Ieri abbiamo incontrato i pescatori arrestati dalla marina israeliana domenica scorsa e rilasciati lunedì. Uno di loro aveva un volto a me così familiare, mi ha detto che mi aveva vista in una scuola dell’ Unrwa durante l’offensiva militare di novembre, quando centinaia di famiglie del nord della Striscia di Gaza erano state costrette a lasciare le proprie abitazioni e a rifugiarsi nelle scuole dell’ Unrwa a seguito del lancio dei volantini minacciosi lanciati dall’aviazione israeliana. Raccolti a terra su materassi e coperte, si era uniti nella paura. Eppure ricordavo di aver visto Mahmoud anche un’altra volta, e stasera sfogliando tra i miei articoli ho scoperto che suo fratello, pescatore come lui, era stato arrestato nel febbraio 2012. Questo pescatore era anche amico di Fahmy, ucciso a settembre mentre pescava sulla spiaggia di Beit Lahiya. E così qui si mischiano ricordi, esperienze comuni, che ci uniscono in un sentimento profondo di legame fraterno.
Spesso si parla di Palestina in modo retorico, cercando di analizzare il “conflitto” (?) o volerne dare una “soluzione”. O peggio ancora si rimane immobili davanti a tanta follia, considerandola distante. Per scoprire che cosa è la Palestina basta conoscere la storia di una famiglia come quella di Mahmoud, basta entrare in un campo di rifugiati, basta guardare gli occhi delle persone, basta venire a Gaza o nel resto dei territori occupati, per scoprire le umiliazioni che un esercito occupante infligge a questo popolo privandolo di ogni diritto di esistere.
Guardate la Palestina negli occhi, ascoltatene le voci.
Rosa Schiano
da Gaza City













