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Oggi (ieri, ndr) è successo veramente qualcosa di importante, in cui ha contato anche il piccolo contributo di tutti i compagni e le compagne che provano come possono a supportare la resistenza di chi è stanco di pagare quotidianamente sulla propria schiena il prezzo della agognata “crescita”.

Proviamo a spiegare perché:

  1. da tempo dicevamo che in questo paese stava succedendo qualcosa. e stava succedendo dalle parti dei “nostri”, di operai, lavoratori dipendenti, di tutta quella composizione maggioritaria del mondo del lavoro la cui conflittualità non riusciva ad avere visibilità mediatica e restava spesso confinata nel perimetro delle vertenze.
  2. nelle ultime settimane l’attacco sempre più aggressivo e arrogante del Governo Renzi, che dopo il gioco pre-elettorale degli 80 euro, sotto la spinta della crisi, si andava sempre più a spostare sulle esigenze padronali, ha fatto sì che tanti lavoratori prendessero consapevolezza della natura di questo governo, e dessero alla loro conflittualità (che spesso proveniva da anni di frustrazione e da assenza di futuro) un orizzonte politico di opposizione. scioperi spontanei, petardi a Bergamo, migliaia di iniziative diffuse contro il jobs act che abbiamo cercato di documentare.
  3. il 25 ottobre della CGIL ha rappresentato un primo momento di sintesi e di espressione di questa volontà politica proletaria. alla manifestazione la CGIL e la FIOM ci sono arrivati sotto la spinta della base. spinta che si manifestava in assemblee sindacali piene, in volontà di partecipazione, in rabbia. quella manifestazione poteva essere ritualistica, una mossa di apparato: sono invece scesi in piazza un milione di persone. a parte l’involucro stantio che gli aveva dato il sindacato, la piazza esprimeva qualcosa di vivo, qualcosa che aveva intorno a sé la capacità di agglutinare anche altre forze.
  4. arriviamo ad oggi. e oggi che è successo? oggi abbiamo visto che la contraddizione fra capitale e lavoro, l’inconciliabilità dei loro interessi, si è palesata. a Roma si sono incrociate più vertenze operaie, per la prima volta non più mediabili, perché non c’era più niente da raccontare, niente più da far ingoiare. la forza del capitale e dei suoi servi sta proprio nel nascondere questa contraddizione, la forza dei proletari sta proprio nel renderla evidente. e quando si rende evidente non ce n’è più per nessuno: ognuno deve capire da che parte stare.
  5. oggi si dimostra ancora una volta che “non è tanto la grandezza della piazza o la violenza dello scontro, ma l’incidenza nella sfera della produzione della ricchezza a dare a chi si mobilita una potenza enorme” (lo scrivevamo in DOVE SONO I NOSTRI). se un corteo di 500 operai apre un caso politico, costringe il Governo alle scuse, a incalzare i vertici della polizia, tutta l’Italia a dover prendere posizione, è perché il grado di consenso di massa che raccoglie chi lavora e lotta per la propria vita è incredibile.
  6. questa forza la nostra classe la conosce bene, ce l’ha nella memoria, ce l’ha nella potenza delle sue ragioni. solo per questo motivo persone “disabituate” allo scontro resistono a mani nude di fronte a cariche così forti, solo per questo motivo la polizia è costretta a retrocedere. la resistenza degli operai di Terni vista in piazza è già da oggi una delle pagine più belle della storia di questo paese.
  7. adesso che succede? cosa si fa noi? possiamo limitarci a guardare la televisione ed esaltarci perché ci sono stati gli scontri. possiamo invece assumere un atteggiamento del cazzo e filosofeggiare sul fatto che tutto comunque nasce e ritorna sotto il cappello della CGIL, ovvero all’interno di un’organizzazione sindacale in cui buona parte della dirigenza è più che riformista e “traditrice” degli interessi operai. sarà. ma l’unico dato di fatto incontrovertibile è che si è aperto uno spazio, uno spazio all’interno del quale la conflittualità operaia e proletaria più generale può vivere. non si può restare fuori ed essere schizzinosi perché non ci piace la forma che ha questo spazio: bisogna starci dentro, bisogna costruirlo da dentro, bisogna allargarlo. la realtà la prendiamo per quella che è, e a vedere le ultime settimane non è manco tanto male: è gravida di speranza.
  8. anche perché c’è una contingenza che ci facilita. il Governo Renzi non vuole cedere, forse ormai non può cedere. la stessa arroganza con cui ha presentato il suo discorso gli impedisce di tornare facilmente indietro. il Governo Renzi è una bolla speculativa: può crescere finché si alimenta dei successi mediatici e di una presunta capacità di gestire le situazioni, ma come compare una crepa il giochino può incepparsi. se vogliamo dirla tutta, oggi si stanno cacando sotto, dimostrano la loro fondamentale insicurezza e inconsistenza. sono pericolosi, certo, ma sono una tigre di carta. possono prendere fuoco.
  9. cosa dobbiamo e possiamo fare noi? quello che già facciamo, moltiplicato però per mille, per diecimila, per tutti i compagni che siamo in Italia. dobbiamo stare nelle vertenze, unirle – come dimostrano i successi organizzativi che stanno ottenendo i compagni di Livorno. supportare la resistenza, costruire comitati autonomi di lavoratori, intersindacali, intercategoriali, che pongano al centro le nostre esigenze e la solidarietà di classe. costruire tutti insieme – lavoratori più meno precari, studenti, disoccupati – una vera opposizione a questo governo. non in generale alla “crisi”, all'”austerity”, ma a QUESTO governo che fa QUESTE politiche, per metterlo in difficoltà, farlo arretrare, prendere sicurezza in noi stessi. e così preparare l’offensiva: un momento di rilancio, di estensione di diritti, di aumento di salari etc.
  10. e soprattutto: dobbiamo crederci, cazzo. crederci maledettamente, come gli operai di Terni davanti ai manganelli.

Clash Workers Roma

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Man­ga­nelli con­tro ope­rai e sin­da­ca­li­sti che cer­cano di difen­dere la sto­ria indu­striale ita­liana. Tre ver­tenze che si acca­val­lano sotto il mini­stero dello Svi­luppo con i lavo­ra­tori che si mischiano nella dispe­ra­zione, nella paura, nella rab­bia. Oltre gli slo­gan di Renzi, la realtà del paese è quella in carne e ossa del migliaio di ope­rai tran­si­tati ieri per il cen­tro di Roma.

I cin­que­cento delle Ast di Terni che arri­vano in pull­man dal pre­si­dio e dallo scio­pero a oltranza che va avanti da otto giorni. Alle undici vanno a pro­te­stare sotto l’ambasciata tede­sca, l’idea è quella di chie­dere un inter­vento diplo­ma­tico per fare pres­sione diret­ta­mente sulla Thys­sen­Krupp di Essen, pro­prie­ta­ria con­tro­vo­glia delle Accia­ie­rie spe­ciali di Terni.

Una dele­ga­zione viene rice­vuta, ne fa parte anche Ste­fano, il dele­gato Fiom che sabato ha par­lato dal palco di piazza San Gio­vanni. «C’è l’impegno a ripor­tare le nostre ragioni alla Thys­sen», annun­cia dal mega­fono. Poi però arriva un comu­ni­cato uffi­ciale dell’ambasciata. Strin­ga­tis­simo e assai gene­rico. La rab­bia degli ope­rai sale. Tutti insieme i dele­gati di Fim, Fiom, Uilm deci­dono di andare sotto il vicino mini­stero dello Svi­luppo per chie­dere garan­zie dal governo e capire come pensa di far cam­biare idea a una pro­prietà che sem­bra aver già deciso per la dismis­sione delle accia­ie­rie fon­date nel 1884.

La piazza è cir­con­data su tutti i lati dalle forze dell’ordine in uno spie­ga­mento già esa­ge­rato per poche cen­ti­naia di lavo­ra­tori. I sin­da­ca­li­sti si accin­gono a chie­dere ai poli­ziotti di poter scen­dere verso via Veneto. È un attimo. Parte un ordine e i man­ga­nelli ini­ziano a muli­nare. Il tutto dura un minuto e mezzo. Sulla strada rimane il san­gue degli ope­rai e dei sin­da­ca­li­sti, tutti Fiom. Poi, come richie­sto, il cor­teo viene fatto pas­sare. E diviene ancora più incom­pren­si­bile l’uso della violenza.

Il reparto mobile è com­po­sto da gio­vani poli­ziotti, non dagli esperti rima­sti sotto il mini­stero per con­trol­lare i lavo­ra­tori della Jabil di Mar­cia­nise che pro­te­stano con­tro la mul­ti­na­zio­nale ame­ri­cana di com­po­nenti elet­tro­nici che ha fatto par­tire una pro­ce­dura di mobi­lità per 380 dei 600 dipen­denti campani.

Poco prima che la poli­zia cari­chi lavo­ra­tori e sin­da­ca­li­sti, Lucia Mor­selli esce rag­giante dal mini­stero dello Svi­luppo. «È andata benis­simo», dice lapi­da­ria la taglia­trice di teste che non passa giorno senza pro­vo­care i lavo­ra­tori e per­fino il pre­fetto, sput­ta­nato a mezzo stampa per un incon­tro segreto, reso pub­blico appena concluso.

Lei, l’amministratrice dele­gata chia­mata dai tede­schi per dimez­zare il costo del lavoro, a far mar­cia indie­tro dalla pro­ce­dura di licen­zia­mento col­let­tivo per 550 dipen­denti non ci pensa mini­ma­mente. Ne ha già con­vinti 140 — di cui 40 però già in mobi­lità — ad accet­tare i 60 mila euro netti per andar­sene subito. Nel frat­tempo si è pre­sen­tata in piena notte al pre­si­dio di viale Brin degli ope­rai «con l’intento chiaro di farsi menare».

Dopo aver par­lato con Mor­selli e saputo degli inci­denti, Fede­rica Guidi non può esi­mersi dal rice­vere i sin­da­ca­li­sti. L’incontro dura poco più di un’ora. È Clau­dio Cipolla, il segre­ta­rio della Fiom di Terni, a pren­dersi il com­pito non sem­plice di spie­gare agli ope­rai Ast i risul­tati dell’incontro. «Abbiamo chie­sto al mini­stro una riu­nione urgente con il mini­stero dell’Interno per accer­tare le respon­sa­bi­lità di chi que­sta mat­tina ci ha man­ga­nel­lato», esordisce.

Non meno deli­cata è la situa­zione della ver­tenza, arri­vata a uno snodo cru­ciale. «C’è l’impegno del governo a far modi­fi­care il piano indu­striale dell’azienda e di ricon­vo­carci la set­ti­mana pros­sima qua a Roma per illu­strarci le modi­fi­che. Ma noi di pro­messe siamo stan­chi e quindi con­ti­nuiamo col pre­si­dio. L’unica con­ces­sione che ci chiede l’azienda è di far entrare i tre dell’amministrazione per pagare gli sti­pendi. E noi accet­tiamo di buon grado».

Le parole di Cipolla però non sod­di­sfano i lavo­ra­tori della Ilserv, la più grande ditta in appalto che for­ni­sce la mate­ria prima all’acciaieria e che come tutte le altre deve sot­to­stare al dik­tat di Mor­selli: taglio del 20 per cento dei costi o niente lavoro. «Oggi ci scade l’appalto, se non viene rin­no­vato andiamo tutti e 340 a casa», urla un lavo­ra­tore nella folla accal­cata per ascol­tare dal mega­fono. Il com­pro­messo sarebbe quello «di rin­no­vare l’appalto di 10–20 giorni», spiega a parte Cipolla. Ma di cer­tezze non ce sono. E i lavo­ra­tori urlano e non ci stanno ad anda­r­sene a casa.

Pas­sano pochi minuti e parte il coro: «L’operaio non si tocca, l’operaio non si tocca». Lo can­tano i lavo­ra­tori della Trw di Livorno, arri­vati a dare il cam­bio a quelli di Terni, uniti anche da un gemel­lag­gio delle tifo­se­rie cal­ci­sti­che, tra le poche rima­ste di sini­stra. I dele­gati di Terni dopo un rapido accordo con Lan­dini deci­dono allora di acco­gliere la richie­sta: «Rima­niamo qui un’ora per soli­da­rietà coi livor­nesi». E da sta­mat­tina si torna a pre­si­diare viale Brin. La casa di tutta Terni.

Massimo Franchi

Fonte: Il Manifesto

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Galleria  —  Pubblicato: 30 ottobre 2014 in Prima Pagina
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Centinaia di lavoratori della Ast di Terni hanno raggiunto Roma questa mattina per protestare contro gli annunciati 500 licenziamenti da parte dell’azienda Thyssen Krupp che controlla l’acciaieria ternana.

La manifestazione si è diretta inizialmente sotto l’ambasciata tedesca della capitale, dove si è svolto un presidio. Intorno alle 13 i lavoratori hanno poi deciso di muoversi in corteo in direzione del Ministero dello Sviluppo Economico, ma sono stati bloccati poco dopo dai cordoni della celere. Quando gli operai hanno rivendicato il proprio diritto a raggiungere il Ministero, la reazione della polizia non si è fatta attendere e all’altezza di piazza Indipendenza sono partite alcune cariche per bloccare il corteo. Tre manifestanti sono rimasti feriti e portati al pronto soccorso.

Dopo le manganellate i lavoratori dell’acciaieria Ast sono riusciti infine a raggiungere il Ministero, dove una delegazione – guidata dal segretario Fiom Maurizio Landini – ha ottenuto un incontro. All’esterno intanto prosegue il presidio degli operai in una piazza blindatissima e guardata a vista dalla polizia. Assieme a loro anche i dipendenti della Jabil di Marcianise, in provincia di Caserta, che si trovavano già in piazza in difesa del proprio posto di lavoro.

Emblematiche le dichiarazioni di Landini, che solo due settimane fa tuonava dal palco torinese dando degi “sciocchi” agli studenti che in piazza Castello resistevano alla pioggia di lacrimogeni sparati dalla polizia, e che oggi invece parla di una violenza inaccettabile e senza motivo e scopre che i manganelli del governo Renzi fanno male e non risparmiano nemmeno i lavoratori.

Al di là del coro unanime di condanna delle cariche che si è subito levato da sindacati confederali, Sel e M5S (e dell’ipocrita presa di parola del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Delrio, che ha promesso di “verificare e indagare sull’accaduto”), la reazione contro i lavoratori delle acciaierie Ast è l’ennesima doccia di realtà. Belle parole dal palco della Leopolda e selfie a parte, il governo Renzi conferma la propria volontà di chiudere la porta in faccia a qualsiasi spazio di mediazione o contrattazione e quindi, dall’altra parte, la necessità di intraprendere strade differenti anche rispetto al conflitto sul lavoro.

Fonte: InfoAut

IL VIDEO DELLE CARICHE

Dilma Rousseff: 'Do I look happy, Mr Obama?'

Dilma Rousseff è stata rieletta presidente del Brasile per i prossimi quattro anni. Lo ha annunciato il Tribunale elettorale quando è stato scrutinato il 98% delle schede. Rousseff è stata rieletta al secondo turno con il 51,64% dei voti, pari a 54.498.042 voti. Il suo sfidante Aecio Neves ha ottenuto il 48,36%, pari a 51.040.588 preferenze.

Queste elezioni sono state considerate tra le più incerte degli ultimi 25 anni. Rousseff è arrivata in testa al primo turno del 5 ottobre con il 41,9% e secondo i sondaggi avrebbe dovuto vincere con il 53-54%.

Straordinarie le cifre sulla partecipazione. Gli aventi diritto al voto erano 142.822.046, i voti validi sono stati 105.538.630. La percentuale di votanti e’ stata del 78,9%, quella degli astenuti il 21,1%. Le schede bianche sono state 1.921.803 (pari all’1,71%), quelle nulle 5.219.538 (4,63%).

La Rousseff porta in dote i considerevoli risultati raggiunti in questi ultimi 12 anni dal partito dei Lavoratori (Pt) al potere, prima con i due mandati di Inacio lula da Silva e poi con il suo. Non si tratta di cose da poco: secondo dati diffusi in settembre dall’Onu la povertà estrema si è ridotta del 75% e il livello di denutrizione si è dimezzato grazie al programma Beca Familia, di cui beneficiano 56 milioni di persone. Il tasso di disoccupazione ha inoltre toccato il minimo storico del 5% e sono stati creati 21 milioni di posti di lavoro. Da quando il Partito dei Lavoratori è salito al potere con Inacio Lula nel 2003, il Brasile ha dato priorità assoluta all’integrazione regionale con i paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela) e ai rapporti con il gruppo dei paesi emergenti Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica).

Il Brasile, che ha più di 200 milioni di abitanti, è il quinto Paese più esteso e la settima economia mondiale e i numeri della votazione sono a misura di colosso continentale: 142,8 milioni di elettori, di cui 354 mila all’estero, 425 mila seggi elettorali e oltre 530 mila urne elettroniche.

Nata a Belo Horizonte il 14 dicembre 1947, figlia dell’imprenditore e poeta bulgaro Pedro Rousseff, e di una maestra brasiliana, la Rousseff iniziò i suoi studi in una prestigiosa scuola cattolica ma presto – a 17 anni – si appassionò di politica maturando idee marxiste. Si unì successivamente al gruppo Politica Obrera (Polop), poi a movimenti più radicali – tra cui Comando de Liberación Nacional (Colina). Fu addestrata alla guerriglia anche se, assicura, non partecipò ad azioni armate. Nel gennaio 1970 fu catturata dalla polizia politica di Sao Paulo e sottoposta a torture: “Nessuno esce da queste cose senza essere segnato”, ha spiegato una volta durante un’intervista. Liberata nel 1972, Roussef si dedicò all’unica figlia, Paula, e completò i suoi studi di economia. Tornò in politica negli anni Ottanta nel Partito democratico laburista (Pdt). Ministro dell’Industria, dell’Energia e delle Comunicazioni dello stato di Rio Grande do Sul, nel 2001 lasciò il Pdt per unirsi al Pt. Due anni più tardi, Lula la nominò ministro dell’Energia, scegliendola poi come sua erede politica. A questa scelta si è aggiunto il raffreddamento dei rapporti con gli Stati Uniti, specie dopo che, nell’ambito delle rivelazioni di Edward Snowden, si è scoperto che gli Stati Uniti intercettavano le telefonate della Rousseff.

Fabrizio Salvatori

Fonte: Controlacrisi

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Galleria  —  Pubblicato: 27 ottobre 2014 in Prima Pagina
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Un milione. O forse più. Lo dice dopo l’una anche l’organizzazione della Cgil. La stessa che fino a pochi minuti prima aveva con­fer­mato di non voler dare numeri. Ma il rag­giun­gi­mento dell’asticella messa così in alto pro­prio da Mat­teo Renzi ieri è come una libe­ra­zione per il sin­da­cato rosso. Che in forma ano­nima si lascia andare all’esultanza: «Ce l’abbiamo fatta», «esi­stiamo ancora» e soprat­tutto «Renzi deve fare i conti con noi».

Il cal­colo dei par­te­ci­panti è quasi impos­si­bile. A chi era in una piazza San Gio­vanni, come dimo­strano le foto dall’alto, piena come un uovo, andreb­bero som­mati i tan­tis­simi che hanno desi­stito ad arri­varci.
All’una e un quarto — ben quat­tro ore dopo la par­tenza pre­vi­sta — c’erano ancora per­sone che sta­vano lasciando piazza Ese­dra. Anche nell’altro cor­teo pro­ve­niente da Ostiense, e che arriva a piazza San Gio­vanni da sopra, tan­tis­sime per­sone deci­dono di non sot­to­porsi alla stret­toia della strada, ridotta in lar­ghezza per le tran­senne. Il tappo che si crea fa pro­ce­dere tutti len­ta­mente e arri­vare in piazza per molti diventa una pro­ces­sione laica.

Il tutto è acca­duto nono­stante la gior­nata di ieri pas­serà alla sto­ria sin­da­cale per essere stata la prima in cui un cor­teo sia par­tito in largo anti­cipo. Davanti alla sta­zione Ter­mini e nella vicina piazza Ese­dra la folla aveva già riem­pito tutto lo spa­zio pos­si­bile ben prima delle nove. L’organizzazione ha così deciso di far par­tire la testa del cor­teo gui­data da Susanna Camusso con più di mezz’ora d’anticipo. Si scende per via Cavour di buon passo. Tanto che la Rete stu­denti medi — tan­tis­simi, vera sor­presa della mat­ti­nata — devono rin­cor­rere per pren­dersi la posi­zione a loro dedi­cata, appena dopo la testa del cor­teo. Men­tre Camusso e Lan­dini si spo­stano all’altro cor­teo, l’avanguardia arriva a piazza San Gio­vanni. Sono le dieci. Se le pre­senze non fos­sero «molto oltre le aspet­ta­tive», a quest’ora di solito si doveva ancora partire.

L’infinito ser­pen­tone rosso è uno spet­ta­colo per gli occhi. È ani­mato da per­sone di tutte le età. Si va dai tre anni di Gabriel — che è venuto con mamma e i due fra­telli Andrea (11 anni) e Gio­vanni (14) da Tor­ritto, pro­vin­cia di Bari — e del suo pas­seg­gino agli 86 di Rita, che da Fro­si­none a piazza San Gio­vanni è arri­vata in tempo per sedersi su una delle pan­chine di marmo sul lato della chiesa. Lei fa parte dei tanti dello Spi, la mac­china da guerra gui­data da Carla Can­tone, che ieri ave­vano deciso di sfi­lare con la pet­to­rina «Largo ai giovani».

Il nome più get­to­nato però è quello di Marta. La mamma citata da Renzi nel video della pic­cata rispo­sta alla Camusso che lo para­go­nava alla That­cher è diven­tato pro­ver­biale. Le magliette con il suo nome spo­po­lano. Sono aran­cioni quelle delle stu­den­tesse medie, bian­che quelle con l’hashtag #aidi­rit­ti­non­si­cam­bia­verso, la stessa che Susanna Camusso sfog­gerà per il suo discorso dal palco.

La «Marta» della Cgil aveva par­lato un’ora prima. Non si trat­tava — anche se in verità non tutti l’hanno capito — della stessa ragazza citata da Renzi, ma di un’omonima con una sto­ria simile. «Ciao Mat­teo sono Marta, so che sei impe­gnato alla Leo­polda ma avrai 5 minuti per sen­tire la mia sto­ria», attacca dal palco. Si chiama Marta Alfieri ed è una lavo­ra­trice delle Poste, ini­zial­mente — e que­sta è un’altra sor­presa — iscritta alla Cisl. Dopo diversi con­tratti pre­cari, Marta fa ricorso alle Poste, gra­zie all’aiuto del sin­da­cato, viene sta­bi­liz­zata e ottiene i diritti che Renzi ora vor­rebbe darle. «Il lavoro non deve essere merce. Ci sono bat­ta­glie che abbiamo l’obbligo di com­bat­tere fino in fondo».

Tan­tis­simi anche i lavo­ra­tori migranti. Spe­cie quelli sta­gio­nali dell’agricoltura e quelli della logi­stica. Gjoka è alba­nese e sfila di fianco a Kumar, che è indiano. Entrambi lavo­rano nei magaz­zini di Pia­cenza, vera capi­tale della logi­stica in Ita­lia, da Ama­zon in giù. «Era­vamo quasi tutti pagati in nero e sfrut­tati. Assieme all’Usb, la Cgil ci ha aiu­tato e abbiamo por­tato avanti uno scio­pero con pic­chetto di un mese», rac­conta Gjoka che dei due se la cava meglio con l’italiano. «L’azienda ha dovuto rico­no­scerci il con­tratto nazio­nale e se prima gua­da­gna­vamo 900 euro al mese, ora arri­viamo anche a 1.400. Lavo­riamo fino a 45 ore a set­ti­mana, ma abbiamo ferie e malat­tie assi­cu­rate. Insomma, gra­zie al sin­da­cato siamo garan­titi. Io dell’articolo 18 ho capito que­sto: il padrone non mi può licen­ziare se mi com­porto bene. Mi sem­bra una cosa nor­male, non vedo per­ché dovreb­bero eli­mi­narlo», dice con fac­cia sorpresa.

Poco dopo arriva in piazza San Gio­vanni anche la dele­ga­zione di Imola, terra di quel Giu­liano Poletti che ora è mini­stro del Lavoro, inven­tore del decreto che ha libe­ra­liz­zato i con­tratti a ter­mine e che dovrà scri­vere for­mal­mente la delega in bianco del Jobs act. Basta pro­fe­rire il nome Giu­liano e la rea­zione è istan­ta­nea. «A uno che ti ha dato da man­giare e man­gia con te da 30 anni non puoi voler­gli male», rac­conta Andrea, 52enne lavo­ra­tore edile che di roma­gnolo ha anche l’aria sba­raz­zina. «Per noi Poletti rimane sem­pre una per­sona spe­ciale, però è anche vero che pro­prio per que­sto non dovrebbe trat­tarci così: toglierci quei diritti che in qual­che modo lui stesso ci ha fatto godere, assi­cu­ran­doci un lavoro sicuro», spiega tenendo lo stri­scione della Fil­lea Imola.

La vera star dei cor­tei è indi­scu­ti­bil­mente Mau­ri­zio Lan­dini. Quasi a volersi distin­guere, il lea­der dei metal­lur­gici della Cgil que­sta volta ha optato per la felpa nera grif­fata Fiom. A chi gli fa notare la cosa, risponde che «la scritta è rossa e comun­que io sono rosso 365 giorni l’anno». Viene scor­tato dal ser­vi­zio d’ordine ma non rie­sce a fare più di dieci metri senza essere fer­mato. Chi gli stringe la mano, chi vuole fare una foto con lui. La pazienza è una dote acqui­sita per il reg­giano Lan­dini. Si ferma, sor­ride e non dice mai di no. Alla fine chi gli sta vicino stima in 150 le foto e almeno 300 le strette di mano. Fra que­ste non ci sarà Cele­ste, 64 anni da Ver­celli che si è fatta fare una maglietta rossa per­so­na­liz­zata: “Io sto con Lan­dini”. «Mi è costata 10 euro e l’ho fatto per­ché lui è l’unica per­sona seria rima­sta». Le foto più sen­tite sono con gli ope­rai della Ast di Terni, per Ste­fano che ha par­lato dal palco: con loro indossa anche il caschetto azzurro dell’acciaieria di pro­prietà Thyssen.

I sor­risi però lasciano poi spa­zio alla pre­oc­cu­pa­zione per quella che sta diven­tando «una nuova Pomi­gliano»: l’azienda gui­data dalla taglia­trice di teste Lucia Mor­selli — che l’altra notte si è pre­sen­tata al pre­si­dio «pro­vo­cando per farsi menare, ma noi siamo stati più intel­li­genti e ce ne siamo andati» — pro­pone 80mila euro per andar­sene e molti stanno accet­tando, lasciando i col­le­ghi a lot­tare senza armi con­tro la dismissione.

Lasciati i suoi ope­rai, Lan­dini abbrac­cia Ser­gio Cof­fe­rati. Il sipa­rietto diventa comico quando i due si intrat­ten­gono con la dele­ga­zione Ig Metall in visita in Ita­lia, ospite della Fiom Emi­lia Roma­gna: «Pensa, un cinese che parla con dei tede­schi, è il futuro del mondo», dice Lan­dini fra le risate. La discus­sione si fa seria quando si parla di scio­pero dei metal­mec­ca­nici: «Se Renzi non ci ascolta sarà ad ini­zio dicem­bre», spiega a Cof­fe­rati che annuisce.

Per l’annuncio di quello dell’intera Cgil basterà atten­dere le parole di Susanna Camusso. Il suo comi­zio è tenuto con tutto il gruppo dri­gente — una qua­ran­tina fra segre­tari con­fe­de­rali, di cate­go­ria e regio­nali — sul palco. Lan­dini è in disparte sulla sini­stra. Ma applaude con­vinto. La Cgil c’è ed è unita. Ed è una buona notizia.

Massimo Franchi

Fonte: Il Manifesto