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Galleria  —  Pubblicato: 25 ottobre 2014 in Prima Pagina
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Vuoto. Il nostro settore sabato rimarrà vuoto, senza tifo, senza emozioni, con quel cemento a stagliarsi vivido, freddo, inanimato.Quel pezzo di Curva Sud sabato 25 ottobre, in occasione della partita contro la Juve Stabia, non ci vedrà ai nostri posti. Tutto quello che stanno facendo, che ci stanno facendo, vedi l’ultimo aberrante decreto, non può vederci continuamente piegare la testa, nè possiamo attendere che altri, ma poi quali altri? decidano per noi quando e come protestare.

L’unità delle curve in Italia è utopia, pura e semplice. La “lotta” alla Tessera del Tifoso è una palese ed eclatante dimostrazione. Tante belle parole, tanti proclami, addirittura una manifestazione “unitaria” e poi tutto nel dimenticatoio. Gli ultrà Cosenza hanno pagato, duramente, sulla propria pelle, la lotta pluriennale contro la tessera, sin dall’inizio, con diffide, denunce e repressioni imperanti. Ma questa lotta l’abbiamo persa fin da subito, pretendendo unità nelle curve, unità che non è mai esistita. Adesso ci fermiamo.

Sabato il nostro calore si sposterà fuori dallo stadio, accenderemo torce e fumogeni senza il timore di essere diffidati, senza nascondere la nostra voglia di stare insieme e di divertirci, di essere fratelli nelle strade come negli stadi. Sabato 25 ottobre il San Vito, il NOSTRO San Vito, resterà senza di noi. Ognuno deve pensare a se stesso e alla propria dignità. Un segnale a noi stessi e per noi, più che per loro. Una catarsi personale che non può certo farci credere che cambi qualcosa. E’ chiaro che gli piacerebbe, molto, che rimanessimo sempre fuori, è il loro obiettivo, ma lo scegliamo noi se e quando rimanerci e se e quando entrare.

Se altre curve, altri ragazzi come noi, dovessero decidere di seguire tale strada non potremo che esserne contenti. Ma non sarà una protesta fine a se stessa. In questa occasione i gruppi non tesserati della Curva Sud raccoglieranno fondi per la popolazione genovese colpita duramente dall’alluvione. Come già 3 anni fa Cosenza si stringe a Genova. Invitiamo tutti a partecipare alla raccolta, anche con un piccolo contributo. Perché noi siamo ciò che vogliamo essere, non quello che decidono per noi. Vivere ultrà per vivere.

ULTRA’ COSENZA CURVA SUD – GRUPPI NON TESSERATI

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Bar­roso, fosse per lui azzan­ne­rebbe. Voleva farlo mer­co­ledì, con tanto di richiamo uffi­ciale e inti­ma­zione di por­tare il taglio del defi­cit allo 0,6% invece che allo 0,1% come da ita­lica legge di sta­bi­lità. E’ stato fer­mato da Angela Mer­kel, per inter­po­sto Katai­nen. Si sa che il sacer­dote fin­lan­dese del rigore quando parla Frau Angela se non scatta poco ci manca. La let­tera è arri­vata, ma in forma ammor­bi­dita e inter­lo­cu­to­ria. Ma quanto poco si sia rab­bo­nito Bar­roso lo si è capito ieri, quando il pre­si­dente uscente della Com­mis­sione è sbot­tato pub­bli­ca­mente pren­den­do­sela con il governo ita­liano per aver dif­fuso una mis­siva sulla quale pur cam­peg­giava la dici­tura «Stret­ta­mente con­fi­den­ziale». La Com­mis­sione, ha rug­gito, «non è favo­re­vole alla pub­bli­ca­zione di docu­menti». Renzi gli ha rispo­sto per le rime, con uno dei suoi amati cinguettii:

«Pub­bli­che­remo tutte le let­tere e soprat­tutto tutti i dati eco­no­mici dei palazzi di Bru­xel­les». A viva voce l’italiano rin­cara: «Sono stu­pito che Bar­roso sia sor­preso. La let­tera era già stata pub­bli­cata dal Finan­cial Times e da un impor­tante quo­ti­diano ita­liano. Penso che in Europa sia finito il tempo delle let­tere segrete». E’ una posi­zione “gril­lina”, ma anche sacro­santa, che rivela quanto Renzi sia con­sa­pe­vole di doversi gio­care la par­tita equi­li­brando la fles­si­bi­lità con il muso duro. La linea di Bar­roso e dei fal­chi porta dritta al com­mis­sa­ria­mento, dun­que alla morte poli­tica di Mat­teo Renzi. La sola carta vin­cente che il pre­mier ita­liano può gio­carsi è far capire all’Europa che lui è deciso a pun­tare i piedi, con tutti i rischi che ciò com­porta. E’ l’atteggiamento che aveva annun­ciato mer­co­ledì al Senato: «Ricor­da­tevi che se noi abbiamo biso­gno dell’Europa l’Europa ha altret­tanto biso­gno di noi». E’ la linea che ha spinto Angela Mer­kel e Katai­nen a raf­fred­dare i bol­lori di Bar­roso. La ver­sione “addol­cita” del richiamo, infatti, per il governo ita­liano è tol­le­ra­bile, tanto che Renzi, con la sua ado­ra­zione per la spa­val­de­ria, la liquida come un bru­sco­lino nell’occhio: «Stiamo par­lando di una dif­fe­renza di uno o due miliardi. Pos­siamo met­terli anche domat­tina. Uno sforzo pic­co­lis­simo». In realtà le cose non sono così facili. La let­tera, fir­mata da Katai­nen e indi­riz­zata al mini­stro Padoan, è dav­vero solo un «primo richiamo» ma non è mor­bi­dis­sima. Defi­ni­sce i conti ita­liani «una signi­fi­ca­tiva devia­zione» dal per­corso fis­sato. Ricorda che così «si vio­le­reb­bero» gli impe­gni «richie­sti dal brac­cio pre­ven­tivo del patto di sta­bi­lità e cre­scita». Reclama delu­ci­da­zioni sul «man­cato rispetto del Patto di Sta­bi­lità per il 2015».

Soprat­tutto chiede di sapere come «l’Italia possa assi­cu­rare il pieno rispetto degli obbli­ghi nelle poli­ti­che di bilan­cio pre­vi­sti per il 2015». E lo vuole sapere subito: i chia­ri­menti «devono arri­vare entro il 24 ottobre».

Arri­ve­ranno oggi stesso, ed è sin troppo facile pre­ve­dere cosa rispon­derà il governo ita­liano. Da un lato Padoan tor­nerà a segna­lare i due «ele­menti con­giun­tu­rali» che deter­mi­nano una «situa­zione ecce­zio­nale», tale dun­que da giu­sti­fi­care il man­cato rispetto dei ter­mini anche ai sensi delle norme euro­pee: i tre anni con­se­cu­tivi di reces­sione e una fase che, tanto per ecce­dere in under­sta­te­ment, verrà defi­nita «ai limiti della defla­zione». Dall’altro riven­di­cherà le riforme già por­tate a ter­mine, in par­ti­co­lare quella del lavoro, e si impe­gnerà a pro­ce­dere e ad acce­le­rare sulla stessa strada. Né più né meno di quello che aveva chie­sto que­sta estate a quattr’occhi Dra­ghi a Renzi, met­tendo per la prima volta aper­ta­mente in campo il com­mis­sa­ria­mento come alter­na­tiva. A rin­for­zare la posi­zione del governo ita­liano accor­rono le isti­tu­zioni pre­po­ste, Ban­ki­ta­lia e il Qui­ri­nale, e certo non stu­pi­sce che in un momento simile fac­ciano qua­drato. Ban­ki­ta­lia pro­muove: «Data l’eccezionale durata e pro­fon­dità della reces­sione, le scelte del Governo appa­iono motivate».

Napo­li­tano mette da parte l’irritazione esplosa quando si era visto reca­pi­tare una legge di bilan­cio non vidi­mata dalla Ragio­ne­ria dello Stato, per la prima volta dal 1994, e con­tro­firma disci­pli­na­ta­mente. L’incognita resta il ver­detto dell’Europa. Con Bar­roso non ci sarebbe scampo, ma la linea di Junc­ker è diversa anche se certo non oppo­sta. La let­te­rina è arri­vata anche ad Austria, Slo­ve­nia e Malta. Ma soprat­tutto è arri­vata alla Fran­cia, ed è un punto di forza per Renzi. Che arrivi un sema­foro verde è comun­que un mirag­gio. Ma l’ipotesi che si richieda una cor­re­zione misu­rata, un taglio del defi­cit del 0,25 o dello 0,35%, è invece rea­li­stica. Però tanto gra­ziosa con­ces­sione verrà pro­ba­bil­mente accom­pa­gnata da moniti ulti­ma­tivi su quanto l’Italia dovrà fare l’anno pros­simo. Renzi se la ven­derà come un trionfo: potrebbe essere il pro­logo di una nuova e pesan­tis­sima mazzata.

Andrea Colombo

Fonte: Il Manifesto

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Galleria  —  Pubblicato: 24 ottobre 2014 in Prima Pagina
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Rischia di diventare un vizio, Matteo Renzi deve avere qualche problema con Torino, visto che ogni volta che si annuncia una sua visita dopo poche ore arrivano le smentite o si parla di difficoltà. E lo stesso discorso vale per il tour al cantiere Tav di Chiomonte, promessa mai mantenuta. La maledizione dell’11 luglio ci verrebbe da dire, data in cui Renzi aveva annunciato che si sarebbe svolto il summit dei ministri europei del Lavoro. Guidati dall’ex sindaco di Firenze. E invece non se ne fece più nulla, dopo che Pretura e Questura sconsigliarono il capoluogo piemontese per motivi di sicurezza, visto che si stava preparando il controvertice sotto la sigla #Civediamolundici. Ma torniamo ai giorni nostri. Neanche 24 ore dopo l’annuncio della presenza di Renzi all’inaugurazione al Salone del Gusto, si scopre che in agenda il premier ha un incontro con Sergio Chiamparino, presidente della Regione Piemonte giovedì alle 8,30 ma a Roma.

Il faccia a faccia tra i due è sulla legge di Stabilità. Per arrivare a Torino poi, bisognerà far correre le lancette dell’orologio e magari usare voli di Stato per il taglio del nastro previsto per le 11. Sorpresa. A quanto pare anche Piero Fassino potrebbe non essere presente alla Kermesse al Lingotto visto che si troverà anche lui a Roma per una riunione dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (Anci) di cui è presidente. Insomma, Una cosa è certa, Matteo Renzi, anche questa volta in Val di Susa non ci andrà, a meno che non abbia già acquisito il dono dell’ubiquità. Resta il fatto che ormai si può parlare veramente di maledizione del #Civediamolundici.

Fonte: Nuova Società

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«L’Agnesi va a morire», si potrebbe dire para­fra­sando il film di Giu­liano Mon­taldo, tratto dal romanzo di Renata Viganò. E non per amore degli ideali, ma per esi­genze di mer­cato. «L’Agnesi deve chiu­dere», ha annun­ciato il pro­prie­ta­rio dello sto­rico pasti­fi­cio, Angelo Colussi. Ma gli ope­rai non ci stanno, e sono in scio­pero, fino a sabato 25, per il man­te­ni­mento del posto di lavoro. Sono rima­sti in 110, 8 dei quali già in Cassa inte­gra­zione, più un’altra qua­ran­tina legata all’indotto.

Ieri, la segre­ta­ria gene­rale della Cgil, Susanna Camusso, si è recata davanti all’Agnesi per par­lare con gli ope­rai: «Il governo deve capire che biso­gna tor­nare a inve­stire su que­sta azienda – ha detto man­giando un piatto di pasta cuci­nata davanti alla fab­brica — Gli inve­sti­menti pro­messi anche a giu­gno non sono mai arri­vati. Siamo vicini ai lavo­ra­tori in lotta nel set­tore ali­men­tare, fon­da­men­tale per l’economia. Biso­gna soste­nere e man­te­nere il mar­chio, tro­vando un impren­di­tore che rilanci que­sta attività».

Una solu­zione che in molti auspi­cano, di fronte al disin­te­resse degli attuali ver­tici azien­dali: «La pasta Agnesi non si vende non per man­canza di ren­di­mento, ma per­ché l’azienda non inve­ste e non innova – dice Lina, che lavora da 27 anni nel reparto con­fe­zioni – Dopo il famoso slo­gan pub­bli­ci­ta­rio del “Silen­zio, parla Agnesi”, tutto è andato in deca­di­mento. Alcuni reparti sono stati chiusi, la gente man­data a casa. Eppure siamo tutt’altro che in per­dita, pro­du­ciamo molto per il Giap­pone». Pro­prio ieri, è infatti venuta in visita alla fab­brica una dele­ga­zione da Tokyo e le pres­sioni sugli ope­rai per­ché levas­sero i pic­chetti non sono state poche.

Ma loro hanno tenuto duro, anche per­ché — dice Gigi — «da mesi veniamo tenuti sulla corda dalle pro­messe dell’azienda e sem­pre per un nulla di fatto. E siamo stanchi».

Il piano indu­striale pro­messo da Colussi ha lasciato inten­dere il man­te­ni­mento del mar­chio sul comune di Impe­ria ma in ter­mini ultra­ri­dotti, reste­rebbe in piedi solo un reparto per la pro­du­zione di pasta arti­gia­nale e sughi. «Un pro­getto per pochis­simi posti di lavoro – dice Ales­san­dro – e comun­que anche su que­sto non ci sono certezze».

La sena­trice Pd Dona­tella Albano, che sta seguendo il tavolo di trat­ta­tive a livello nazio­nale, ha espresso soli­da­rietà agli ope­rai: «Dal tavolo di crisi presso il Mini­stero dello Svi­luppo Eco­no­mico — ha detto — era uscito l’impegno del Gruppo Colussi per garan­tire gli attuali livelli occu­pa­zio­nali del pasti­fi­cio, anche tra­mite una ricon­ver­sione indu­striale per la pro­du­zione di sughi e suc­ce­da­nei. Dalla riu­nione tenu­tasi a Peru­gia il 17 otto­bre risulta però che que­sta pro­spet­tiva non è più tenuta in con­si­de­ra­zione. Il governo sta facendo il pos­si­bile per rilan­ciare l’industria agroa­li­men­tare ita­liana, sono que­sti i “capi­tani d’industria” che abbiamo?»

Domani vi sarà un nuovo incon­tro con i ver­tici azien­dali e oggi alle 18 gli ope­rai hanno orga­niz­zato una fiac­co­lata. La città di Impe­ria li sostiene, finora hanno già rac­colto oltre 6.000 firme. L’Agnesi è la più antica fab­brica di pasta, attiva dal 1824. E le sue cimi­niere, che si sta­gliano sul porto di One­glia, da allora sono il sim­bolo di Impe­ria, cit­ta­dina del Ponente Ligure che conta 220.000 abi­tanti. Un patri­mo­nio indu­striale in con­ti­nua dismissione.

Un pro­cesso ini­ziato prima che nelle altre parti d’Italia, nei pri­mis­simi anni ’80. «Tutte le nostre fab­bri­che sono state immo­late sull’altare della spe­cu­la­zione edi­li­zia – dice al mani­fe­sto Carla Nat­tero, segre­ta­ria regio­nale di Sel Ligu­ria -. Una leva di impren­di­tori legati all’impero del mat­tone ha pre­fe­rito dismet­tere le fab­bri­che e gua­da­gnare sulla ren­dita fon­dia­ria. E que­sto è l’ultimo atto. La cosa che più imputo a Clau­dio Sca­jola è di aver aiu­tato i suoi amici ad avere un cam­bio di desti­na­zione d’uso dei loro sta­bi­li­menti e indici di piano rego­la­tore molto alti in modo che aves­sero grossi van­taggi dalla ren­dita fon­dia­ria nel momento della spe­cu­la­zione edi­li­zia. E così, quando il set­tore è entrato in crisi, l’insieme di que­sti impren­di­tori, con Sca­jola, ha pro­dotto que­sto deserto industriale».

Per met­tere un freno alle spe­cu­la­zioni, la lista Impe­ria bene comune, che rac­chiude tutte le anime della sini­stra alter­na­tiva, com­presa Rifon­da­zione e il cen­tro sociale La Talpa e L’Orologio, ha pre­sen­tato una mozione in con­si­glio comu­nale, che però non è pas­sata. «Anche die­tro la dismis­sione dell’Agnesi – dice il con­si­gliere Mauro Ser­valli – si pro­fila la pos­si­bi­lità di costruire in una vasta area nel cuore della città, di fronte al mare». Un’operazione appro­vata e can­tie­ra­bile detta La Porta del mare — pre­cisa Enrico Revello, respon­sa­bile Cgil, che si dice deciso ad accom­pa­gnare gli ope­rai «anche fino all’occupazione della fab­brica e all’autogestione».

Nel porto di One­glia, su un’enorme gru cam­peg­gia uno stri­scione: “Nuova dieta medi­ter­ra­nea? Palaz­zine e posti barca”. Dice al mani­fe­sto Vale­rio Romano, con­sole della Com­pa­gnia por­tuale: «Lo stri­scione lo abbiamo fatto per il Forum della dieta medit­ter­ra­nea, un evento inter­na­zio­nale che torna qui a novem­bre. A forza di chiu­dere le fab­bri­che dell’olio e ora quella della pasta, stiamo per­dendo tutti i com­po­nenti della dieta medi­ter­ra­nea. Il 28 feb­braio Colussi ha chiuso il mulino dell’Agnesi. Il grano duro, che si maci­nava con poca spesa per­ché arri­vava via mare e la fab­brica si trova a 150 metri, ha smesso di arri­vare. Risul­tato, 28 posti di lavoro tagliati, meno con­trollo sulla qua­lità per­ché ora si usa la semola pro­ve­niente da fuori e ancor meno lavoro per noi por­tuali, spinti sem­pre di più verso la pri­va­tiz­za­zione del porto».

Geraldina Colotti

Fonte: Il Manifesto

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Galleria  —  Pubblicato: 23 ottobre 2014 in Prima Pagina
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