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Ieri mattina in via degli Ontani si è consumato un rito quotidiano che riguarda 10 famiglie al giorno. Questo è il dato degli sfratti a Roma, 9 su 10 per morosità incolpevole. Sarebbe passato inosservato se Farook fosse uscito senza opporre resistenza, incrementando il numero dei senza casa che vivono nella capitale. Invece, coraggiosamente, insieme a decine di solidali e alla rete antisfratto di Roma est, si è barricato in casa con i propri figli e sua moglie.

Imponente lo schieramento delle forze dell’ordine impiegato in ausilio dell’ufficiale giudiziario incaricato del provvedimento, come del resto è avvenuto 2.409 volte su 5.438 richieste di forza pubblica per l’esecuzione degli accessi a Roma nel 2013. Il dispiegamento di polizia è avvenuto dalle prime ore del mattino e si è servito di gas lacrimogeni e manganellate per rimuovere, poco dopo le 6, il picchetto di solidarietà attiva in via degli Ontani 66. (Qui una breve cronaca della mattinata)

Questo avviene a due giorni dall’approvazione in consiglio comunale di una mozione sulle morosità incolpevoli che chiede al Prefetto una graduazione negli sfratti, un accompagnamento sociale e la garanzia del passaggio da casa a casa. La risposta della questura, della procura e della Prefettura quindi non è per nulla condizionata dalle parole delle amministrazioni e costringe tutti a fare i conti con un’altra realtà, molto più drammatica e con unica soluzione: la proprietà privata va difesa con ogni mezzo. D’altra parte è questo l’orizzonte verso il quale guardano i provvedimenti governativi che vengono approvati in questi giorni.

Il diritto alla casa è nelle mani dell’autorità giudiziaria e della forza pubblica quindi e a nulla valgono mozioni e ordini del giorno. La “rigenerazione urbana” passa attraverso sgomberi, sfratti, pignoramenti, dismissioni e gabelle sulla prima casa. La giunta Marino oramai è complice di scelte nazionali che sono devastanti per il territorio e per la città di Roma.

Nel 2013 le sentenze di sfratto sono state 7.743, di cui 5.509 per morosità, testimonianza viva di una crisi sociale profonda. Nessuna soluzione pubblica appare disponibile e quindi il rischio che la proprietà privata debba fare un passo indietro è molto forte, che la resistenza agli sfratti possa crescere è possibile, che le occupazioni per necessità possano ripartire con rinnovata forza è credibile, allora non rimane che la coercizione e la repressione di chi si organizza per resistere.

Non ci sono processi partecipativi o dispositivi di mediazione possibili e che ci possano garantire il diritto alla città che reclamiamo. Il modello Roma di Marino e della sua giunta svanisce sommerso da una degenerazione culturale tutelata dagli uomini in divisa che oggi presidiano in forze il V municipio, buttano fuori violentemente Farook e famiglia dalla casa dove abita, ridono sprezzantemente verso coloro che coraggiosamente si oppongono, minacciano arresti e misure cautelari. Mentre poi, per niente coraggiosi, provano a coprire la verità, negando l’uso dei lacrimogeni.

Il controllo sociale a tutela del manovratore è la nuova fisionomia del paese e della nostra città. Ora è il momento di dover decidere da che parte stare e questo riguarda non solo chi già sta confliggendo con questi dispositivi. E’ necessario che tutti prendano parola contro quello che prende sempre più la forma di un massacro sociale.

In un momento in cui perfino il Sunia sta criticando i provvedimenti del governo sugli affitti pseudo agevolati per consentire ai costruttori di liberarsi dell’invenduto senza perdere profitti, non resta che rilanciare e utilizzare con urgenza la delibera regionale sull’emergenza abitativa, rafforzare i picchetti antisfratto, presidiare il patrimonio pubblico in dismissione, esercitare il diritto alla città attraverso nuove pratiche di riappropriazione.

Rilanciamo la mobilitazione di domani sotto l’assessorato alla casa della regione Lazio, verso la settimana di mobilitazione europea 10-18 ottobre.

Movimenti per il diritto all’abitare

IL VIDEO DELLO SFRATTO A ROMA

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La Com­mis­sione Lavoro del Senato ha appro­vato la delega lavoro: il Jobs Act modi­fi­cato dall’emendamento sul con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato a tutele cre­scenti così si avvia verso l’Aula, dove verrà votato mar­tedì pros­simo. Mau­ri­zio Sac­coni, Ncd e pre­si­dente della Com­mis­sione, parla di «gior­nata sto­rica». Secondo l’ex mini­stro del Lavoro del governo Ber­lu­sconi, infatti, ieri è defunto l’articolo 18. Il Pd invece resta diviso, a tratti nel caos, ma il dorso con­vin­ta­mente ren­ziano che lo guida è già pronto a festeg­giare con Sac­coni e Pie­tro Ichino.

Tutti gli 8 com­po­nenti Pd della Com­mis­sione del Senato hanno votato sì alla delega, men­tre Sel e M5S si sono alzati al momento del voto, e Forza Ita­lia si è aste­nuta. Per quanto riguarda il Pd, c’è solo da spe­rare nella Camera, e nel pres­sing inin­ter­rotto di alcuni espo­nenti cri­tici. Ieri Mat­teo Orfini, pre­si­dente dell’assemblea nazio­nale del par­tito, ha par­lato della «neces­sità di cor­re­zioni impor­tanti al testo», men­tre l’ex segre­ta­rio Pier­luigi Ber­sani ha citato «inten­zioni sur­reali» che avrebbe visto nell’azione del governo.

Ma soprat­tutto resta agguer­rito Cesare Damiano, pre­si­dente della Com­mis­sione Lavoro della Camera: luogo dove il Jobs Act è atteso una volta licen­ziato dal Senato. In una inter­vi­sta al Sole 24 Ore, ieri ha notato che que­sta volta l’iter delle tre let­ture si con­clu­derà al Senato («al con­tra­rio di quanto è avve­nuto con il decreto Poletti»), e che quindi se si vorrà «stare nei tempi sta­bi­liti», ovvero entro fine otto­bre, il Senato dovrà «rati­fi­care le modi­fi­che che pro­por­remo alla Camera».

Damiano intende intro­durre cam­bia­menti su «deman­sio­na­mento e video­sor­ve­glianza», ma anche «sull’articolo 19 dello Sta­tuto, sulla rap­pre­sen­tanza». Sul nodo chiave, quello dell’articolo 18, per ora pre­fe­ri­sce non dichia­rare se pre­sen­terà emen­da­menti o meno, per­ché prima vuole «che sia defi­nita la posi­zione del Pd»: nella dire­zione del 29 set­tem­bre, ma pure attra­verso una riu­nione ad hoc di tutti i par­la­men­tari Pd con il governo, che ha richie­sto pro­prio ieri con una nota.

Se il Senato non dovesse rati­fi­care le modi­fi­che della Camera, «potrebbe avviarsi un ping pong», spiega Damiano, che mol­ti­pli­che­rebbe i pas­saggi, allun­gando i tempi. Certo, dall’altro lato il pre­mier avrebbe sem­pre pronta la carta, già minac­ciata e per ora tenuta in caldo, del decreto d’urgenza: Renzi ha già chia­rito che nel suo pro­getto il Jobs Act deve essere appro­vato entro la fine di otto­bre, per arri­vare entro marzo ai decreti dele­gati. Che, va ricor­dato, pre­ve­dono solo un pas­sag­gio con­sul­tivo alle com­mis­sioni com­pe­tenti, e nes­sun voto in Aula.

Non è detto però che gli “scon­tenti” del Pd saranno dispo­sti ad accet­tare il diktat della mag­gio­ranza, quando si sarà fatto un punto alla dire­zione del 29: potreb­bero pro­ce­dere, in sede di voto par­la­men­tare, a titolo per­so­nale. «Cia­scuno di noi valu­terà come com­por­tarsi, come è già avve­nuto con la legge elet­to­rale – ha con­cluso il pre­si­dente della Com­mis­sione Lavoro – È in gioco il patri­mo­nio di valori della sini­stra». Ma potreb­bero essere solo gene­rose testi­mo­nianze di ban­diera, tanto più vista la spre­giu­di­ca­tezza del capo del governo nel cer­care il soste­gno di Forza Ita­lia, quando serve.

Ieri comun­que dallo staff di Renzi si è fatto sapere che all’ultimo incon­tro con Ber­lu­sconi, in effetti lea­der di Fi avrebbe offerto il suo soste­gno, rifiu­tato però dal pre­mier. Ma ogni giorno ha il suo affanno, e si sa che Renzi pre­fe­ri­rebbe optare per la solu­zione Sacconi/Ichino, che eli­mina il reintegro.

Alcuni espo­nenti del Pd hanno già chia­rito la pro­pria posi­zione, andando oltre l’ambiguità della for­mula della delega, che lascia aperte entrambe le pos­si­bi­lità: man­te­nere il rein­te­gro, o sosti­tuirlo con un risar­ci­mento. Ales­san­dra Moretti, dall’europarlamento, invita il Paese a «far­sene una ragione: l’articolo 18 è stato supe­rato dalla realtà». E pro­pone uno scam­bio: «Ammor­tiz­za­tori sociali e tutele cre­scenti, in cam­bio del reintegro».

La bat­ta­glia, a que­sto punto, sarà sull’interpretazione della for­mula ambi­gua della delega. Anzi, a rigore, poi­ché il testo non intro­duce un nuovo con­tratto di inse­ri­mento a tutele cre­scenti, idea ori­gi­na­ria del Pd, ma un «con­tratto inde­ter­mi­nato a tutele cre­scenti» (che quindi sosti­tui­sce quello attuale), potrebbe aver ragione il duo Sacconi/Ichino, visto che in effetti non si cita mai il reintegro.

Sac­coni infatti ieri dichia­rava, in sici­liano, al Cor­sera: «Comu fini­sci, si cunta, se ne riparla quando tutto sarà finito. Io festeg­gio già ora, altri non mi pare lo facciano».

Antonio Sciotto

Fonte: Il Manifesto

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Galleria  —  Pubblicato: 19 settembre 2014 in Prima Pagina
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Ber­lu­sconi arriva a palazzo Chigi a metà pome­rig­gio, affian­cato dal gran ciam­bel­lano Gianni Letta. Denis Ver­dini, che del padrone di casa è intimo, era arri­vato da solo, in anti­cipo. Anche l’ospite si pre­senta affian­cato dagli «uomini di fidu­cia», Lotti e Gue­rini. Il quarto ver­tice del Naza­reno è uffi­ciale, come di più non si può. Non è un ver­tice di mag­gio­ranza, di quelli dove la rissa è sem­pre in agguato. Somi­glia caso­mai agli incon­tro «del cami­netto» tra Ber­lu­sconi e Bossi, quelli dove si deci­deva la linea dei governi di cen­tro­de­stra. Ed è così anche sta­volta, per­ché Ber­lu­sconi starà pure all’opposizione, però sulle mosse del governo ha più voce in capi­tolo lui di chiun­que altro, escluso Renzi.

La coreo­gra­fia ha il suo signi­fi­cato poli­tico. L’asse, ora, deve invece essere ben visi­bile e osten­tato. Un po’ per ras­si­cu­rare l’Europa dimo­strando che da noi governo e oppo­si­zione vanno d’amore e d’accordo. Un po’ per­ché alla truppa for­zi­sta, costretta a stare di fatto ma non di nome in mag­gio­ranza, biso­gna dare la sod­di­sfa­zione di un rico­no­sci­mento vistoso.

Renzi è pron­tis­simo a con­ce­dere que­sto e altro. Sa che il socio arriva tor­men­tato da una pre­oc­cu­pa­zione da starci sve­gli la notte. Nella dimora azzurra, da giorni, si è dif­fusa l’angosciante sen­sa­zione che Renzi pensi non a mille ma a cento giorni o giù di lì, che intenda cavarsi dall’impaccio della disa­strosa situa­zione eco­no­mica con il ricorso al voto anti­ci­pato in pri­ma­vera e che gli occorra solo la nuova legge elet­to­rale per rom­pere gli indugi.

È quello che teme da sem­pre l’opposizione interna agli azzurri: Min­zo­lini lo ha detto a più riprese, ma Raf­faele Fitto è altret­tanto con­vinto. Ora però a temere la fre­ga­tura die­tro l’angolo non solo più solo i riot­tosi, ma i pila­stri del cer­chio magico come Ghe­dini. E Ber­lu­sconi stesso. Per­ché mai altri­menti il gio­va­notto avrebbe preso all’improvviso la rin­corsa? Se que­sto è il pro­get­tino, Fi non ha alcuna inten­zione di spal­leg­giarlo: nel caso molto meglio tenersi la legge elet­to­rale che adesso c’è, il con­sul­tel­lum.

Le paure dell’amico Sil­vio, don Mat­teo le cono­sce una per una, e fa il pos­si­bile per dis­si­parle. Il voto anti­ci­pato, assi­cura, è escluso. Il governo tira dav­vero a tagliare il tra­guardo della legi­sla­tura. Ma acce­le­rare è d’obbligo, sia per­ché lasciare vacante la casella della riforma elet­to­rale signi­fica infi­ciare agli occhi del popolo ita­liano ogni altro risul­tato del governo, sia per­ché Napo­li­tano aspetta solo quella nuova legge per pren­dersi il riposo che attende da parec­chio, e non vor­rebbe arri­vare oltre i primi mesi del 2015.

Il part­ner costretto a divi­dersi tra la guida (occulta) dello Stato e i ser­vizi sociali si con­vince. Accetta la nuova tabella di mar­cia. L’Ita­li­cum o cosa per lui dovrà essere pronto per l’inizio dell’anno nuovo, senza che ciò com­porti una con­vo­ca­zione dei comizi elet­to­rali né imme­diata né a breve. Resta da chia­rire un par­ti­co­lare: come cam­biare l’Ita­li­cum mede­simo, per­ché sulla neces­sità di «rive­derlo pro­fon­da­mente» il pre­si­dente non ha lasciato dubbi di sorta. Da que­sto punto di vista, il Nazareno-4 non basta a sbloc­care del tutto la situa­zione. Sulle pre­fe­renze l’accordo c’è: capo­li­sta bloc­cato e di lì in giù le pre­fe­renze. Se i par­titi più pic­coli, e in par­ti­co­lare l’Ncd, insi­ste­ranno, gli si con­ce­de­ranno le can­di­da­ture mul­ti­ple, così potranno piaz­zare qual­che pre­fe­rito pur pren­dendo un solo seg­gio per col­le­gio. Sulla soglia dei coa­liz­zati al 4% l’intesa è altret­tanto per­fetta. Ma sulla dimi­nu­zione dell’8% per i par­titi al di fuori delle coa­li­zioni invece il baro­me­tro segna tem­pe­sta. Renzi chiede il ridi­men­sio­na­mento, anche per­ché que­sto invoca il Colle. Ber­lu­sconi da quell’orecchio non ci sente, per­ché deve impe­dire a tutti i costi che i tra­di­tori cen­tri­sti pos­sano cor­rere da soli. E qui l’intesa appare ancora distante.

Gue­rini, al ter­mine della chiac­chie­rata durata poco più di un’ora e mezzo, giura che di Con­sulta e Csm non si è par­lato se non per applau­dire il monito di Napo­li­tano. Non potrebbe fare diver­sa­mente, dal momento che il Pd insi­ste nel gio­care ancora la stro­pic­ciata carta Vio­lante oggi: allu­dere a pos­si­bili cambi di cavalli vor­rebbe dire sep­pel­lirlo. Ma è asso­lu­ta­mente pro­ba­bile che a una diversa solu­zione qual­che accenno, forse qual­cosa in più, ieri a palazzo Chigi lo si sia fatto, e forse anche qual­che nome.

Non si è par­lato invece di eco­no­mia. Quella è la trama delle pros­sime pun­tate. Terrà banco nei pros­simi ver­tici del Naza­reno, insieme a una fac­cenda di impor­tanza cru­ciale: il nome del suc­ces­sore di Gior­gio Napolitano.

Andrea Colombo

Fonte: Il Manifesto

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Galleria  —  Pubblicato: 18 settembre 2014 in Prima Pagina
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Il sindaco di Gioi Andrea Salati ha scritto un’altra accorata lettera al procuratore generale del Tribunale di Vallo della Lucania, Giancarlo Grippo, in merito alla questione del Saut di Gioi: ridimensionato con un provvedimento dal Direttore Generale dell’Asl Salerno. Nella missiva, che segue a un’altra inviata qualche settimana fa, si legge: “Veniamo a disturbarla a pochi giorni di distanza dal tragico incidente in motocicletta in cui è incappato  un giovane di Gioi che purtroppo ha perduto la vita. Lungi dal voler strumentalizzare la tragedia, ma di certo il fatto ripropone in modo perentorio la problematica del presidio di emergenza-urgenza che serve l’intero territorio a nord di Vallo della Lucania”.

Come nella missiva precedente anche in questa Salati pone l’attenzione sulla configurabilità di “…interruzione di pubblico servizio nel provvedimento che è stato adottato e che prevede l’attività sanitaria di emergenza-urgenza dalle 8 alle 20. Manco a dirlo l’evento che ho citato è capitato nella nottata per cui senza la presenza del medico l’incidentato è stato trasportato senza i dovuti primi soccorsi all’Ospedale di Vallo della Lucania”. Quindi il primo cittadino si pone una domanda: “E se la presenza del medico avesse attenuato le condizioni critiche, davvero si sarebbe giunti allo stesso drammatico epilogo?”.

La risposta non ci può essere, ma Salati afferma: “L’evidenza dice che l’emergenza-urgenza deve avere ambulanza e medico sempre disponibili perché la malattia non viene a comando”. Nel frattempo lo stesso sindaco ha reso noto che sono state avviate le procedure per il ricorso al Tar.

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Doveva fare un vero blitz per visitare, da presidente del Consiglio, il cantiere della Tv Torino-Lione a Chiomonte, ma Matteo Renzi si potrebbe tenere lontano dalla valle. La decisione sarebbe stata presa nelle ultime ore per cercare di allievare la protesta che andava crescendo visto che i No Tav avevano già preparato un doppio raduno di protesta alle 10.00 a Giaglione e alle 11.00 a Chiomonte.

Renzi doveva incontrare una  delegazione di parlamentari Pd, con il senatore Stefano Esposito, vice-presidente della Commissione Trasporti. Nonostante tutto però i No Tav non si fidano e comunque si raduneranno come da programma per vigilare che effettivamente Renzi non si faccia vedere in Valle.