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La Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli ha messo sotto inchiesta il titolare della Lande per l’affidamento sospetto di alcune gare d’appalto in uno degli infiniti scandali che legano appalti, politica e camorra: è il secondo filone dell’inchiesta “Medea” riguaradante i legami fra politica, imprenditoria e il clan dei Casalesi. La Lande è una delle imprese coinvolte nel terzo valico del Tav, tra Liguria e Piemonte, in particolare nel cantiere di Libarna. Alcuni operai della Lande, in perfetto stile camorrista, si erano anche resi responsabili delle minacce di morte ad un attivista del comitato No Tav – Terzo Valico di Pozzolo. Con noi Egio, dei No Tav – No Terzo Valico, che sabato 1 agosto si ritroveranno al cantiere di Moriassi per una colazione resistente e una giornata di blocchi.

Sentiamo Egio ai nostri microfoni. Ascolta

fonte: RADIO ONDA D’URTO

NO TAV campeggio 2015

Pubblicato: 28 luglio 2015 in Notizie e politica
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..In questi decenni di lotta generazioni di giovani sono cresciuti tra i presidi e i cortei No Tav, in tutta Italia la nostra lotta è diventata un simbolo di speranza e ogni anno da tutto il paese e dall’Europa sono tantissimi a passare di qua, per conoscere questa storia di Resistenza e dare il proprio contributo.
L’arroganza della politica e la violenza delle istituzioni si legittimano tra di loro, nel tentativo mal riuscito in tutti questi anni di piegare la nostra volontà a suon di militarizzazione del territorio, minacce, ricatti, denunce, processi e galera.
Sicuramente l’hanno messa alla prova, ma essa è più forte di quanto forse anche alcuni di noi potessero immaginare.
Notti come quella appena passata dimostrano che, nonostante le difficoltà e queste nessuno le nega, la speranza di cambiare le cose e di decidere del nostro futuro continua ad essere più forte di ogni loro violenza.
Anche stanotte i nostri sentieri ci hanno aperto la via per arrivare al cantiere e il resto l’ha fatto il nostro coraggio, solido come le alte barricate che al buio abbiamo costruito per contrastare l’avanzata del nemico.

Avanti No Tav, la Resistenza si fa un passo alla volta!

fonte: RADIO ONDA D’URTO

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Venerdì 24 luglio, al presidio di durante il campeggio resistente no tav, si è svolta l’ assemblea nazionale di Abitare nella Crisi . Oltre un centinaio i partecipanti , con tanti interventi che hanno riportato le diverse esperienze di sportelli e occupazioni abitative di Roma, Firenze, Pisa, Brescia, Torino, Palermo, Catania e molte altre città. È emerso dalleanalisi di tutti i partecipanti la palese incapacità, e spesso disinteresse, da parte del governo di risolvere in maniera definitiva e adatta l’emergenza abitativa. Emergenza questa che continua ad aumentare, prendendo forme didisagio sociale sempre più feroci (basti pensare alle ultime notizie di cronaca che raccontano di suicidi avvenuti pochi giorni prima di sfratti e pignoramenti). Il merito del movimento per il diritto all’abitare sta nella presenza nei territori sottoforma di sportelli, permettendo così una presenza e una costanza che, se certamente va migliorata, ha anche il merito di aver intercettato molte situazioni limite e averle rese storia di emancipazione comune attraverso il blocco degli sfratti e le occupazioni abitative comuni. Se quindi è fondamentale il lavoro costante e giornaliero nei territori, senza il quale non esisterebbe nessun movimento, è anche comune l’esigenza di ritornare a costruire momenti comuni di mobilitazione, allargando il tema della casa ad altri strettamente collegati ad esso. Inoltre, un ulteriore compito che deve coinvolgere tutte e tutti riguarda la potenziale rimonta di soggetti di estreme destre, come Casa Pound, Lega Nord e Forza Nuova che,seminando odio razziale e diffidenza, raccoglie in certi luoghi l’esigenza di intere famiglie portandole a temi nazionalisti e razzisti. Sta quindi a tutte e tutti costruire el proprio lavoro territoriale, i giusti anticorpi a queste ancora piccole, eppure esistenti, derive fasciste.La centralità della lotta per il diritto all’abitare così non dipende solo ed esclusivamente dall’emergenza abitativa in sé o dalla variegata composizione sociale che la attraversano, ma anche dalla potenzialità che questa lotta, estendendosi in questi termini, esprime come fulcro di molte altre lotte comuni presenti nei territori. Lotta alla casa quindi come centro del conflitto in senso più largo, “luogo” di ricomposizione di un blocco sociale unico che possa rivendicare diritti perduti e corrosi.

Ascolta il confronto tra Irene Bpm di Roma e Simone Prendo Casa di Pisa

Sentiamo una valutazione generale sul campeggio con Francesco Richetto del Movimento No Tav

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Basta guardare gli occhi di chi c’era stanotte per capire cos’è che può fare la differenza di questi tempi.

Sapere come ci si sente a marciare al buio, in un silenzio irreale dove al rumore dei passi e degli zaini che scricchiolano si aggiungono solo i canti degli animali della natura, che continuano le loro attività nonostante il nostro passaggio.

Sentire il cuore che batte un po’ più forte, quando si cammina stretti, con la mano che cerca l’umida pietra per non avvicinarsi troppo al dirupo, attenti a chi sta davanti e  a chi c’è dietro…per non perdersi neanche un istante, per rinnovare ad ogni passo il coraggio consapevoli che ogni metro ci avvicina a chi ci è nemico.

Chi non c’è, e i giornali non lo racconteranno, non può sapere dei piccoli gesti di solidarietà che in questi momenti fanno la differenza, di come ognuno mette a disposizione ciò che ha e ciò che può fare per essere d’aiuto, che si tratti del prestare un accendino, di aiutare a spostare un grosso tronco o di allungare un po’ di Maalox a chi retrocede dalle prime vie.

E poi c’è chi sta davanti, i nostri coraggiosi armati di un grande cuore e non solo di buone gambe.

Quella passata è stata una grande notte notte in Val di Susa.

In centinaia, dalla valle e da tutta Italia, ci si è ritrovati per questa intensa estate di lotta e per una passeggiata notturna che si  sapeva determinata.

Tra blocchi, battiture, azioni di disturbo e l’iniziativa di stanotte in quest’estate di lotta il Movimento No Tav ha dato un buon segnale a tutti quei politicanti e affaristi che si riempiono la bocca con una parola che in questa valle non è di casa: pacificazione.

Come non sarà mai accettabile che a fronte di enormi disastri ambientali e una situazione di crisi che continua ad affaticare le vite di molti,  avvenga un tale sperpero di denaro pubblico.

Uno schiaffo in faccia a chi rimane senza lavoro, a chi perde la casa, a chi non riesce a pagarsi le bollette, a chi per avere adeguate cure sanitarie deve aspettare troppi mesi, ai nostri figli che vanno a studiare in scuole fatiscenti.

In questi decenni di lotta generazioni di giovani sono cresciuti tra i presidi e i cortei No Tav, in tutta Italia la nostra lotta è diventata un simbolo di speranza e ogni anno da tutto il paese e dall’Europa sono tantissimi a passare di qua, per conoscere questa storia di Resistenza e dare il proprio contributo.

L’arroganza della politica e la violenza delle istituzioni si legittimano tra di loro, nel tentativo mal riuscito in tutti questi anni di piegare la nostra volontà a suon di militarizzazione del territorio, minacce, ricatti, denunce, processi e galera. Sicuramente l’hanno messa alla prova, ma essa è più forte di quanto forse anche alcuni di noi potessero immaginare.

Notti come quella appena passata dimostrano che, nonostante le difficoltà e queste nessuno le nega, la speranza di cambiare le cose e di decidere del nostro futuro continua ad essere più forte di ogni loro violenza.

Anche stanotte i nostri sentieri ci hanno aperto la via per arrivare al cantiere e il resto l’ha fatto il nostro coraggio, solido come le alte barricate che al buio abbiamo costruito per contrastare l’avanzata del nemico.

Avanti No Tav, la Resistenza si fa un passo alla volta!

fonte: BUCO1996 – Nei secoli a chi fedeli? – (anno9/numero2)

In un mondo sempre più globalizzato dove i confini non esistono più, in Italia il problema è sempre lo straniero: se poi si tratta di una persona di etnia rom ancora peggio. E così per sfatare i luoghi comuni che troppo spesso ghettizzano persone e cose legate al mondo rom abbiamo deciso di intervistare Antonio Ardolino che ha collaborato in diversi progetti che hanno come obiettivo quello di superare la segregazione in cui vengono posti i rom.

I rom problema o risorsa? Rispondo con un altra domanda: perché i rom devono essere considerati o una risorsa o un problema? I rom sono una minoranza di questo Paese, tra le più numerose, circa 200.000, molto complessa e socialmente diversificata. La categoria “rom” utilizzata dai media e dalla politica è un invenzione bella è buona. Tra i rom in Italia c’è chi lavora in fabbrica e chi chiede l’elemosina, chi fa parte di cooperative sociali e chi ha guadagnato tanto da traffici illeciti. Sono tutti rom. Eppure per media e politica “rom” è chi ruba o chiede l’elemosina, non chi lavora o è un attivista sociale o un operatore del terzo settore. E’ questo il primo schema da rompere.

Perché c’è tanta diffidenza nei loro confronti da parte degli italiani? Proprio per quello che ho appena descritto. Ormai nel senso comune di questo Paese essere rom vuol dire delinquere o vivere nei campi, anche se a farlo solo solo una minoranza della popolazione rom in Italia. Lo stereotipo del campo è il più clamoroso, secondo me. Solo uno su cinque dei rom in Italia vive nei campi. Eppure nei dibattiti televisivi e politici, come in qualsiasi discussione al bar sotto casa, si parte dall’assioma che essere rom significa vivere in un campo. Niente di più falso.

Come si vive in un campo rom? Male. Anche quella minoranza che vive nei campi vorrebbe uscirne. Ho visto ultimamente in un dibattito televisivo l’intervista a delle famiglie sinte in Emilia che difendevano la loro scelta di vivere nel loro campo, o meglio quello che tecnicamente viene chiamato “micro-area”. Ma è una mistificazione mediatica. I gruppi familiari come quello contano poche migliaia di componenti in tutta Italia sui 40.000 che vivono nei campi, un quinto dei 200.000 appunto, e soprattutto non c’entrano niente con i mega villaggi attrezzati delle grandi città o le baraccopoli come quella di Scampia. Chi vive lì vuole uscirne. E l’esclusione sociale che subiscono i ragazzi e le ragazze che vivono lì è parte del problema generale. Anzi, è il problema. Se non si chiudono i campi, qualsiasi intervento di promozione sociale, lavorativa o educativa è destinata a non raggiungere gli obiettivi prefissati. E’ la stessa cosa dei mega ghetti delle periferie urbane. Creano esclusione sociale già solo per la loro esistenza.

Ci riesci a fare una mappa dei campi rom nella Capitale? Attualmente esistono 7 mega campi. La “riforma” iniziata nel 2005 dall’amministrazione Veltroni e continuata da quella Alemanno si è fermata qui, almeno per ora. L’obiettivo era quello di “concentrare” le famiglie sparse in diversi campi in mega insediamenti fuori dalla città. E’ banale dirlo, o almeno sarebbe banale per chiunque si occupi di progetti di inclusione sociale: la situazione in questi 10 anni non ha fatto altro che peggiorare. Abbiamo una generazione di migliaia di ragazzi cresciuti in perimetri recintati composti da container di 30 metri quadri, per di più fuori dal tessuto urbano. Non c’è bisogno di dire che siamo di fronte ad una situazione esplosiva. Anche altre città sono nella stessa situazione. E non solo. Le situazioni precarie come i campi abusivi quelli così detti “tollerati” non si accenna ad affrontare come si deve. La cronache che arrivano da Torino in questi giorni, dove è stato sgomberato un campo senza dare nessuna soluzione sostenibile alle famiglie, lo dimostra.

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Perché la politica non si muove verso l’integrazione di queste persone invece di tenerle confinate? Bella domanda. Andrebbe fatta a quelli i tempi moderni chiamano “policy maker”. Io penso ci siano due punti focali. L’esigenza di mantenere alto l’allarme, la paura, un senso di insicurezza per “l’invasione” o in questo caso ancora di più verso “il nemico interno”. L’altra è che anche che il pregiudizio, lo stereotipo storico sugli “zingari” e ancora di più verso i “nomadi” sono ormai interiorizzati non solo da esponenti politici ma anche dai funzionari, dagli amministrativi. Insomma, da chi poi praticamente prende decisioni locali, gestisce gli interventi concreti.

L’arrivo di Papa Francesco in un campo rom a Roma può essere da sprone positivo? Beh. Sicuramente l’attenzione mediatica di quella visita e la posizione includente di Papa Francesco ha una valenza positiva. C’è da dire che quello non è esattamente un “campo rom”. Molte di quelle baracche e alloggi di fortuna sono abitati da immigrati di tante origine diverse, molti sudamericani cattolici che frequentano la parrocchia lì vicino, da qui la proposta della parrocchia stessa. Ma, come dicevo prima, ormai in Italia un campo è “rom”. Nonostante non sia così, ma sia espressione di disagio abitativo più diffuso.

Cosa si fa per aiutare chi vive nei campi nomadi? Ci sono molti interventi diversi. Innanzitutto bisogna distinguere tra tutto il mondo del volontariato, cattolico o laico che sia, dagli interventi strutturati, professionali. Il primo caso si tratta di solito di interventi di aiuto e sostegno per le situazioni più di disagio. Nel secondo caso si tratta di interventi che dovrebbero essere più a lungo termine, più strutturali. Dico dovrebbero perché non sempre è così. Tagli alla spesa pubblica, cambi di appalti continui, pecche organizzative da parte degli enti gestori, inficiano spesso un lavoro che invece dovrebbe essere, più ancora di altre situazioni, strutturato e programmato. C’è da dire che, anche all’interno di questi, si deve dividere tra quello che si fa come intervento pubblico e ciò che fanno associazioni o cooperative che intervengono con finanziamenti privati. Ovviamente i più importanti sono, o dovrebbero essere, quelli pubblici. Negli anni ci sono stati, oltre alle numerose inziative di stampo prettamente culturale, progetti sulla scolarizzazione per i minori, di inserimento lavorativo per gli adulti, sportelli sociali di orientamento, di consulenza e via dicendo. A queste vanno aggiunte poi le ricerche, le inchieste, i report. Insomma, tutto quello che provano a opporsi al senso comune di cui parlavo prima. In questi anni due progetti a cui ho collaborato vanno proprio in questa direzione. “Segregare costa, la spesa per i “campi nomadi” a Napoli, Milano e Roma” e “Fuori Campo, storie di rom nell’Italia di oggi” sono il tentativo di mostrare qualcosa di più vicino alla realtà. Di analizzare a fondo lo stato delle cose per poter progettare qualcosa di diverso. Il primo è un’indagine approfondita sulla spesa pubblica sprecata e anzi dannosa. Il secondo è un film documentario che sta girando proprio in queste settimane per l’Italia e che vi invito a vedere. Le date già fissate, e quelle che verranno in futuro, possono essere seguite sul sito http://www.osservazione.org, costruito collettivamente da un gruppo non omogeneo ma determinato a cambiare una situazione ormai insostenibile.

NICOLA

fonte: RADIO ONDA D’URTO

La seconda corte d’assise di appello di Milano, mercoledì 22 luglio 2015, ha comminato due ergastoli per la strage fascista, di Stato e della Nato di Piazza della Loggia a Brescia, il 28 maggio 1974. Condannati l’ex ispettore per il Triveneto del movimento stragista e fascista Ordine Nuovo, Carlo Maria Maggi, e il neofascista – e fonte dei servizi segreti, l’allora Sid, Maurizio Tramonte, alias “Fonte Tritone”.

Questo l’esito del dodicesimo processo per l’eccidio che causò otto morti (la nona vittima, Giacomo Corvini, morì nel 1976 a seguito dei danni riportati) e oltre cento feriti, alle 10.12 del 28 maggio 1974, durante una manifestazione antifascista indetto dall’allora Comitato Unitario Permanente Antifascista e dai sindacati confederali in risposta alle continue provocazioni, intimidazioni, pestaggi ed attentati di matrice fascista che nei mesi precedenti avevano colpito la città, violenze figlie della liaison tra neofascisti, industriali e pezzi delle “istituzioni”, diventate nel corso degli anni per la narrazione mainstream…”deviate”.

41 anni dopo la strage, la seconda corte d’assise d’appello di Milano mette quindi il primo, parziale, punto fermo giudiziario: quella strage fu di matrice neofascista (e ordinovista) e fu orchestrata da Carlo Maria Maggi, medico veneziano, allora ispettore di Ordine Nuovo per il Triveneto, condannato oggi all’ergastolo, così come il neofascista ed ex Fonte Tritone dei servizi segreti, Maurizio Tramonte.

In attesa delle motivazioni, e del probabile ricorso in Cassazione dei legali dei due condannati, i giudici milanesi paiono aver fatto proprie le dure critiche della Cassazione che, bocciando le precedenti assoluzioni disposte a Brescia, avevano descritto Tramonte come soggetto troppo “intraneo” alla destra eversiva per essere un semplice informatore, che peraltro “non raccontava ciò che sapeva o aveva fatto”. Maggi invece fu “propugnatore” della strage, come già confermato dal racconto di Carlo Digilio, l’armiere di Ordine Nuovo, poi deceduto.

Fascisti, industriali e servizi: lo stesso milieu in cui maturarono le numerose stragi, omicidi e violenze di quegli anni, prima tra tutte quella di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 a Milano, per cui però gli imputati – gli ordinovisti, stavolta padovani, Franco Ventura e Franco Freda – sono andati assolti, nonostante le sentenze abbiano accertato in modo indiscutibile la responsabilità delle stesse cellule di Ordine Nuovo al centro del processo per Piazza della Loggia.

Anche a Brescia, mancano ancora all’appello della verità – giudiziaria, non certo di quella storica e delle migliaia di compagne e compagni che vissero sulla propria pelle quegli anni, e di tutte e tutti quelli che nei decenni successivi hanno portato avanti quella memoria nelle pratiche quotidiane di lotta – i nomi precisi dei mandanti politici e delle coperture istituzionali, nazionali (Carabinieri, come il generale Francesco Delfino, e servizi stessi) e internazionali (Gladio e Nato) per decenni a tutela della manovalanza fascista.

Clicca qui per scaricare il dossier in formato .pdf (12 pagine) realizzato dal csa Magazzino 47 nel quarantennale della strage, il 28 maggio 2014.

A questo link, invece, alcuni audio storici tratti dall’archivio di Radio Onda d’Urto sulla Strage con ricercatori/trici e compagne e compagni bresciani ma non solo: Valerio Marchi, Primo Moroni e molte/i altre/i ancora.

COMMENTI E ANALISI –

Il commento sulla sentenza dell’avvocato Federico Sinicato, legale di parte civile al processo.

Ascolta o scarica qui.

Il commento odierno di Saverio Ferrari, dell’Osservatorio democratico sulle nuove destre e autore, giovedì 23 luglio, di un articolo sulla sentenza apparso su “Il Manifesto”.

Ascolta o scarica qui.

TRE INCHIESTE, DODICI PROCESSI: CRONOLOGIA –

2 giugno 1979 – I giudici della Corte d’assise di Brescia condannano all’ergastolo Ermanno Buzzi e a dieci anni Angelino Papa mentre assolvono gran parte delle 16 persone incriminate dal pm Francesco Trovato e dal giudice istruttore Domenico Vinoo li condannano a pene inferiori per detenzione di esplosivi o per altri attentati.

18 aprile 1981 – Buzzi e’ strangolato dai ‘camerati’ Mario Tuti e Pierluigi Concutelli nel supercarcere di Novara, temendo che  fosse intenzionato a fare dichiarazioni nell’imminente processo d’appello.

2 marzo 1982 – I giudici della Corte d’assise d’appello di Brescia assolvono tutti gli imputati, compreso Angelino Papa; nelle motivazioni definiranno Buzzi ‘un cadavere da assolvere’.

30 novembre 1984 – La Cassazione annulla la sentenza di appello e dispone un nuovo processo per Nando Ferrari, Angelinoe Raffaele Papa e Marco De Amici.

23 marzo 1984 – Il pm Michele Besson e il giudice istruttore Gian Paolo Zorzi aprono la seconda inchiesta. Imputati i neofascisti Cesare Ferri, il fotomodello Alessandro Stepanoff e Sergio Latini.

20 aprile 1985 – La Corte d’assise d’appello di Venezia assolve tutti gli imputati del primo processo bresciano.

23 maggio 1987 – I giudici di Brescia assolvono per insufficienza di prove Ferri, Latini e Stepanoff. Ferri e Latini sono assolti anche dall’omicidio di Buzzi che, secondo i pentiti, avrebbero fatto uccidere perche non parlasse.

25 settembre 1987 – La Cassazione conferma la sentenza di assoluzione dei giudici della Corte d’appello di Venezia e pone fine alla prima inchiesta sulla strage.

10 marzo 1989 – La Corte d’assise d’appello di Brescia assolve con formula piena Ferri, Stepanoff e Latini.

13 novembre 1989 – La prima sezione della Corte di Cassazione, presieduta dal…famigerato Corrado Carnevale, conferma e rende definitive le assoluzioni di Ferri, Stepanoff e Latini.

23 maggio 1993 – Il giudice istruttore Gian Paolo Zorzi proscioglie gli ultimi imputati dell’inchiesta bis. Quello stesso anno comincia la terza inchiesta, quella “veneta”.

16 novembre 2010 – I giudici della Corte d’assise di Brescia assolvono tutti i cinque imputati (Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, Francesco Delfino e Pino Rauti) con la vecchia insufficienza di prove. Revocata la misura cautelare nei confronti dell’ex ordinovista Delfo Zorzi che vive in Giappone, protetto ancora oggi.

14 aprile 2012 – La Corte d’appello di Brescia conferma la sentenza di primo grado mandando assolti i quattro imputati, Zorzi, Maggi, Tramonte e Delfino, per i quali era stato proposto ricorso dalla procura.

21 febbraio 2014 – La Cassazione stabilisce che un nuovo processo dovra’ accertare le responsabilita’ di due degli imputati che nei processi di primo e secondo grado erano stati assolti: Maurizio Tramont e Carlo Maria Maggi. Assolto definitivamente Delfo Zorzi.

22 luglio 2015 – La Corte di assise di appello di Milano, nel processo-bis di secondo grado, condanna all’ergastolo Maggi e Tramonte.

Fonte: BUCO1996 – Nei secoli a chi fedeli? –  (Anno9 / Numero6)

Quello dello sbarco dei migranti sulle nostre coste è uno dei temi caldi dell’estate italiana. Ci sono coloro che fomentano ad arte la caccia allo straniero come pericoloso e portatore di chissà quale mostruosità, ma poi ci sono coloro che si impegnano nell’accoglienza e a cercare di rendere l’arrivo in Italia ai migranti nella maniera migliore. Tra questi c’è anche Anselmo Botte, segretario provinciale della CGIL Salerno, che in tema di immigrazione è stato sempre in prima linea basti ricordare le battaglie intraprese a favore dei migranti presenti nella Piana del Sele. Con lui andiamo a scoprire cosa succede a Salerno con gli sbarchi, ma allarghiamo il discorso anche a livello nazionale.

Gli sbarchi dei migranti non accennano a finire e Salerno è diventato un avamposto, come affrontate l’emergenza voi che sul campo siete stati sempre al servizio dei più deboli? Il primo sbarco al porto di Salerno risale al 1 luglio 2014 nell’ambito dell’operazione Mare Nostrum. Una operazione italiana che consentiva alle navi della nostra marina militare di spingersi fino alle coste libiche per soccorrere i migranti e portarli in salvo sul suolo italiano. Ad oggi il totale degli sbarchi salernitani ammonta a 10, per un numero di migranti che si aggira intorno alle 10.000 unità. Possiamo quindi dire con assoluta tranquillità che il porto di Salerno è diventato un punto nevralgico delle operazioni di sbarco di migranti, ciò è dovuto anche alla sua posizione strategica che lo pone tra i più vicini dopo gli approdi sulle coste siciliane. Si prevede che quest’anno ci sarà un incremento degli arrivi di richiedenti asilo, infatti gli ingressi sono aumentati dell’83% se confrontati allo stesso periodo dell’anno scorso, per cui è facile prevedere anche un relativo aumento dei migranti destinati al nostro porto. Intanto nel 2015 ci sono stati già quattro sbarchi e circa 2.000 migranti scesi al molo Manfredi. La macchina organizzativa dell’accoglienza è ormai rodata e si è in grado di gestire anche situazioni che presentano condizioni di estrema difficoltà, come in occasione dello secondo sbarco dell’anno scorso quando si dovettero accogliere e smistare più di 2.000 migranti in poche ore. Di vitale importanza, per l’occasione, il ruolo dei volontari e dei mediatori per comporre i gruppi omogenei e destinarli in località comuni. Noi non abbiamo fatto mai mancare il nostro contributo con mediatori soprattutto di lingua araba, che rappresentano il numero più consistente di migranti che passano dal nostro porto. Il periodo di massima allerta è quello che ci aspetta nei mesi estivi, quando si conta il maggior numero di arrivi, in considerazione anche delle condizioni meteorologiche favorevoli.

Intanto in Italia si va ingigantendo la deriva razzista che vuole una guerra a tutto campo al diverso: cosa si può fare per fermare questa ondata? La xenofobia e il razzismo sono alimentate ad arte dalla destra che quando governava ha fatto cose gravissime. Va ricordato che il “mai più” ministro Maroni è stato l’autore della politica dei respingimenti in mare, per la quale siamo stati condannati dalla corte internazionale per crimini commessi contro l’umanità. I respingimenti si sono rivelate delle vere condanne a morte per miglia di migranti. Con Mare Nostrum si è attuata un politica di soccorso umanitaria che non ha precedenti e che tutto il mondo ci ha riconosciuto come meritevole di elogi incondizionati. Occorre informare correttamente che si tratta di migranti che fuggono da guerre e dittature sanguinarie, dalla fame e dalla povertà e che nessuna barriera potrà fermarli. Se sono disposti a mettere in gioco la loro vita sui barconi della morte, ritengo che nulla potrà scoraggiarli ad intraprendere altri percorsi anche più pericolosi. Va poi fatta una corretta informazione sui numeri: l’anno scorso sono entrati nel nostro paese 170.00 migranti, di questi soltanto 70.000 sono rimasti in Italia (in provincia di Salerno su 10.000 migranti sbarcati, soltanto 1.000 sono rimasti nelle strutture di accoglienza locali; nei prossimi 5 anni si prevede che entrerà 1 milione di migranti (200.000 ogni anno), basterebbe una distribuzione equa tra tutte gli stati membri dell’Unione, delle nostre regioni e dei nostri comuni, per chetare qualsiasi paura di invasione. Abbiamo calcolato che con un coinvolgimento di questa natura ad ogni comune del nostro Paese toccherebbero 5 migranti a testa. C’è qualcuno che pensa che non possiamo reggere a questa “invasione biblica”?

L’Europa ha colpe e quali in questa emergenza? Le colpe dell’Europa si sono evidenziate in entrambe le fasi di intervento in questa straordinaria fase di migrazioni: ha lasciato da solo il nostro Paese a gestire la fase dei soccorsi e del recupero dei migranti, e non si è preoccupato dell’accoglienza. Oggi scontiamo ritardi che in qualche modo si sta cercando di eliminare. Cominciamo e vedere navi di altri stati nel Mediterraneo, l’ultima che è approdata a Salerno era infatti tedesca, mentre sul versante dell’accoglienza non ci siamo ancora, ci sono stati, come l’Inghilterra, che sono disponibili a contributi economici ma si rifiutano di accogliere anche un solo migrante, la Francia non consente la libera circolazione delle persone (vedi Ventimiglia), l’Ungheria non ha niente di meglio che pensare a un muro di contenimento contro i migranti, gli stati più volenterosi propongono la distribuzione di esigue quote di migranti . Occorrerebbe invece che, per la prima volta, l’Europa mostrasse la sua capacità di intervento su una delle più grandi questioni sociali di questo momento, e desse prova di essere unita su una tematica che terrà banco nei prossimi decenni, con un intervento di straordinaria solidarietà e in comune accordo.

A Salerno come sono vissuti gli sbarchi dai cittadini? Se escludiamo alcune dichiarazioni arrivate da ambienti di destra tardivamente, mi pare dopo il terzo sbarco, non credo si possa parlare di un clima avvelenato. Molto hanno inciso le destinazioni dei migranti smistati in centri di accoglienza lontani dalla nostra provincia. C’è stata una iniziativa della Meloni, ma era di chiaro stampo elettorale, come d’altronde tutte le esternazioni di Salvini. C’è da dire che tutti quelli che hanno parlato male dei migranti hanno fatto registrare buoni risultati elettorali. Ma è stato sempre così anche sull’immigrazione. È una storia vecchia.

Quale soluzioni si potrebbero adottare per integrare i migranti e farli vivere insieme agli italiani una quotidianità serena? Noi, la CGIL, abbiamo proposto hai comuni di farsi promotori dell’accoglienza. Crediamo che essi siano in grado di gestire correttamente questa emergenza e soprattutto di garantire una distribuzione imparziale su tutto il territorio nazionale. Se oggi il 50% dei migranti richiedenti asilo è concentrato nelle regioni del mezzogiorno, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona nello smistamento dei migranti nei centri di accoglienza. Invitiamo ancora una volta i comuni a dare la loro disponibilità e a partecipare ai bandi della prefettura di Salerno. Crediamo, inoltre, che i migranti possano costituire una straordinaria opportunità per ripopolare quei centri dell’interno che si stanno spopolando spaventosamente. Riace era un paese in via di estinzione, il sindaco ebbe la splendida idea di ospitare famiglie di rifugiati, grazie a quella intuizione oggi il paese è ritornato a crescere, è ritornato a vivere, ed è diventato un modello di integrazione e convivenza studiato in tutto il mondo.

NICOLA