E’ STATO PUBBLICATO IL NUMERO SETTE-OTTO ANNO DIECI DEL MENSILE

“BUCO 1996 – nei secoli a chi fedeli???”

All’interno di questo numero trovate:

  • EDITORIALE – Olimpiadi solo industria di profitto e malaffare
  • L’INTERVISTA – Pucciarelli: “Salvini lo può fermare solo una sinistra davvero sociale”
  • ECONOMIA – Il rebus delle banche
  • POLITICA – Ilva, 12 mila cittadini a rischio cancro e Renzi…
  • TERRITORI – No Triv contro Alfano
  • INIZIATIVA – Dentro e fuori lo Zapatismo!

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Aggiornamento pomeriggio venerdì 5 agosto: alle 18 i migranti che si erano assiepati ai Balzi Rossi, a , hanno forzato il cordone di polizia e si sono gettati in mare e, a nuoto, hanno raggiunto lo spazio acqueo francese. La polizia italiana ha sparato alcuni lacrimogeni. I migranti sono risaliti alla scogliera di Menton Garavan, in territorio francese,sorvegliati a vista dalla polizia francese.
Nel corso della giornata è salito a 10 il numero di attivisti fermati, di cui 2 rilasciati con il foglio di via e altri 2 di nazionalità francese a rischio espulsione.

Oggi inizia il “Campeggio senza Frontiere” che durerà fino al 10 agosto, per creare un momento di aggregazione e solidarietà politica, oltre ad organizzare iniziative di lotta.
Prevista anche una manifestazione per la prossima domenica

L’aggiornamento del pomeriggio con una solidale no border da Ventimiglia.

Ascolta o scarica qui

Aggiornamento mattinata. In primo piano la situazione alla frontiera tra Italia e Francia. Siamo a Ventimiglia dove ieri sera, giovedì 4 agosto, circa 300 migranti hanno deciso di lasciare il campo gestito dalla Croce Rossa in polemica su come viene gestito, riprendendo con forza la per la riapertura del . Da giorni, dopo lo sgombero del campo autogestito nel centro gestito dalla croce rossa la situazione era diventata insostenibile a causa del sovraffollamento: oltre 500 i migranti presenti.

“Dopo una veloce assemblea, racconta una degli attivisti , “ i ragazzi si sono divisi in gruppi di 25-30 persone e hanno preso la strada dei binari verso la Francia. Arrivati a ponte san Ludovico, all’altezza del confine, hanno deciso di fermarsi e trascorrere la notte nei pressi degli scogli Balzi Rossi, lo stesso posto dove un anno fa era iniziata la protesta contro la chiusura dei confini.

Immediato l’intervento di polizia e carabinieri che all’alba hanno accerchiato i migranti. Al momento la situazione è di stallo, è stato aperto solo un varco per consentire il passaggio delle automobili. Tre i fermi tra i solidali che sono stati portati in commissariato. Ad un compagno francese è stato invece impedito di entrare in Italia.  La corrispondenza con Nik, uno degli attivisti no borders presenti. Ascolta o scarica. 

La corrispondenza e l’aggiornamento con Cristina, no borders Ventimiglia che ci racconta quali sono le richieste avanzate dai migranti  al sindaco. Chiedono di non tornare nel centro gestito dalla Croce Rossa; chiedono acqua e viveri. Ascolta o scarica

Nel frattempo inizia proprio oggi a Ventimiglia il campeggio contro i confini mentre domenica 7 agosto è prevista una manifestazione con concentramento in piazza costituente.

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http://contropiano.org/ – La bomba è democratica: quando esplode uccide chiunque passi di lì. Anche quando è messa nella sala d’aspetto di seconda classe? A Bologna ci sono stato parecchie volte, mai il 2 agosto. Bologna tiene sempre vivo nel cuore il 2 agosto. Ogni anno il ricordo è presente tra i suoi abitanti. È una strage questa che, a livello sociale, non è stata mandata in prescrizione. È l’unica strage italiana che ha concluso il suo iter processuale, degnamente.
Certo, i mandanti mancano all’appello, come al solito, ma basta leggere le carte processuali e un’idea ce la formiamo tutti. Se già non ce l’abbiamo. Gli 85 morti di Bologna non sono solo bolognesi. Anzi. Sabato 2 agosto 1980 alla stazione c’era il mondo che si stava spostando in direzione vacanze. Le fabbriche avevano chiuso i battenti la sera prima, e via, si parte! Nell’elenco dei morti che si può leggere là, dove la bomba è esplosa, due nomi mi hanno sempre dato i brividi, per una questione di età, la mia di allora, 14 anni. Un quattordicenne era tedesco, l’altro italiano, barese. Nell’estate dei 14 anni bisogna già sapere cosa si farà da grande, la scuola superiore è già stata scelta, gli esami di terza media sono appena stati dati e, nel settembre dei 14 anni, si comincia un percorso scolastico che dovrebbe portare al lavoro o a una scelta universitaria adeguata agli studi effettuati. Mah. Io avrei voluto assistere al concerto di Bob Marley e restavo incollato alla tv per vedere le Olimpiadi boicottate, quelle di Mosca.
Il futuro non esisteva. Per moltissimi anni, non so ora, da Genova partiva all’alba un interregionale, anzi, locale, che arrivava a Bologna intorno alle 10. Locale che ho preso svariate volte spendendo pochi soldi. Bologna è la porta verso l’Adriatico. Dal Nord si passa da lì, basta, e viceversa per chi vuol salire. Lungo la linea gotica che porta a Rimini e poi giù fino a Bari e anche più in giù. Le mete tanto ambite ad agosto. Nell’agosto del 1980 la mia vacanza era collocata a Salice Terme. L’agosto successivo invece me ne sarei andato proprio in Puglia. Il 2 agosto 1980 avrei potuto tranquillamente prendere il locale all’alba da Genova, arrivare poco dopo le 10 a Bologna e crepare alle 10.25, contabilizzato come terzo quattordicenne. Invece mi trovavo a Salice Terme a menarmelo a sangue, a guardare le Olimpiadi e ad assistere, tra le altre poche cose entusiasmanti fatte in quei giorni, a un concerto in piazza di Paolo Conte in smoking, direi ubriaco e col kazoo, totalmente decontestualizzato dal target ottuagenario, termale, estivo della piazza. Paolo Conte poi non era sconosciuto: il suo nome appariva spesso come autore nei 45 giri degli anni sessanta di mia zia, che io da bambino ho consumato dai reiterati ascolti. Sconosciuta a me era la sua faccia.
Morire a 14 anni a causa di una bomba esplosa in tempo di pace credo che sia veramente raro. A 14 anni si muore per incidente, per malattia, ma perché una bomba esplode mentre stai aspettando il treno per la vacanza è proprio al limite dell’impossibile. Comunque la percentuale è molto bassa. Mi viene in mente quando, durante lo spoglio delle schede dopo un’elezione, i partiti che prendono decisamente pochi voti, sono tutti assimilati alla voce “altro”. Ecco, la percentuale di morte a 14 anni a causa di una strage in tempo di pace è “altro”. Il ragazzo di Bari stava leggendo un fumetto, seduto nella sala d’aspetto della seconda classe. Magari, per un attimo, i suoi occhi hanno incrociato quelli del suo assassino, mentre questi “dimenticava” la valigetta sotto a una poltroncina. Chi ha compiuto il massacro era poco più grande di lui. Poi il ragazzo barese avrà abbassato il suo sguardo, tornando alla lettura del fumetto. Inconsapevole. Non so quale fosse il fumetto. Io, all’epoca, divoravo Mister No.
Eckhardt e Francesco. Le loro storie sono importanti. Eckhardt finalmente aveva fatto una vacanza. Insieme alla famiglia stava tornando a casa. Due ore di attesa a Bologna per la coincidenza, il tempo di una passeggiata per la città. Eckhardt aveva due fratelli di 8 e 16 anni. Il papà era ferroviere. Per la prima volta si erano concessi una vacanza, a Lido di Pomposa, nel ferrarese. Stavano tornando a casa. Papà Horst decide di portare il valigione nel deposito bagagli, la famiglia lo attende nella sala d’aspetto. La bomba esplode. Lui rimane illeso. A mani nude, tra le macerie, estrae i corpi del piccolo Kai di otto anni, di Eckhardt e della moglie Margret. Sopravvive solo il primogenito Holger di 16 anni, con tutte le ossa rotte. Sviene. All’ospedale Rizzoli fanno una colletta per comprargli dei vestiti nuovi, visto che i suoi sono ridotti a brandelli. Francesco è un bel ragazzino biondo e sorridente, nelle foto è sempre così: figlio di Vito, direttore dell’Istituto di Patologia generale della Facoltà di Medicina di Bari.
La mamma Errica (nome meraviglioso che mi riporta a Malatesta) insegnava lettere presso l’Istituto per Geometri “Pitagora” di Bari. Aspettavano la coincidenza per trascorrere la vacanza sulle Dolomiti. Alessandra, 19 anni, la sorella di Francesco, non era con loro. Stava tornando dall’Inghilterra. Ora è un’interprete e ha una figlia ormai donna. Vito, Errica e Francesco li ha persi il 2 agosto 1980. Buone vacanze.

Antonio Carletti

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http://contropiano.org/ – Non c’era rimasto molto, della Fiat-Fca in Italia. Quindi il trasferimento della sede legale della Exor, la holding che guida Fca, Ferrari, Cnh e Partner Re una galassia di altre società, compresa la Giovanni Agnelli e C. Sapaz – autentica cassaforte della dinastia torinese – può sembrare un episodio tra tanti. Ma era anche l’ultimo legame relativamente forte tra quella galassia e il paese in cui è cresciuta come un tumore, guidandone la distorsione di uno sviluppo mai determinato in base ad esigenze strategiche”collettive” (neanche quelle più biecamente nazionaliste), ma sempre in base al bilancio aziendale.
L’obiettivo dichiarato dal pallido rampollo della dinastia – quel John Elkann che proprio non riesce a diventare più conosciuto del fratello minore e scapestrato (Lapo) – è un classico dello storytelling finanziario: creare «una struttura societaria più semplice», corrispondente a un profilo di gruppo sempre più multinazionale. Anzi: esclusivamente multinazionale e senza più nulla di “italiano”, se non quel tanto di aura “creativa” che può servire nel marketing.
Il paese in cui Fiat/Fca pagherà le tasse è dunque l’Olanda, la patria del feroce Jeroen Dijsselbloem, il capo dell’Eurogruppo che distribuisce lezioni di austerità epunizioni bibliche (chiedere ai greci per averne un elenco necessariamente sintetico). E le pagherà agli “arancioni” perché lì sono più basse. Stop. Non c’è nessun altro “valore occidentale”, nessuna mistica dell’impresa capitalistica, tantomeno alcuna “responsabilità sociale dell’impresa”.
Le pagherà in Olanda perché l’Unione Europea permette una asimmetria davvero destabilizzante: preme sugli Stati per una politica di bilancio “centralizzata” da Bruxelles e improntata al rigore ordoliberista, ma consente la massima differenziazione delle politiche fiscali applicate alle imprese. Che ovviamente si spostano – come sede fiscale, molto più che come insediamenti produttivi – là dove i governi scelgono di tenerle basse per “attirare capitali stranieri”. Un meccanismo distorsivo e falsificante anche sul piano statistico, perché in questo modo il Pil (prodotto interno lordo) di quei paesi cresce improvvisamente senza che il paese in questione abbia minimamente incrementato le proprie attività produttive. L’esempio dell’Irlanda, nella recente analisi diPanofsky, è semplicemente illuminante (http://contropiano.org/news/news-economia/2016/07/17/ruggito-della-tigre-celtica-le-statistiche-falsate-081799).
Di riflesso – ma di questo difficilmente troverete traccia negli entusiatici commenti dei media di regime – la scomparsa della Fiat dai conti nazionali si tradurrà in una diminuzione del Pil italiano, dunque in un peggioramento degli indici tenuti presenti dai parametri di Maastricht (debito/Pil, deficit/Pil, ecc), quindi in una impossibilità di rispettare gli obiettivi dichiarati dal governo e imposti dall’Unione Europea per i prossimi anni.
E tutti abbiamo imparato a nostre spese come ogni “sforamento” si traduca automaticamente in tagli di spesa e aumento della tassazione indiretta, ovvero quella più distorsiva in quanto si applica ai consumi, non al reddito. L’Iva, per esempio, con un innalzamento previsto dalle varie “clausole di salvaguardia” in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi fissati dal Fiscal Compact.
La ristrutturazione della matrioska societaria di casa Agnelli non finisce qui. Il quotidiano di Confindustria riferisce che “il consiglio di amministrazione di Exor ha approvato il progetto di fusione per incorporazione di Exor in Exor Holding, società olandese interamente controllata da Exor.” Difficile per i non addetti ai lavori capire cosa significa questo gioco delle tre carte sotto il comune logo Exor, ma il tutto si riassume in una cosa assai semplice: Exor – la holding che guida Fca, Ferrari, Cnh e Partner Re una galassia di altre società –diventa a tutti gli effetti una società olandese e contribuirà dunque nel bene e nel male (conoscendo gli Agnelli, possiamo già prevedere più mali che benefici) all’economia di quel paese.

Fine della storia. Resta da spiegare a che titolo i Marchionne e gli Agnelli continuino a gestire la politica italiana (“Renzi lo abbiamo messo lì noi”, disse Marchionne a pochi giorni dall’ascensione in cielo del contafrottole fiorentino), come hanno fatto nel corso dell’ultmo secolo.

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La pubblicistica sul rapporto di sudditanza tra Italia e Fiat è sterminata. Per un riassunto sintetico, vi riproponiamo qui uno dei tanti articoli che – ben cinque anni fa – interpretavano il “modello Pomigliano” e il “programma Italia” come un passo deciso verso l’uscita della Fiat da questo paese:

Come gli Agnelli hanno rapinato l’Italia lungo un intero secolo

Maria Rosa Calderoni | su Liberazione
Gioanin lamiera, come scherzosamente gli operai chiamavano l’Avvocato, ha succhiato di brutto; ma prima di lui ha succhiato suo padre; e prima di suo padre, suo nonno Giovanni. Giovanni Agnelli Il Fondatore. Hanno succhiato dallo Stato, cioè da tutti noi.
E’ una storia della Fiat a suo modo spettacolare e violenta, tipo rapina del secolo, questa che si può raccontare – alla luce dell’ultimo blitz di Marchionne – tutta e completamente proprio in chiave di scandaloso salasso di denaro pubblico. Un salasso che dura da cent’anni. Partiamo dai giorni che corrono. Per esempio da Termini Imerese, lo stabilimento ormai giunto al drammatico epilogo (fabbrica chiusa e operai sul lastrico fuori dai cancelli). Costruito su terreni regalati dalla Regione Sicilia, nel 1970 inizia con 350 dipendenti e 700 miliardi di investimento. Dei quali almeno il 40 per cento è denaro pubblico graziosamente trasferito al signor Agnelli, a vario titolo.
La fabbrica di Termini Imerese arriva a superare i 4000 posti di lavoro, ma ancora per grazia ricevuta: non meno di 7 miliardi di euro sborsati pro Fiat dal solito Stato magnanimo nel giro degli anni. Agnelli costa caro. Calcoli che non peccano per eccesso, parlano di 220 mila miliardi di lire, insomma 100 miliardi di euro (a tutt’oggi), transitati dalle casse pubbliche alla creatura di Agnelli.
Nel suo libro – “Licenziare i padroni?”, Feltrinelli – Massimo Mucchetti fa alcuni conti aggiornati: «Nell’ultimo decennio il sostegno pubblico alla Fiat è stato ingente. L’aiuto più cospicuo, pari a 6.059 miliardi di lire, deriva dal contributo in conto capitale e in conto interessi ricevuti a titolo di incentivo per gli investimenti nel Mezzogiorno in base al contratto di programma stipulato col governo nel 1988». Nero su bianco, tutto “regolare”. Tutto alla luce del sole. «Sono gli aiuti ricevuti per gli stabilimenti di Melfi, in Basilicata, e di Pratola Serra, in Campania».
A concorrere alla favolosa cifra di 100 miliardi, entrano in gioco varie voci, sotto forma di decreti, leggi, “piani di sviluppo” così chiamati. Per esempio, appunto a Melfi e in Campania, il gruppo Agnelli ha potuto godere di graziosissima nonché decennale esenzione dell’imposta sul reddito prevista ad hoc per le imprese del Meridione. E una provvidenziale legge n.488 (sempre in chiave “meridionalistica”) in soli quattro anni, 1996-2000, ha convogliato nelle casse Fiat altri 328 miliardi di lire, questa volta sotto la voce “conto capitale”.
Un bel regalino, almeno 800 miliardi, è anche quello fatto da tal Prodi nel 1997 con la legge – allestita a misura di casa Agnelli, detentrice all’epoca del 40% del mercato – sulla rottamazione delle auto. Per non parlare dell’Alfa Romeo, fatta recapitare direttamente all’indirizzo dell’Avvocato come pacco-dono, omaggio sempre di tal Prodi.
Sempre secondo i calcoli di Mucchetti, solo negli anni Novanta lo Stato ha versato al gruppo Fiat 10 mila miliardi di lire. Un costo altisssimo è poi quello che va sotto la voce”ammortizzatori sociali”, un frutto della oculata politica aziendale (il collaudato stile “privatizzazione degli utili e socializzazione delle perdite”): cassa integrazione, pre-pensionamenti, indennità di mobilità sia breve che lunga, incentivi di vario tipo.
«Negli ultimi dieci anni le principali società italiane del gruppo Fiat hanno fatto 147,4 milioni di ore di cassa integrazione – scrive sempre Mucchetti nel libro citato – Se assumiamo un orario annuo per dipendente di 1.920 ore, l’uso della cassa integrazione equivale a un anno di lavoro di 76.770 dipendenti. E se calcoliamo in 16 milioni annui la quota dell’integrazione salariale a carico dello Stato nel periodo 1991-2000, l’onere complessivo per le casse pubbliche risulta di 1228 miliardi». Grazie, non è abbastanza. Infatti, «di altri 700 miliardi è il costo del prepensionamento di 6.600 dipendenti avvenuto nel 1994: e atri 300 miliardi se ne sono andati per le indennità di 5.200 lavoratori messi in mobilità nel periodo».
Non sono che esempi. Ma il conto tra chi ha dato e chi ha preso si chiude sempre a favore della casa torinese. Ab initio. In un lungo studio pubblicato su “Proteo”, Vladimiro Giacché traccia un illuminante profilo della storia (rapina) Fiat, dagli esordi ad oggi, sotto l’appropriato titolo”Cent’anni di improntitudine. Ascesa e caduta della Fiat”. Nel 1911, la appena avviata industria di Giovanni Agnelli è già balzata, con la tempestiva costruzione di motori per navi e sopratutto di autocarri, «a lucrare buone commesse da parte dello Stato in occasione della guerra di Libia».
Non senza aver introdotto, già l’anno dopo, 1912, «il primo utilizzo della catena di montaggio», sulle orme del redditizio taylorismo. E non senza aver subito imposto un contratto di lavoro fortemente peggiorativo; messo al bando gli “scioperi impulsivi”; e tentato di annullare le competenze delle Commissioni interne. «Soltanto a seguito di uno sciopero durato 93 giorni, la Fiom otterrà il diritto di rappresentanza e il riconoscimento della contrattazione collettiva» (anno 1913).
Anche il gran macello umano meglio noto come Prima guerra mondiale è un fantastico affare per l’industria di Giovanni Agnelli, volenterosamente schierata sul fronte dell’interventismo. I profitti (anzi, i “sovraprofitti di guerra”, come si disse all’epoca) furono altissimi: i suoi utili di bilancio aumentarono dell’80 per cento, il suo capitale passò dai 17 milioni del 1914 ai 200 del 1919 e il numero degli operai raddoppiò, arrivando a 40 mila. «Alla loro disciplina, ci pensavano le autorità militari, con la sospensione degli scioperi, l’invio al fronte in caso di infrazioni disciplinari e l’applicazione della legge marziale».
E quando viene Mussolini, la Fiat (come gli altri gruppi industriali del resto) fa la sua parte. Nel maggio del ’22 un collaborativo Agnelli batte le mani al “Programma economico del Partito Fascista”; nel ’23 è nominato senatore da Mussolini medesimo; nel ’24 approva il “listone” e non lesina finanziamenti agli squadristi.
Ma non certo gratis. In cambio, anzi, riceve moltissimo. «Le politiche protezionistiche costituirono uno scudo efficace contro l’importazione di auto straniere, in particolare americane». Per dire, il regime doganale, tutto pro Fiat, nel 1926 prevedeva un dazio del 62% sul valore delle automobili straniere; nel ’31 arrivò ad essere del 100%; «e infine si giunse a vietare l’importazione e l’uso in Italia di automobili di fabbricazione estera». Autarchia patriottica tutta ed esclusivamente in nome dei profitti Fiat. Nel frattempo, beninteso, si scioglievano le Commissioni interne, si diminuivano per legge i salari e in Fiat entrava il “sistema Bedaux”, cioè il “controllo cronometrico del lavoro”: ottimo per l’intensificazione dei ritmi e ia congrua riduzione dei cottimi.
Mussolini, per la Fiat, fu un vero uomo della Provvidenza. E’ infatti sempre grazie alla aggressione fascista contro l’Etiopia, che la nuova guerra porta commesse e gran soldi nelle sue casse: il fatturato in un solo anno passa da 750 milioni a 1 miliardo e 400 milioni, mentre la manodopera sale a 50 mila. «Una parte dei profitti derivanti dalla guerra d’Etiopia – scrive Giacché – fu impiegata (anche per eludere il fisco) per comprare i terreni dove sarebbe stato costruito il nuovo stabilimento di Mirafiori». Quello che il Duce poi definirà «la fabbrica perfetta del regime fascista».
Cospicuo aumento di fatturato e di utili anche in occasione della Seconda guerra mondiale. Nel proclamarsi del tutto a disposizione, sarà Vittorio Valletta, nella sua veste di amministratore delegato, a dare subito «le migliori assicurazioni. Ponendo una sola condizione: che le autorità garantissero la disciplina nelle fabbriche attraverso la militarizzazione dei dipendenti». Fiat brava gente.
L’Italia esce distrutta dalla guerra, tra fame e macerie, ma la casa torinese è già al suo “posto”. Nel ’47 risulta essere praticamente l’unica destinataria dell’appena nato “Fondo per l’industria meccanica”; e l’anno dopo, il fatidico ’48, si mette in tasca ben il 26,4% dei fondi elargiti al settore meccanico e siderurgico dal famoso Piano Marshall.
E poi venne la guerra fredda, e per esempio quel grosso business delle commesse Usa per la fabbricazione dei caccia da impiegare nel conflitto con la Corea. E poi vennero tutte quelle autostrade costruite per i suoi begli occhi dalla fidata Iri. E poi venne il nuovo dazio protezionistico, un ineguagliabile 45% del valore sulle vetture straniere… E poi eccetera eccetera.

Mani in alto, Marchionne! Questa è una rapina.

La chiesa cattolica francese rifiuta lo “scontro di civilta’” e la “guerra di religione” invocata da piu’ parti ( non solo in ) e in particolare dalla destra populista di Marion Le Pen che vorrebbe mettere fine a qualsisi tipo di accoglienza e politiche di integrazione nei confronti dei migranti.

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Il cardinale francese Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, dopo l’attacco alla chiesa di Saint-Etienne-du Rouvray ha dichiarato “ieri è stato fatto un passo in più dentro l’abisso. Perché attaccare un luogo di culto e un suo ministro che sta celebrando messa, che altro non è che un ministro di pace, è una vigliaccheria che fa sprofondare nel nulla”, invoca però “l’amore, la convivenza fra diversi, la fratellanza” sottolineando che “per interrompere la catena infinita della ritorsione e della vendetta l’unica strada percorribile è quella del dialogo disarmato. In sostanza, a mio avviso, dialogare significa andare all’incontro con l’altro disarmati, con una concezione non aggressiva della propria verità, e tuttavia non disorientati che è l’atteggiamento di chi pensa che la pace si costruisce azzerando ogni verità”. Occorre anche, prosegue, “un’educazione che parta dalla giovane età. È il primo e inevitabile strumento per contrastare qualsiasi tipo di estremismo e di follia omicida. Se alle origini dell’esistenza, nella giovane età, educhiamo all’amore tutto sarà diverso. È un lavoro lungo e dispendioso, ovviamente, eppure assolutamente necessario”.

“Inutile girarci attorno: oltre all’indignazione, la tensione e la paura crescono ed è comprensibile; non vorrei però che venissero strumentalizzate ad arte. Il cristiano non è certo un ingenuo, ma non si lascia nemmeno travolgere da reazioni puramente istintive. Per questo come vescovi siamo subito usciti con una nota che invita a evitare logiche di chiusura e di vendetta, per contribuire alla costruzione di una società riconciliata e aperta alla speranza”. Così il vescovo Nunzio Galantino, segretario generale della Cei.

Marion Le Pen, la deputata francese del Front National intervistata questa mattina da radio RMC parla di ” guerra identitaria “. Per lei, che ieri ha annunciato di arruolarsi in prima persona nella riserva militare per rispondere in prima persona alla minaccia del terrorismo, “l’unica cultura in Francia dovrebbe essere la cultura francese”. Marion Le Pen ritiene che quella che si profila all’orizzonte sia “una lotta generazionale”. Poi l’attacco ad un governo socialista “particolarmente debole e intimorito” davanti al terrorismo.

Ma radicalizzare lo scontro ” identitario, culturale, religioso, di civilta’ ” fa’ in qualche modo il gioco dello Stato Islamico? Mentre perde terreno in Iraq, Siria e Libia intensifica il numero di attacchi in : siamo di fronte a un cambio di strategia? Attacchi pianificati o schegge impazzite: che tipo di propaganda mediatica mette in atto lo Stato Islamico ?

Queste e altre domande abbiamo posto a Marta Fana ricercatrice a SciencesPo (Parigi) e collaboratrice de “il manifesto”. Con lei ricostruiamo l’attentato e ci facciamo spiegare quali sono le reazioni politiche in Francia .

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Nuova strategia o surplus di emulazione? Secondo l’analisi di Giulietto Chiesa , giornalista esperto di geopolitica, l’elemento principale da tenere in considerazione è il fatto che l’Isis è una creazione dei servizi segreti occidentali che ora sta’ sfuggendo di mano. Ad ogni modo la “presenza a Monaco e Nizza di uno stesso giornalista israeliano fa pensare che in qualche modo l’attacco sia stato programmato…”

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Achille Lodovisi anche lui esperto di geopolitica propone un ‘ altra analisi. L’Isis nel momento in cui riesce a ” reclutare senza reclutare ” sta’ vincendo la guerra sul piano culturale. Sentiamolo .

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Mentre ISIS perde terreno in Siria, Iraq e Libia aumentano gli attacchi in Europa. Ci troviamo di fronte a un cambio di strategia da parte dello Stato Islamico? Sentiamo Federico Petroni consigliere della rivista di geopolitica internazionale Limes.

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C’è il rischio che questa serie di attentati cambino in qualche modo anche le nostre abitudini quotidiane? Sentiamo Marco Revelli storico, sociologo e politologo italiano.

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Pubblichiamo un interessante contributo di Marco Bascetta sulla strage di Monaco, pubblicato su Il Manifesto dello scorso 24 luglio. In questi due giorni sono accaduti altri fatti di sangue (l’attacco alla Chiesa di Rouen, l’attentato kamikaze ad Ansbach, nei pressi di Berlino, la strage di Kabul) legati, in forme diverse, al terrore fondamentalista. L’articolo ci aiuta a riflettere su come fodamentalismo, securitarismo e xenofobia si auto-alimentino all’interno di un panorama in cui la guerra, diffusa e permanente, sta radicalmente mutando nelle sue forme e nei sui effetti sula vita di miliardi di persone.

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Cosa avesse davvero in testa il giovane attentatore di Monaco di Baviera non lo sapremo mai. La conclusione suicida della sua avventura non lascia spazio che al gioco delle illazioni analitiche. Ma in fondo non è poi così rilevante.Quello che è certo è che, come il diciassettenne accoltellatore afghano (forse pachistano) del treno di Wuerzburg, rappresentava nella sua persona la complessità, l’indistricabile intreccio e i fragili equilibri delle società europee in cui viviamo.
Iraniano di origine, musulmano, orgogliosamente tedesco, a quanto sembra, nemico giurato di non si sa quali stranieri, vendicatore di non si sa quali torti l’uno; profugo da un paese in guerra, adottato e improvvisato guerriero del Califfato, l’altro, ci hanno mostrato entrambi, senza troppi complimenti, cosa accade quando queste vite multiple e burrascose entrano, per le più diverse ragioni, in cortocircuito.
Qualcosa di non molto diverso da quanto accade nel più ampio contesto della vita collettiva: aggressioni, pogrom, sprezzo o soppressione dei diritti, legislazioni di emergenza, identità fittizie che digrignano i denti additando questo o quel nemico. La democrazia in cortocircuito genera la stessa irrazionalità omicida che muove l’azione del singolo giustiziere. Il risentimento per i torti subiti (reali o immaginari) colpisce alla cieca, ispirandosi a quanto il mercato ideologico offre in quel momento. Diversi governi europei non fanno molto di meglio.
L’odio, covato nell’ombra, dal giovane pistolero di Monaco non sembrerebbe poi così diverso da quello dei ragazzi americani autori della strage di Colombine e di tanti altri imprevedibili sterminatori scolastici. Sono il tempo e il contesto a essere diversi. Nel clima che ci circonda, pur non essendo in nessun modo riconducibile all’Is, anche il pluriomicida di Monaco fa la sua parte: ha origini islamiche e uccide a casaccio. Quanto basta per rinfocolare l’odio xenofobo.
Ogni tempo e ogni società dispongono di una rappresentazione «privilegiata» del Male che esercita sui «perdenti», le vittime e gli emarginati una potente forza di attrazione. A queste figure, così diverse tra loro ma accomunate da un sentimento di sconfitta che esige di essere riscattato, Hans Magnus Enzensberger aveva dedicato alcuni anni fa uno scritto illuminante, intitolato, appunto «Il perdente radicale».
Oggi, nel mondo e soprattutto in Europa, questa rappresentazione ha preso forma nel Califfato e nelle sue ramificazioni occulte. E non certo senza fondamento. Ma questo conferisce allo Stato islamico un formidabile vantaggio: quello di incarnare lo «spirito di vendetta» in generale, il quale non conosce confini territoriali né organigrammi organizzativi. Quella che potrebbe apparire una limitazione, e cioè la fede islamica interpretata nella maniera più rigida, in realtà non è che un’identità fittizia e provvisoria a disposizione di chiunque intenda portare a termine la propria personale «vendetta». Ai vertici del Califfato nessuno lo ignora ed è cinica consuetudine non andare troppo per il sottile. Del resto, come sappiamo, i «precetti della fede» incidono ben poco sui costumi e le abitudini di molti che si scoprono e si proclamano combattenti dello Stato islamico in Occidente. Questo fenomeno consente al Califfato e ai suoi organi di propaganda di intestarsi «a posteriori» anche quelle esplosioni di violenza che intrattengono un assai labile (a volte inesistente) legame con la sua dottrina. Quel che conta è, infatti, che il moltiplicarsi dei cortocircuiti individuali determini un grande cortocircuito sociale. A fronte di questa strategia le misure adottate dai governi europei rientrano in una sorta di decalogo dell’impotenza.
Gli «obiettivi sensibili» sono ormai un’espressione priva di qualunque senso. Se vi è qualcosa che non è mai stato toccato, dopo l’irripetibile attacco alle torri gemelle, sono proprio i luoghi e i simboli del potere politico ed economico. Che si tratti di cellule organizzate o di giustizieri improvvisati, l’obiettivo resta colpire nel mucchio. Cosicché tutti e ciascuno possano considerarsi potenziali vittime del terrorismo.
L’unica forma di protezione possibile è impedire che le nostre società si imbarbariscano, finendo col condividere la patologia vendicativa che anima gli autori delle stragi.

Tratto da:

Si apriranno il 5 agosto a Rio de Janeiro, in Brasile, i XXXI giochi olimpici estivi. 

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La , già sede della finale dei mondiali di calcio 2014, ha subito una forte trasformazione in alcune sue zone. I ritardi sono ingenti. Le problematiche per una parte della città anche.
Una nuova linea di metropolitana sarà pronta il giorno prima dell’inaugurazione, i quartieri periferici sono stati dimenticati e l’innalzamento del costo del trasporto pubblico è diventato realtà già durante i mondiale di calcio.
Il villaggio olimpico pare non abbia gli scarichi dei bagni collegati al sistema fognario, tanto che la nazionale Australiana ha deciso di non dormirci. In generale il villaggio è molto indietro. La furia trasformatrice da grande evento si è abbattuta sul Brasile e i ritardi congeniti in queste situazioni sono sotto gli occhi di tutte e tutti.
Le polemiche attraversano il paese, l’altro giorno una contestazione ha cercato di colpire la fiaccola olimpica. Il comitato organizzatore ha scelto il motto “un nuovo mondo”, ma di nuovo sembra esserci poco se non l’accrescimento delle due velocità con cui cresce la metropoli: da una parte quella ricca e opulenta che specula sulla vetrina olimpica, dall’altra quella povera e popolare che subisce e paga il grande evento.
Raccontiamo il clima a Rio de Janeiro assieme ad Ivan Grozny, giornalista free lance conoscitore del Brasile. Ascolta o scarica

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