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E’ stato rinviato a giudizio dello scrittore Erri De Luca, accusato di istigazione a delinquere per aver sostenuto pubblicamente che “la Tav va sabotata poiché è un’opera nociva e inutile”. Queste ed altre dichiarazioni furono rilasciate dallo scrittore a inizio settembre all’Huffington Post, in un’intervista in risposta alle accuse lanciate dell’ex Procuratore Caselli agli intellettuali di sinistra rei, a suo dire, di “sottovalutare pericolosamente l’allarme terrorismo” in Val di Susa.

Immediata fu la reazione di Ltf, azienda responsabile dei lavori, che presentò una denuncia e su di essa venne aperto un fascicolo. A fine febbraio i due pm con l’elmetto Rinaudo e Padalino avevano già concluso le indagini, contestandogli il reato di istigazione al sabotaggio. Le parole dello scrittore saranno quindi giudicate in processo e il 5 giugno si terrà l’udienza preliminare. La rapidità di tale rinvio non stupisce e neanche la tempestività di tale atto poiché si avvicina la data del 10 maggio, giorno in cui il movimento No tav scenderà in piazza a Torino dietro lo striscione “Siamo tutti colpevoli di resistere”.

Una giustizia ad orologeria quindi, che va a colpire chi in tutte le occasioni ha ribadito e rivendicato il sostegno alla lotta del movimento No Tav e ai suoi attivisti perseguitati dalla Procura torinese. Evidenziamo come un appello dal titolo “Contro la vendetta di stato, per la giustizia. Con Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, per tutte e tutti noi” sottoscritto dallo scrittore e da molti altri intellettuali del nostro paese che sta circolando da alcuni giorni e raccogliendo centinaia di firme, abbia scatenato in questi giorni le dichiarazioni a mezzo stampa dei più improbabili personaggi della misera galassia Si Tav.

Fonte: InfoAut

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Aveva la purezza di un bam­bino e un talento cosmico. Così diceva Fidel Castro par­lando di Gabriel Gar­cia Mar­quez, Nobel per la let­te­ra­tura nell’82, morto a Città del Mes­sico all’età di 87 anni. Lo scrit­tore colom­biano, da tempo malato, è stato stron­cato da una pol­mo­nite che lo ha costretto al rico­vero per alcuni giorni e ieri, 17 aprile, si è spento nella sua casa nella capi­tale del Mes­sico, sua seconda patria, dove ha tra­scorso 60 anni. Accanto a lui c’erano la moglie Mer­ce­des Bar­cha e i suoi figli Rodrigo e Gonzalo.

Il pre­si­dente colom­biano Juan Manuel San­tos ha scritto un mes­sag­gio per dare l’ultimo saluto a Gabo: «Mille anni di soli­tu­dine e tri­stezza per la morte del più impor­tante colom­biano di tutti i tempi», nato il 6 marzo 1927 ad Ara­ca­taca, nella con­tea di Magdalena.

Mar­quez, che a vent’anni avrebbe por­tato con sé in un’isola deserta La Meta­mor­fosi di Kafka e Le mille e una notte, abbrac­ciava nel suo “rea­li­smo magico” un’idea della let­te­ra­tura e del mondo: per quanto abbia sem­pre negato di essere comu­ni­sta – nono­stante un legame stret­tis­simo con Fidel Castro – con­fessò al suo amico Pli­nio Apu­leyo Men­doz il suo desi­de­rio che il mondo fosse «socia­li­sta, e credo — disse — che prima o poi lo sarà». E nel discorso che pro­nun­ciò a Stoc­colma quando gli fu con­se­gnato il Nobel, disse che «Noi inven­tori di favole, che cre­diamo a tutto, ci sen­tiamo in diritto di cre­dere che non è ancora troppo tardi per intra­pren­dere la crea­zione di una nuova e deva­stante uto­pia della vita, dove nes­suno possa deci­dere per gli altri addi­rit­tura il modo in cui morire, dove dav­vero sia certo l’amore e sia pos­si­bile la feli­cità, e dove le stirpi con­dan­nate a cento anni di soli­tu­dine abbiano final­mente e per sem­pre una seconda oppor­tu­nità sulla terra».

E vent’anni prima, par­lando della rivo­lu­zione cubana, aveva detto di con­ti­nuare a cre­dere che «il socia­li­smo sia una pos­si­bi­lità reale».

Gior­na­li­sta, prima di diven­tare scrit­tore, in coin­ci­denza con la rivo­lu­zione cubana comin­cia a col­la­bo­rare come cor­ri­spon­dente da Bogotà di Prensa Latina, che tut­tora è l’agenzia uffi­ciale dell’Avana. Nel ’49 aveva comin­ciato a scri­vere suEl Heraldo, nella città di Barranquilla.

Nel 1955 pub­blica il suo primo romanzo, Foglie morte, fino a quel momento è sol­tanto autore di qual­che rac­conto e, come gior­na­li­sta, sta par­tendo per l’Europa. E’ solo al suo ritorno, dal 1961, che comin­ciano a riu­scire suoi libri: prima Nes­suno scrive al colon­nello, poi I fune­rali della Mama Grande, quindi La mala ora e nel 1967 Cent’anni di soli­tu­dine, che gli darà fama internazionale.

Prima che gli venga asse­gnato il Nobel per la let­te­ra­tura, nel 1982, usci­ranno ancora L’incredibile tri­ste sto­ria della can­dida Eren­dira e di sua nonna sna­tu­rataOcchi di cane azzurro e la sua più dura satira delle dit­ta­ture lati­noa­me­ri­cane, L’autunno del patriarca. Nel 1981 esce Cro­naca di una morte annun­ciata. Dopo il Nobel tre anni di attesa prima che venga dato alle stampe L’amore al tempo del colera e nel ’99 esce Il gene­rale nel suo labi­rinto, ispi­rato agli ultimi giorni di vita di Simon Boli­var. Tra i titoli più recenti, Dell’amore e altri demoni(1994) e Sto­ria di un seque­stro (1996), più alcune rac­colte di rac­conti. Nel 2002 è uscita la sua auto­bio­gra­fia, Vivere per rac­con­tarla.

Federico Scarcella

Fonte: Il Manifesto

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Galleria  —  Pubblicato: 18 aprile 2014 in Prima Pagina
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«Abbiamo assi­stito a cari­che vio­lente e ingiu­sti­fi­cate. Una gestione dell’ordine pub­blico che è apparsa fuori con­trollo: man­ga­nel­late e inse­gui­menti, nes­suna pos­si­bi­lità di trat­ta­tiva e vio­lenza gra­tuita con­tro donne incinta, signori di mezza età, atti­vi­sti che cer­ca­vano uno via d’uscita dalla situa­zione. Io mi tro­vavo là, in prima fila per pro­vare ad inta­vo­lare una trat­ta­tiva, ad evi­tare lo sgom­bero quando sono stato tra­volto e get­tato in terra». Que­sto il rac­conto del por­ta­voce dei Bloc­chi Pre­cari Metro­po­li­tani Paolo Di Vetta, appena uscito dall’ospedale, dove è dovuto ricor­rere a cure medi­che pro­prio per quelle man­ga­nel­late. È alto il bilan­cio dei feriti: almeno una decina di cui sei accom­pa­gnati al pronto soc­corso dopo lo sgom­bero di un’occupazione abi­ta­tiva avve­nuto ieri a Roma. Tutto ciò è avve­nuto men­tre davanti agli occhi di milioni di ita­liani ci sono ancora le imma­gini della mani­fe­sta­zione di sabato scorso, dove pro­prio la vio­lenza della poli­zia ai mani­fe­stanti aveva indotto il pre­fetto di Roma Ales­san­dro Pansa a pren­dere net­ta­mente le distanze e dare del «cre­tino» al poli­ziotto finito poi sotto accusa e ora indagato.

Sono le otto di mat­tina quando cen­ti­naia di agenti in anti­som­mossa scen­dono dalle camio­nette in via Bal­das­sarre Casti­glione, alla Mon­ta­gnola, quar­tiere a sud-ovest della Capi­tale. Qui lo scorso 7 aprile i movi­menti per il diritto all’abitare ave­vano occu­pato uno sta­bile abban­do­nato di pro­prietà dell’Inarcassa. Ieri mat­tina arriva però l’ordine di sgom­bero e le circa due­cento fami­glie di occu­panti, circa set­te­cento per­sone, deci­dono di resi­stere, ten­tano di evi­tare lo sgom­bero, bar­ri­cano gli ingressi del palazzo e in cen­ti­naia si river­sano sul tetto.

La situa­zione non si sblocca per diverse ore, fuori l’occupazione si forma un pre­si­dio di soli­da­rietà, arriva anche il pre­si­dente del muni­ci­pio Andrea Catarci (Sel) e la poli­tica si mette in moto per pro­vare a scon­giu­rare l’azione di forza con una trat­ta­tiva. E pro­prio quando sem­bra aprirsi uno spi­ra­glio, con la con­vo­ca­zione di un tavolo isti­tu­zio­nale nella sede dell’Ottavo muni­ci­pio, la situa­zione pre­ci­pita: gli agenti fanno irru­zione nell’edificio man­ga­nelli e scudi alla mano men­tre fuori gli animi si sur­ri­scal­dano, il pre­si­dio pro­te­sta, fa pres­sione sul cor­done di poli­ziotti ma la rea­zione di que­sti ultimi è vio­lenta, parte la carica e scop­pia il caos. Alcuni mani­fe­stanti si sdra­iano a terra, alzano le brac­cia, ma i poli­ziotti non hanno pietà, si acca­ni­scono in par­ti­co­lare con­tro i mani­fe­stante rima­sti a terra. Ne cir­con­dano uno, inerme (come mostra le imma­gini video) e lo mas­sa­crano a man­ga­nel­late: saranno dieci uomini in divisa armati con­tro uno a mani nude. Gli stessi diri­genti della Digos sem­bra non rie­scono a con­trol­lare la situa­zione. Ma non è ancora finita: di fronte alla rab­bia e al lan­cio di qual­che oggetto da parte dei senza casa che soc­cor­rono i loro com­pa­gni pestati a terra, la poli­zia infatti non arre­tra, carica di nuovo, man­ga­nella a casac­cio. Spac­cano la testa anche al lea­der degli occu­panti, Paolo Di Vetta, che finirà al pronto soc­corso insieme ad altri feriti (tra que­sti anche un fun­zio­na­rio della Digos).

«Pur­troppo la media­zione della poli­tica non è stata suf­fi­ciente — afferma Gian­luca Peciola capo­gruppo di Sel al comune di Roma accorso in via Casti­glione – la situa­zione però rischia di dege­ne­rare, e biso­gna pren­derla dall’alto. La mia soli­da­rietà va alle per­sone che sono state col­pite o aggre­dite, ci sono feriti e que­sto è gra­vis­simo. Serve un segnale da pre­fet­tura e organi gover­na­tivi, bloc­care gli sgom­beri anche per­ché ci sono stru­menti alternativi».

Le ope­ra­zioni di sgom­bero del palazzo occu­pato durano a lungo e mano a mano che la noti­zia delle vio­lenze si dif­fonde il pre­si­dio di soli­da­rietà cre­sce sem­pre di più, men­tre sui social e sui quo­ti­diani on line rim­bal­zano foto e video della mat­tanza. E’ un’altra giornata nera per il mini­stero dell’interno, dopo quella di sabato messa all’indice anche dal numero due di Ange­lino Alfano, il vice­mi­ni­stro Filippo Bubbico.

«Vi sem­bra la scena degna di un paese civile – com­menta una donna da poco uscita dallo sta­bile, indi­cando camion che por­tano via i beni dei senza casa e quelli ammas­sati sul mar­cia­piede – Non siamo cri­mi­nali, vogliamo solo un tetto sopra la testa. Io sono iscritta alla lista per avere una casa popo­lare, ma so benis­simo che forse non l’avrò mai, e intanto ai miei figli che gli dico? Di avere pazienza? Che si siste­merà tutto?».

Nel tardo pome­rig­gio le fami­glie deci­dono di occu­pare la sede dell’VIII muni­ci­pio, a pochi metri dal palazzo sgom­be­rato. Men­tre nella sala del con­si­glio si tiene un’assemblea, in molti si pre­pa­rano a pas­sare qui a notte.

Valerio Renzi

Fonte: Il Manifesto

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Galleria  —  Pubblicato: 17 aprile 2014 in Prima Pagina
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“Un “assedio radicale” di fronte a dei provvedimenti” che a quanti sono senza casa e precari hanno tolto tutto”. Dopo gli scontri avvenuti nel corso della manifestazione di sabato dei movimenti, Paolo Di Vetta, leader dei Movimenti per il diritto all’abitare fa il punto della situazione sulla mobilitazione dei movimenti.

Può farci un bilancio sulla mobilitazione di sabato?

Il primo dato da mettere in evidenza è la forza dei Movimenti per il diritto all’abitare che hanno dato un grande contributo alla giornata di sabato sia in termini di partecipazione sia in termini qualitativi dentro a pratiche di conflitto molto dure. In secondo luogo andrebbe avanzata una valutazione positiva su come i movimenti sociali sono stati in grado di intrecciarsi dentro alla manifestazione. Infine farei una valutazione sulle pratiche messe in campo dalla manifestazione di sabato.

Ci sono stati degli scontri molto duri…

L’assedio radicale ai ministeri è legato alla pesantezza dei provvedimenti messi in campo dal governo Renzi sulla vita delle persone sia in tema di casa che in tema di lavoro. E l’articolo 5 del decreto Lupi, che criminalizza le occupazioni arrivando a togliere acqua, luce e possibilità di ottenere residenza, la dice lunga. Sulla differenza di numeri rispetto alla manifestazione del 19 ottobre non ci siamo soffermati. L’appuntamento di aprile è stato messo in agenda senza grandi eventi che lo sostenessero pur essendo un momento molto importante per dare forza ai vari percorsi di lotta che stanno insieme dentro a questo percorso anche in vista del vertice europeo di luglio sulla disoccupazione giovanile.

A proposito dei numeri. Pur essendo una giornata di protesta molto diversa, se dovessimo fare un paragone tra i numeri messi in campo il 15 ottobre del 2011 e quelli di sabato, passando per l’appuntamento del 19 ottobre, cosa è cambiato nell’opposizione sociale di questo paese?

Prima di tutto i numeri di sabato hanno risentito dello slittamento a luglio del vertice inizialmente previsto per la primavera. Inoltre è mancata la presenza del mondo del lavoro garantito, in particolare con il sindacalismo di base e conflittuale che aveva scioperato lo scorso 18 ottobre e poi manifestato in piazza il 19. Su questo punto c’è certamente la necessità di verificare i linguaggi e gli obiettivi in vista delle giornate di mobilitazione di luglio per capire se si può aprire un ragionamento comune più ampio non solo da punto di vista numerico ma anche delle parti sociali in campo. Probabilmente il cambio di passo del governo, da quello Letta a quello Renzi, che ha cambiato nomenclatura ad alcune disposizioni e promesso qualche soldo in più in busta paga, rende più accettabili alcuni provvedimenti. Il problema è che ci sono migliaia di persone completamente tagliate fuori da questo discorso, senza busta paga, garanzie né diritti. Dobbiamo evitare di dividere i percorsi di lotta.

Nessuna garanzia su casa e lavoro. Possiamo dire che scende in piazza chi è concretamente colpito dalla crisi e dai provvedimenti messi in campo?

Ci sono i migranti in prima fila per il diritto alla casa e al reddito. Seguono i senza casa, gli sfrattati ma anche tanti precari. Si aggiunge la frustrazione degli studenti che, dopo anni di studio, si accorgono che quello per cui hanno lavorato a lungo non servirà a nulla. Una frustrazione che si sta trasformando in rabbia. Quello che è sceso in piazza è un mondo irriducibile alla mediazione delle vecchie logiche politiche semplicemente perché gli è stato tolto tutto. In questo quadro non c’è spazio né per la simulazione del conflitto né per chi pensa di poter rappresentare queste realtà dentro all’ottica di una mediazione.

Dopo la manifestazione del 19 ottobre si era aperto un tavolo proprio con il ministro Lupi. Cosa è cambiato rispetto ad allora? Sembra sia stato fatto qualche passo indietro…

Il governo ha fatto un passo in avanti attaccando i movimenti per il diritto alla casa. Il decreto messo in campo non fornisce alcuna risposta per chi vive in emergenza abitativa. L’attacco alle occupazioni è scritto: faremo di tutto per opporci togliendo acqua, luce e residenza. Il decreto è stato pensato per far ripartire le costruzioni, non si parla di rigenerazione urbana e di sfitto, non si aiuta chi è sotto sfratto. Lupi ha fatto un disastro consapevole di farlo per difendere la proprietà privata, le banche e, incentivando l’edilizia agevolata, le cooperative di costruzioni.

La settimana è iniziata con occupazioni, sgomberi e un blitz molto discusso alla sede del gruppo capitolino del Pd. Qual è la situazione nella Capitale?

Il Pd è al governo e sostiene il decreto Lupi. Non è possibile che in tema di diritto alla casa non manifesti alcuna contraddizione interna quando invece dentro a questa città erano stati fatti alcuni passi importanti sul tema che tenevano contro della realtà di crisi. Il decreto Lupi arriva dall’alto e scompagina tutto. Il Pd romano, compreso il sindaco Marino e la sua amministrazione, si deve prendere la responsabilità di metterlo in pratica e produrre il disastro dentro alla città. Ci devono dire come stanno le cose. Se sono dalla parte degli sgomberi o se c’è spazio per un’interlocuzione. Il decreto fa saltare anche la delibera regionale sull’emergenza abitativa che parla di riutilizzo dell’esistente e riconosce le occupazioni. Il blitz in via delle Vergini serviva a chiedere chiarezza.

L’avete ottenuta?

Abbiamo avuto un’interlocuzione con alcuni esponenti che ci sono sembrati disponibili ad aprire una riflessione. Il punto è capire se questa apertura si trasforma in qualcosa di concreto. Entro il 29 maggio il decreto verrà convertito in legge. Continueremo a dare battaglia e a spingere per una soluzione reale.

Quali sono le prossime mobilitazioni?

A livello locale giovedì prossimo ci sarà una manifestazione indetta dal Coordinamento cittadino di lotta per la casa a Magliana con gli inquilini sotto sfratto delle case popolari e degli enti. Continueremo il 30 aprile con una assemblea nazionale sul decreto Lupi passando per una giornata di confronto a Firenze il 5 maggio con la rete Abitare nella crisi e la manifestazione del 17 maggio indetta dai movimenti per l’acqua pubblica e per i beni comuni. L’orizzonte di tutte queste iniziative è il vertice europeo sulla precarietà giovanile di Torino a cui ci presenteremo con la nostra composizione meticcia e precaria.

Fonte: Roma Today

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La sacra Fami­glia di Cesano Boscone, o Cesàn Buscùn. Sarà que­sto il luogo sim­bolo del tardo ber­lu­sco­ni­smo, l’età della deca­denza. Che, è uffi­ciale, per il sovrano di Arcore coin­ci­derà per circa dieci mesi con l’affidamento in prova ai ser­vizi sociali nella strut­tura per anziani e disa­bili alle porte di Milano. Non sarà Villa Cer­tosa o le Ber­mude, le Arcore’s nights sono ricordi d’altri tempi. Dimen­ti­care via Olget­tina e le vacanze nella dacia sul Mar Nero. Ora c’è Cesàn Buscùn.

Loca­lità non molto eso­tica, è vero. Ma se gli avvo­cati Coppi e Ghe­dini si dicono sod­di­sfatti il motivo c’è, ed è lam­pante. La con­danna a 4 anni per frode fiscale, già alle­viata dai tre di indulto, per Sil­vio Ber­lu­sconi, sog­getto ancora «social­mente peri­co­loso» ma secondo i giu­dici sulla via del rav­ve­di­mento, si risol­verà in 4 ore a set­ti­mana — in tutto 28 mezze gior­nate — di «volon­ta­riato» presso l’istituto fon­dato nel 1896 da Dome­nico Pogliani, sacer­dote in odore di san­tità. Il che può anche essere letto come un inco­rag­giante segno del destino per l’unto del signore ormai spo­glia­tosi anche della carica di Cavaliere.

Gli incubi più neri, come la pri­va­zione totale della libertà agli arre­sti domi­ci­liari, del resto sono alle spalle. E l’agognata «agi­bi­lità poli­tica» è garan­tita: sbri­gati i suoi impe­gni con gli anziani e gli altri ospiti della grande strut­tura, Sil­vio il volon­ta­rio sarà libero di cir­co­lare in Lom­bar­dia tenendo comizi e con­ven­tion salvo star­sene nella villa di Arcore dalle 11 di sera alle 6 del mat­tino. E dal mar­tedì al gio­vedì potrà lasciare la sua regione e rag­giun­gere Roma per gli  impe­gni di par­tito e di cam­pa­gna elet­to­rale, anche a cena, volendo, ma sem­pre con l’obbligo di pas­sare la notte in casa e di tor­nar­sene nell’abitazione di Arcore per le 23 del gio­vedì. Con un appo­sito per­messo, potrà anche cir­co­lare al di fuori dei con­fini sta­bi­liti. Nes­sun limite di ora­rio per inter­venti tele­fo­nici, ad esem­pio in col­le­ga­mento con le tv.

Certo, al lea­der for­zi­sta qual­che com­pli­ca­zione nella sua atti­vità poli­tica potrà deri­var­gli da un’altra pre­scri­zione, quella di non fre­quen­tare pre­giu­di­cati (e tos­si­co­di­pen­denti). Ma insomma, la «ferita inferta alla demo­cra­zia ita­liana» della quale con­ti­nua a par­lare imper­ter­rita Maria Stella Gel­mini si fa fatica a indi­vi­duarla. E pro­ba­bil­mente lo stesso sovrano azzop­pato invi­terà anche gli ultimi fede­lis­simi a evi­tare d’ora in avanti espres­sioni azzar­date come «golpe» oppure «per­se­cu­zione giu­di­zia­ria», dato che i giu­dici a lui hanno viva­mente scon­si­gliato di lan­ciarsi in «ester­na­zioni offen­sive» con­tro le toghe, per­ché in quel caso la musica cam­bie­rebbe: addio ser­vizi sociali.

L’ex Cava­liere dovrà invece dimo­strare la sua «volontà di recu­pero dei valori morali per­se­guiti dall’ordinamento», man­te­nendo il suo com­por­ta­mento «nell’ambito delle regole della civile con­vi­venza, del decoro e del rispetto delle isti­tu­zioni». Per­ché in pas­sato, osser­vano ancora i giu­dici, Ber­lu­sconi ha dimo­strato invece una certa «insof­fe­renza alle regole dello Stato», e in effetti qual­cun altro oltre alle toghe lo aveva notato. Ma ora avrebbe rico­no­sciuto la sua con­danna, sem­pre secondo i giu­dici, anche per­ché ha ver­sato 10 milioni di risar­ci­mento all’Agenzia delle entrate e, appunto, ha accet­tato di aiu­tare gli anziani. Anche se non esat­ta­mente di buon grado, però, se è vero quel che tra­pela dalla cer­chia dell’ex pre­mier, dove viene descritto un Ber­lu­sconi comun­que avvi­lito, mor­ti­fi­cato, lui che «con tutto quello che ho fatto per que­sto paese adesso devo pas­sare per uno che ha biso­gno di essere rie­du­cato». Lui che, appunto «insof­fe­rente» alle regole, ora dovrà accet­tare il copri­fuoco e gli spo­sta­menti sotto con­trollo e i col­lo­qui men­sili con la respon­sa­bile dell’Ufficio ese­cu­zione penale esterna. Lui che ha sem­pre lot­tato con tutte le sue forze e quelle dei suoi medici e chi­rur­ghi este­tici con­tro l’avanzare dell’età, e ora dovrà con­di­vi­dere parte delle sue gior­nate cir­con­dato dai vec­chietti della Sacra Fami­glia subendo oltre­tutto altri sfottò che si aggiun­ge­ranno a quelli che già ampia­mente gli hanno river­sato addosso i gior­nali e la rete. C’è chi nota che tutto som­mato «cit­ta­dini meno for­tu­nati, meno ric­chi e potenti per reati molto minori vanno sem­pli­ce­mente in pri­gione». Ma a farlo è quel «bar­baro, vigliacco, arro­gante, livo­roso» di Mas­simo D’Alema, tuo­nano imbu­fa­lite le for­zi­ste Car­fa­gna e San­tan­chè. E comun­que in tanti sono pronti a scom­met­tere che Sil­vio saprà fare ancora una volta di neces­sità virtù, tra­sfor­mando la con­danna in una ribalta che magari non lo por­terà, come don Pogliani, alla san­tità, ma magari a risol­le­vare almeno un po’ le sorti del suo mal­con­cio partito.

Per il momento, i respo­na­bili della Sacra Fami­glia incro­ciano le dita, pre­oc­cu­pati dello scom­pi­glio che il famoso con­dan­nato potrà por­tare nella strut­tura. Ma cri­stia­na­mente, acco­glie­ranno la peco­rella smar­rita. Che in una casa di cura che conta oltre mille ospiti, circa otto­cento dipen­denti, venti reparti e edi­fici, un campo da cal­cio e uno da bocce, labo­ra­tori di cera­mica, fale­gna­me­ria, bigiot­te­ria e quant’altro, e pure un tea­tro e una chiesa, sicu­ra­mente tro­verà anche il modo per non anno­iarsi. Per il resto, ci saranno gli amici a con­so­larlo. Anche se Gian­franco Rotondi non è otti­mi­sta: «Sono stato l’ultimo dei demo­cri­stiani, sarò l’ultimo dei ber­lu­sco­niani. Di tutto il resto non garan­ti­sco, ormai nel nostro giro la fedeltà è a ora­rio, manco a giornata».

Micaela Bongi

Fonte: Il Manifesto