti rivoluzionari di liberazione. Il potere costituente non si ferma mai, è un flusso vitale in continuo divenire, aperto all’innovazione, alla sperimentazione di forme sempre più alte di democrazia. Ed è sempre contro il “potere costituito”, la sua fossilizzazione e sclerotizzazione: non diceva forse Mao che bisogna sparare sul quartier generale e che questo è il dovere di ogni vero rivoluzionario?
Detto questo, però, bisogna tener conto del contesto storico della rivoluzione cubana, da buoni materialisti, dell’analisi della situazione concreta, dei rapporti di forza, o meglio di quel gioco tra le forze in campo che costituisce sempre un originale intreccio tra trasformazioni molecolari e molari, dall’esito spesso imprevedibile. Così come si può ricavare dalla lezione marxiana delle lotte di classe in Francia o ne Il 18 Brumaio di Napoleone Bonaparte oppure nel Gramsci dei Quaderni.
Un piccolo manipolo di guerriglieri conquistò il potere a Cuba contro una sanguinosa dittatura al servizio degli americani, cogliendo l’occasione, in maniera molto leninista, dopo anni di guerriglia condotta in situazioni spesso disperate, di un vuoto di potere e del sentimento popolare di odio contro il regime.
Fidel e il Che seppero interpretare in maniera originale e creativa il marxismo, adattandolo alla situazione reale di quel Paese, arretrato dal punto di vista economico, sfidando una certa ortodossia marxista, positivistica e deterministica, che vede la costruzione di una nuova forma sociale, solo dopo il pieno compimento dello sviluppo capitalistico. Così come in Russia, in Cina e in altri luoghi del mondo. “Rivoluzioni contro il capitale’’, come ha detto Gramsci contro l’oggettivismo ed il meccanicismo.
Fidel non si piegò mai alle sirene dello sviluppo illimitato delle forze produttive, né in nome del capitalismo, né in nome del socialismo. E rimase fino in fondo un baluardo contro l’ideologia neoliberista. Rispettò i tempi di vita e i ritmi di lavoro del suo popolo, garantendo forme dignitose di vita, la salute pubblica, l’istruzione. Impedì la terribile forbice della diseguaglianza tra pochi proprietari ricchissimi e la moltitudine di poveri senza diritti. Mantenne con determinazione l’autonomia, la libertà, la dignità del proprio Paese contro le pressioni ed i ricatti del potere imperiale.

Non è poco, nonostante i suoi errori. Ma le rivoluzioni non sono mai uno spazio liscio o un pranzo di gala! In tutti i sensi.

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disoccupazione-giovani-675.pngA tre giorni dal referendum arrivano pessime notizie, per il governo, dal fronte dell’occupazione. Naturalmente i media di regime provano a ribaltae la frittata, enfatizzando oltre misura il “calo della disoccupazione giovanile”. Vediamo perciò in dettagli la nota dell’Istat, per distinguere il grano (la verità) dal loglio (la propaganda filogovernativa).
Dice l’Istat: “Nel mese di ottobre la stima degli occupati cala lievemente rispetto a settembre (-,1%, pari a -30 mila unità). La flessione è attribuibile alle donne a fronte di una sostanziale stabilità per gli uomini e riguarda tutte le classi di età ad eccezione degli ultracinquantenni. Diminuiscono, in questo mese, i dipendenti a tempo indeterminato, mentre crescono quelli a termine e restano stabili gli indipendenti. Il tasso di occupazione è pari al 57,2%, in diminuzione di 0,1 punti percentuali rispetto a settembre”.
Tradotto dallo statistichese stretto: ci sono 30.000 occupati in meno, in un solo mese, soprattutto donne e giovani. Gli unici a reggere sono gli ultracinquantenni, perché – come abbiamo spiegato spesso – l’esperienza nel mestiere è preferita dalle aziende in tutte quelle mansioni non brutalmente “di fatica muscolare”. Il saper fare, insomma, risulta comunque più “produttivo”, anche dal punto di vista imprenditoriale, anche se ovviamente costa un po’ di più.
La stessa diminuzione degli occupati viene confermata dal dato trimestrale: “Nel complesso del periodo agosto-ottobre si registra un calo degli occupati rispetto al trimestre precedente (-0,2%, pari a -34 mila), che interessa gli uomini, le classi di età fino a 49 anni e i lavoratori indipendenti, mentre segnali di crescita si rilevano per donne, over 50 e lavoratori dipendenti”. Qui cambiano leggermente le percentuali per classi di età e genere, ma agosto è un mese “strano”, rispetto agli altri, perché si satura di lavori stagionali (che di preferenza riguardano giovani e donne; dalla ristorazione all’albergjiero, o comunque nel rampo turistico).
Non manca il solito dato apparentemente contradditorio: “La stima dei disoccupati a ottobre diminuisce (-1,2%, pari a -37 mila), dopo l’aumento del 2,2% registrato nel mese precedente. La diminuzione è attribuibile alle donne (mentre si registra una lieve crescita tra gli uomini) e si distribuisce tra le diverse classi di età ad eccezione degli ultracinquantenni. Il tasso di disoccupazione risulta pari all’11,6%, in calo di 0,1 punti percentuali su base mensile.”
Com’è possibile che calino contemporaneamente sia gli occupati che i disoccupati? Non c’è nulla di strano, se non i criteri statistici stabiliti da Eurostat (l’organismo comunitario del ramo), che fanno riferimento a due bacini diversi invece che – come sarebbe logico attendersi, trattandosi della stessa popolazione – a uno soltanto.
In pratica, gli occupati sono dati in cifra assoluta (22milioni e 750mila, all’incirca; tenendo comunque presente che per essere considerati tali basta aver lavorato anche una sola ora nella settimana della rilevazione); mentre il tasso di occupazione (57,2%) mette in relazione quella cifra assoluta con quella, altrettanto assoluta, della popolazione in età lavorativa (dai 15 ai 64 anni, convenzionalmente). Se si fosse conseguenti, il tassodi disoccupazione sarebbe del 42,8%. Ma da questo bacino bisogna ovviamente escludere gli studenti della scuola dell’obbligo, i disabili, ecc. Quindi, per stabilire il tasso di disoccupazione uggiciale, si usa un altro criterio: si prende la cifra degli iscritti alle agenzie del lavoro, quindi persone ufficialmente alla ricerca di un lavoro, e si calcola la percentuale in relazione alla somma che viene fatta con gli occupati. Tutti gli altri cittadini, non occupati né iscritti alle agenzie del lavoro, vengono classificati e conteggiati come “inattivi”. Né-né…
Capito questo, ecco che diventa chiaro il mistero del calo contemporaneo di due insiemi che dovrebbero invece avere una dinamica opposta. “La minore partecipazione al mercato del lavoro a ottobre, in termini sia di occupati sia di persone in cerca di lavoro, si associa all’aumento della stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+0,6%, pari a +82 mila). Tale crescita compensa in parte il forte calo registrato a settembre (-0,8%).” E ancora “Il tasso di inattività sale al 35,1%, in aumento di 0,2 punti percentuali.” Cresce dunque, e di molto, l’esercito dei disoccupati reali che non vengono conteggati come tali. Uscendo dalle percentuali, stiamo parlando di oltre 10 milioni di persone che – per età e salute – potrebbero benissimo lavorare, ma hanno smesso persino di cercare un lavoro. Non proprio un dato di cui andare orgogliosi, ma che viene pudicamente occultato.
In ogni caso, e tenendo presenti i criteri statistici folli imposti anche all’Istat, il saldo annuale dà ancora un segno positivo per gli occupati (anche per una sola ora alla settimana!): “Su base annua si conferma la tendenza all’aumento del numero di occupati (+0,8% su ottobre 2015, pari a +174 mila). La crescita tendenziale è attribuibile ai lavoratori dipendenti (+194 mila, di cui +178 mila permanenti) e si manifesta sia per la componente maschile sia per quella femminile, concentrandosi principalmente tra gli over 50 (+376 mila). Nello stesso periodo calano gli inattivi (-2,2%, pari a -308 mila) e aumentano i disoccupati (+1,3%, pari a +38 mila).”
E i giovani? “A ottobre il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, cioè la quota di giovani disoccupati sul totale di quelli attivi (occupati e disoccupati), è pari al 36,4%, in calo di 0,4 punti percentuali rispetto al mese precedente. Dal calcolo del tasso di disoccupazione sono per definizione esclusi i giovani inattivi, cioè coloro che non sono occupati e non cercano lavoro, nella maggior parte dei casi perché impegnati negli studi.
E dunque, “Il tasso di occupazione dei 15-24enni diminuisce di 0,1 punti percentuali, mentre quello di inattività aumenta di 0,4 punti.” Ormai si può capirlo facilmente. La disoccupazione giovanile è “scesa” non perché ci siano più giovani al lavoro, ma perché sono aumentati quelli che hammo smesso di cercarlo.

Vi sembra una buona notizia? A noi – e a quei giovani – non sembra proprio che lo sia…

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Querido Fidel:
appena appresa la notizia, è stato devastante. Non mi riesce di immaginarti, steso sul piccolo letto di legno che si è trasformato nel tuo ultimo rifugio. E sto qui, seduto all’ingresso della fattoria, pensando a cosa dirò al mondo e a come nascondere queste lacrime, anche se alcuni pubblicitari direbbero che sarebbe meglio si vedessero, che è così che si costruiscono le leggende.

Ma le leggende non si possono costruire, tu sei stato una leggenda, forgiata con lo stesso colpo della mitraglia e la bandiera sventolante nell’accampamento, là nella sierra. Non importa che fosse selva o pampa, è lo stesso, la battaglia duole nelle viscere di quella che chiamiamo la nostra terra. Che percorriamo ma che percorre noi stessi.

E penso di aver avuto fortuna, perché ho raggiunto la sedia da vecchio e la faccia da “bonaccione” non mi ha mai lasciato, nonostante la prigionia e la tortura; le critiche verso di me sono state minori, non ho dovuto affrontare il rigore del controllo pubblico al quale tu hai fatto fronte con statura di gigante. Hai dato esempio al mondo. Io non sono stato costretto a combattere tra patrioti e traditori, nessuno mi ha mai bollato come un tiranno. Ma questa fortuna può anche essere intesa in modo differente.

Il mondo che ho affrontato io è quello delle carte di credito e delle vite consumate in una lotta per la quale non c’è guerriglia possibile. Tutti mi ascoltano con attenzione, sorridono, applaudono e continuano a condurre le loro vite vuote con cose che li consumano, nel tempo, ma inevitabilmente. Lasci Cuba che continuerà lì, senza analfabetismo, con il miglior sistema di sanitario pubblico, con la migliore educazione del Continente e io ancora qui, nella battaglia, non per la vita, ma contro l’oblio, assorto in una lotta che non ha alcun senso perché il Sud diventa sempre più Sud ogni giorno, i mostri insistono nell’avanzata e adesso ci attaccano da tutte le parti.

La breve illusione del continente bolivariano torna a svanire, con la scomparsa di Hugo (Chavez, ndr), l’ignominiosa uscita di Dilma (Rousseff, ndr) e Cristina (Kirchner, ndr), il mio confino in uno scranno del Parlamento e lo stato di orfani in cui ci lasci. Presto l’assurdità di un mondo che non impara dalla sua Storia ci divorerà nuovamente.

Le ombre ci perseguitano e per oggi, caro amico, te ne sei andato e non terremo un’altra di quelle interminabili conversazioni in cui si respiravano amore e vittoria, dalle quali uscivo ringiovanito, sentendo che avrei potuto affrontare il più temibile dei gárgolas (grondaia con sembianze di mostro, ndr) o attraversare l’abisso con una sola spinta. La tristezza è inevitabile.

Ma che diresti tu? «Dai loco, non devi essere triste e cosa c’è di più? È solo carne e pelle, non fare il morto tu, la lotta prosegue e va avanti in ogni caso», e io dico alla mia mente provata: «Lui non parlava così, non era irriverente», meglio pensare che avresti detto qualcosa di più brillante, non le storie di questo vecchio pazzo che strappa applausi della folla, ma non è riuscito a muovere il suo popolo come te. Da Oriente* appare una battaglia finale? Difficile, non impossibile… nel frattempo, a te, stella dei Caraibi, una strizzatina d’occhio e un “¡Hasta la victoria… siempre!”.

El Pepe